sabato 25 febbraio 2012

Col fiato sospeso


Aspettando il risveglio del sassofonista della Slammer Band

di Edoardo Inglese

Ho letto questo libro perché ho conosciuto l’autore, Edoardo Inglese, laureato come me in filosofia e con un mestiere creativo nel senso che se l’è inventato e non ha un nome riconducibile ad una classifica, più o meno come è successo a me. Edoardo Inglese, con il quale condivido anche l’età, è laureato in filosofia estetica, una nutrita cultura cinematografica, cantante e musicista, oggi scrittore ‘involontario’, ha realizzato il format RadioLivres, la prima radio dal vivo che è l’occasione per la quale l’ho conosciuto.
Ho scoperto così che anche il suo primo libro parlava di sicurezza stradale, ma certamente in modo molto diverso dal mio saggio, in stile musicale.
E’ nata così la curiosità di leggere “Col fiato sospeso”, il diario implacabile di una tragedia, quella di un incidente stradale – l’impatto tra una bicicletta guidata dal protagonista e un camion - e un quasi racconto surreale della forza dell’amicizia, del pensiero e, soprattutto, della musica, uno dei protagonisti di questo racconto quasi involontario e sui generis. Il racconto è involontario, come ci spiega lo stesso autore, nel senso che nasce da un blog tra amici sparsi in vari paesi e del quale conserva tutta l’immediatezza, talora sgrammaticata e irriverente, che diventa la rete della solidarietà e del conforto per l’amico comune, in coma, il sassofonista e percussionista della Slammer band che ha comunque accettato la pubblicazione, mettendosi a nudo nella fragilità della malattia, un atto che trovo di grande coraggio e umiltà.
E’ una storia tragicamente vera ma è anche un laboratorio terapeutico, quello che offre la scrittura emozionale al dolore, che da disperazione e rabbia, diventa proposta ed empatia, soprattutto se condivisa. E’ un racconto che nella sua forma è ad un tempo contenuto: la testimonianza della forza dell’affetto e della creatività che si intreccia con la grande protagonista del libro la musica che è terapia, vita, linguaggio universale e immediato, elemento unificatore soprattutto nei momenti drammatici. Eppure sono pagine nelle quali non si avverte la tristezza che è esorcizzata da una voglia di vivere che tracima, che sprigiona energia ed ironia come grande arma per affrontare il quotidiano ed ha qualcosa del delirio di onnipotenza adolescenziale. Facendo un po’ di calcoli, i protagonisti sono più che trentenni ma sembrano molto più giovani forse perché la musica mantiene giovani. E mi sono divertita a cercare il filo che mi raccontasse la programmazione di un’estate romana musicale cercando anche di cogliere tendenze e gusti di un gruppo di musicisti, un lavoro sotterraneo e prezioso, messo insieme con spontaneità e freschezza senza nessuna voglia di esibizione, quello di Edoardo che racconta le avventure di essere musicisti ‘non raccomandati’ se non dalla qualità.
La presentazione è di Fulvio De Nigris, Direttore del centro Studi per la Ricerca sul Coma “Gli Amici di Luca” di Bologna ed evidenzia che il coma del protagonista, Maurizio De Antonis in Parnaselci, detto “Pasticcio”, in quanto malattia è comunque un elemento di vita, “nel momento in cui si palesa. In fondo è un indicatore…il coma ti solleva e ti sospende, ti sottrae a un impatto che comunque per sé e forse anche per gli altri sarebbe stato gravoso. E’ comunque una via d’uscita”.
Certo sono parole dure da metabolizzare che se da un lato aprono alla speranza, alla necessità forse di trovare una ragione al dolore, dall’altra sconcertano. In effetti, De Nigris, leggendo questa storia di una tragedia e di un miracolo – sono le parole di Edoardo – dice che è l’attesa con il fiato sospeso, appunto, di un miracolo che potrebbe non arrivare e che mette a nudo la vita che a volte promette morte.


“Pasticcio” è il soprannome del protagonista ed è anche la forma letteraria, una somma spuria di tanti generi a loro volta non etichettabili che perdono i confini nella scrittura del blogger ed è anche il titolo del cd allegato. Un libro da leggere, ascoltare e sentire come una terapia per perdersi e ritrovarsi dalla strada così familiare, ad un corridoio d’ospedale, fino alla resurrezione su un palcoscenico per un concerto.

Col fiato sospeso
Aspettando il risveglio del sassofonista della Slammer Band

di Edoardo Inglese
Erickson Narrativa
17,50 euro
Allegato CD Audio “Il pasticcio”

Onde


Diario di un immigrato

di Francesco De Palo

E’ un racconto lungo o anche un romanzo breve ma si tratta di una definizione che si lega solo alla durata e si motiva con la convenzione di definire gli scritti secondo generi letterari con un’etichetta. In effetti la dimensione è quella del raccontare che, per lo stile schietto e per l’argomento, si avvicina al reportage giornalistico. In fondo potrebbe essere una storia raccolta da un giornalista, di quelli veri con un po’ di tempo a disposizione ed impegnato in prima linea, con la voglia di capire l’uomo che sta dietro il ruolo, come ne esistono sempre meno. Per certi versi è anche una fiaba moderna, per il lieto fine certo, ma anche per il dipanarsi della vicenda che sembra snodarsi secondo il filo di un processo didascalico con i diversi personaggi che incarnano un tipo a ricostruire un microcosmo nel quale ognuno è un tassello funzionale al quadro della vita. La mia impressione è che il lieto fine non sia semplicemente una nota di speranza e un modo per alleggerire il dolore dell’accaduto ma proprio il messaggio centrale, l’invito all’impegno e all’assunzione di responsabilità perché la ‘buona volontà’ se non può tutto, può molto ed è determinante. C’è nella trama – che qui tralascio affidando il piacere della scoperta al lettore – la naturalezza della sorpresa e la consapevolezza per cui nulla accade per caso mentre nessuno può esimersi dalla responsabilità di vivere la vita che si sceglie e che contrasta con un certo qualunquismo e omologazione diffusi. In effetti la casualità, che nello scritto di Francesco De Palo, è un incidente stradale è sempre in agguato nelle vita ma la sfida è trasformare la minaccia in occasione, la sciagura in opportunità come per i due protagonisti. Al centro dello svolgersi dell’azione l’incontro-scontro tra due sconosciuti e quindi misconosciuti per ragioni diverse: Mohamed perché in terra straniera; Paolo perché straniero a se stesso. In questo caso però, in un rapporto che per ragioni sociali e di contesto è asimmetrico, almeno all’inizio, uno funge da specchio per l’altro, una dimensione nella quale perdersi per poi ritrovarsi…inevitabilmente diverso, anzi diversi. Perché ogni relazione – è questo emerge chiaramente dallo scritto di De Palo – comporta sempre una qualche reciprocità che ci cambia nostro malgrado. L’incontro è a mio modo di vedere una metafora del viaggio che è la vita, non necessariamente inteso come uno spostamento nello spazio, anche se uno dei due personaggi affronta il rischio del cambiamento con un viaggio verso quella che definisce la terra promessa. Il viaggio può iniziare, come nel caso di Paolo, dietro casa, basta uscire da sé e dal proprio solito percorso per aprirsi all’altro in modo autentico: attraverso l’ascolto, prima; l’accoglienza poi. Ci sono casi nei quali si resta impermeabili come spettatori distaccati come turisti senza mai diventare autentici viaggiatori. I primi intraprendono un viaggio pensando al momento nel quale torneranno a casa; i secondi non hanno né la certezza di tornare, né conoscono la data; talora neppure sanno esattamente dove arriveranno. Nel racconto “Onde” l’occasione come più spesso capita è un impatto forte, uno choc che offre l’occasione di un cambiamento di rotta come al politico Paolo; ma a volte può essere fatale, come all’amico e avvocato personale, Luca, che soccombe perché non riesce a convivere con l’assenza di controllo.
Tra l’altro emerge dal racconto che non sempre chi cerca aiuto non sia poi colui che presta soccorso anche inconsapevolmente, magari con la semplice testimonianza del proprio esistere come Mohamed. Un libro essenziale, dando il peso giusto all’effetto sorpresa, senza la voglia di stupire a tutti i costi con vicende estreme, ché la quotidianità di per sé è già un racconto avvincente. Basta abbandonarsi alle onde, per richiamarsi al titolo, mantenendo ferma la rotta, con coraggio e determinazione, di fronte alle difficoltà della vita, sembra dire l’autore. Mentre il sottotiolo fa da specchio agli eventi: chi è il vero protagonista di questa navigazione impervia? Come rintracciare la causa e l’effetto? Ma forse questo poco importa. Finendo di leggere le “Onde” lascio le immagini che il racconto anima e penso che non sia da tralasciare l’idea di una sceneggiatura.

Onde, Diario di un immigrato
Francesco De Palo
Aletti Editore
12,00 euro

Una terra che nessuno ha mai detto


di Irene Ester Leo

E’ la poesia di una giovane donna salentina che chiama con la suggestione di un titolo che si rivela la citazione di un verso di Cesare Pavese all’interno di un piccolo brano dell’autore che Irene Ester Leo mette in chiusura del libro e chiude il cerchio. Anzi lo lascia aperto disorientando il lettore anche se da un certo punto di vista tutto è molto confezionato e ornato. Pavese sembra autore amato, citato nei versi dell’opera e citato con i versi. Il tema della citazione è forte nel libro a più livelli e sarebbe interessante capirne la ragione. Una rete di rimandi e suggestioni tra scrittori? Ma non tutte le poesie si aprono con citazioni di altri poeti. Un puro ornamento? Ma sembra contrastare con lo stile del verso spezzato, senza regole. Un modo per raccontarsi? Le proprie passioni, la propria formazione? E forse è l’unica indicazione che ci dà di se stessa l’autrice. Traspare una cultura classica in un’oscillazione che talora attinge all’accademia, tal altra si abbandona a suggestioni che ci appaiono addirittura confuse, volutamente tali. Centrale appare comunque la parola che trascina il lettore e lo cattura per se stessa più che focalizzarlo sul contenuto. L’impero della parola si annuncia nella citazione di Pavese se la si legge per esteso e sembra suggerirci una chiave di interpretazione: il poeta è come la terra che nessuno ha mai detto; aspetta solo la parola che dà i frutti agli alberi. Il potere fecondo della parola è ovunque e si annuncia fin dall’introduzione dell’autrice, con il titolo di Magnificat: è la follia la via della verità, della scoperta mentre “La ragione è la panacea dei morti”. In effetti è la parola come suggestione, come sogno che cattura e ci fa perdere dentro i versi, tanto che è difficile seguire il filo e rispondere alla domanda: “di cosa parla la poesia”? Forse Ester ci dice che la poesia vale proprio per incantare l’animo, per uscire dallo schema della ragione, per perdersi, non per istruirci, raccontarci qualcosa. Singolare in tal senso la Prefazione di Andrea Leone, poeta a sua volta che ci avvicina alla poesia di Ester parlando di un Sud greco, apollineo, dove prevale la dimensione del ‘vedere’ che entra in contatto con le cose alle quali si rivolge con un ‘tu’, con una forma di personalizzazione: “Sogna alberi mi diceva la vita”. Chi firma queste prima pagine ci dice che siamo di fronte ad una mistica del concreto dove la follia orienta lo sguardo. Mi sono avvicinata guidata da queste parole e ho scoperto un altro volto, decisamente dionisiaco, folle appunto, nel senso che oltre passa la ragione. C’è forse anche un giocare tra lingue diverse che si intrecciano che talvolta si rivelano come un mosaico che sembra ricostruire qualcosa, un filo che ci porterà un messaggio; ma d’altra parte sembra solo giocare e trovare in questa vertigine il senso. Ricorrono albe e tramonti, momenti di passaggio, la luce che spesso ferisce e che, ancora una volta, non appare come simbolo di armonia apollinea. Altre immagini che tornano sono quelle della terra, delle radici e della memoria che rimandano all’attaccamento ma anche alla paura di perdere il proprio porto. C’è ancora la paura di perdersi, di essere perduta nel senso di dimenticata – e si chiede di essere toccata – ma anche l’irresistibile desiderio a perdersi nell’innamoramento che è dimenticanza per eccellenza del sé per ritrovarsi nell’altro. Come in “Margherita”, probabilmente l’unica composizione dedicata ad una figura umana, ammesso che non ci sia un gioco di animazione floreale. Margherita “Si è innamorata di una pena,/di una favola appena,/della libertà dell’esser niente,/dell’esserlo serenamente./Innamorata è la clausola non corrotta,/o ami o sei morta.” E ancora ricorre il mare e una natura animata che è benigna e maligna ad un tempo e che diventa antropomorfa, oltre che animata, talora spaventosa, quasi mai consolatoria ma incantatrice.. Leggere le pagine di Ester talora è faticoso, tortuoso in uno sfumare continuo dalla poesia alla prosa.

Collana Poesia
Edizioni della Sera
10,00 euro

Sia pure il tempo di un istante


di Cristina Tirinzoni

Il titolo suggestivo e delicato ci introduce direttamente nella raccolta di liriche che meglio si potrebbero definire prose poetiche che della poesia hanno la struttura incisiva e breve, quasi una rappresentazione grafica. L’espressione per altro non è casuale essendo l’autrice poetessa e pittrice insieme. La prima parte dell’opera presenta anche qualche racconto che a dire il vero sono vicino ad un’istantanea, un vero quadro. Le prime due parti, delle tre, delle quali si compone la raccolta, restituisce il tempo di un attimo, quello dell’occhio della scrittrice incantato, ma anche distante, la giusta distanza del pittore. Lo stile è soave e quotidiano e racconta con la semplicità di tutti i giorni senza la preoccupazione di impreziosire la parola quello che si trova di fronte; con quell’incantamento dell’adolescente che ci restituisce lo sguardo sulla vita senza filtri, dicendoci tutto, senza potersi trattenere, come in una confessione; senza metafore né filtri. Ci racconta così la grandezza dell’istante che sa di eternità come nella poesia ‘Sia pure il tempo di un istante‘ che dà il nome all’intera raccolta dove scrive ‘per un attimo qualunque’ ma che evidentemente è significativo, tanto da meritare una dedica.
Al centro di questi bozzetti di vita, l’incontro tra uomo e donna, colto nell’attimo dell’inizio di un amore, nel culmine della passione o nel suo illanguidirsi o ancora nel momento della separazione. L’atmosfera è intrisa di malinconia profonda e viene in mente l’acqua che è l’elemento più presente e che anche al livello simbolico è la fluidità del sentimento con il suo carico di gioia che fa da contrappeso al dolore e il senso del fluire che un po’ scivoa e un po’ trattiene con tutta l’incertezza della vita. Spesso l’acqua diventa mare, ma è sempre il confine della battigia, mai l’oceano o il mare nella sua immensità; è piuttosto il lambire, quell’attimo che è una linea sottile tra terra e acqua appunto. A volte è solo acqua, o pioggia o fiume o comunque c’è un rimando nelle immagini che rinviano all’acquaticità, perché ad esempio sono nuvole a forma di vascello.
L’acqua è anche quella del colore scelto per le illustrazioni, acquerelli appunto.
Impossibile per me non avvertire l’affinità con alcune composizioni della mia raccolta ‘Prima che sia buio’, anche se lo stile, il modo di restituire il sentito, il vissuto sono totalmente altro. Ma è sulle tematiche che pongo l’accento: l’incontro con l’altro al centro della vita, anche se Cristina lo restituisce distillato dall’emozione come il regista di un film. E ancora la presenza del mare come nella composizione ‘Giù, in fondo al mare’ che inizia con il verso ‘Non ci si stanca mai di guardare il mare/ inesauribile e rinascente/ Mare e pensiero non stanno mai fermi un attimo’. Non posso fare a meno di ricordare l’inizio del mio monologo ‘Prima che sia buio’ che dà il titolo allopera omonima: ‘resterei ore a guardare il mare/che non mi annoia …in perenne movimento…’.
Un altro spunto interessante che forse non tutti noteranno ma che la mia deformazione professionale di giornalista attenta alla comunicazione della sicurezza stradale mi ha fatto notare è la composizione ‘Dunque è così’ che inizia con i versi ‘Dunque è così che finisce un vita/ Sull’asfalto/in una sera di ferro e sangue’. E si conclude dicendo ‘L’ambulanza lampeggia, a intermittenza/con la vita che entra ed esce.’
La terza parte, quella che io ho preferito, è intrisa di un sentimento vivo, dove l’autrice è dentro, totalmente immersa e sommersa e ho un certo pudore in questo apprezzamento che accoglie l’autrice nel suo dolore per la perdita della madre. E’ un dolore immenso ma anche composto che non perde mai la grazia e si fa preghiera, lettera, semplice e confidenziale come l’affetto di una figlia. Voglio sottolineare che nella poesia di Cristina non c’è mai rabbia, lacerazione ma sempre una sofferenza che porta con sé dolcezza. C’è un aspetto che mi sembra valga la pena di sottolineare e che ancora una volta mi fa entrare in empatia con la prima parte della mia raccolta ‘Il rumore del cielo’ dove c’è la riscoperta dell’altro grazie all’assenza, una mancanza definitiva e senza appello e il dovere di ricordare: il diritto al dolore quando l’autrice dice ‘No, non ditemi che con il tempo si dimentica’. E ancora: ‘voglio silenzio/per conservare intatto il dolore’ che ha un che di prezioso e che vale la pena custodire e che ha in sé forza perché oltre la morte non c’è più paura. E’ paradossale ma l’autrice ci dice una grande verità: nella vita si è costretti a convivere con la paura della perdita ma quando la perdita ci coglie senza rimedio, ci addolora ma ci nutre con la propria memoria. Dipende solo da noi trasformare il dolore in ricchezza, la rabbia in accoglienza.

Sia pure il tempo di un istante
di Cristina Tirinzoni
Neos Edizioni
12,00 euro

Valneve


di Marco Caudullo

UNA CITTÀ AL CONFINE TRA IL NOSTRO MONDO E UN ALTRO

C’è il sogno, il presagio, addirittura l’allucinazione: l'ombra nera che dentro ognuno di noi giace sommessa, si rivela. Si fa strada nelle nostre vite in sordina, facendocene perdere il controllo. È l’altro io, anzi il volto nascosto dell'io, tanto alieno, come funzionale che si ribella e prende il sopravvento con il suo istinto maligno, noncurante, egoista, con il suo desiderio di morte. E tocca fare i conti con l'altra parte di sé, quell'anima oscura, di fronte a cui il corpo diviene inerme assecondandone, suo malgrado, il volere, andando incontro a ciò che il destino gli riserva. Tutto questo accade a Valneve, paesino sprofondato in una conca tra le montagne, perennemente immerso in una bruma che lo rende quasi surreale, come sospeso in aria; un regno delle favole…che come nella vita non è detto che vadano a finire bene. Racconti che sembrano anche un unico racconto a puntate dove ogni storia è un po’ a sé e un po’ si lega alle altre, con rimandi, richiami…come nella rete della vita. Un linguaggio assolutamente piano, senza orpelli e forse senza una ricerca particolare, nemmeno una cura apparente. E’ un linguaggio di tutti i giorni e per questo forse, se ricordiamo l’estetica barocca, genera l’effetto a sorpresa: ci costringe a pensare che quello che capita sotto i nostri occhi come un banale fatto di cronaca può rivelarsi meraviglioso o drammatico, talvolta semplicemente allucinante. O meglio può rivelare un mondo sotterraneo che è in noi.

Benevenuti a Valneve dove inizia il nostro viaggio in compagni di Marco Caudullo e dove forse finirà, in questo luogo non luogo in uno spazio di confine….
Il Prologo….Lettura
Motivare la scelta
Conversazione
Come definiresti Valneve se dovessi presentarlo come un genere letterario?

Premesso che non amo molto la suddivisione in generi, io lo definisco sempre come un genere a metà tra il noir e il fantastico. Il noir (o magari come si autodefinisce Montanari, post-noir) per i personaggi (spesso tormentati) e l'ambientazione (abbastanza cupa, nera). Il fantastico invece è inteso come da definizione di Todorov: una linea di confine molto sottile tra lo "strano" e il "meraviglioso".

Qual è il confine tra sogno e realtà?
Il confine tra sogno e realtà è lo stesso che c'è tra "strano" e "meraviglioso". Tocca al lettore scegliere dove collocarsi, e tuttavia la scelta migliore è camminare sul bordo, come un clown che passeggia su un filo.
La tua però è un'ottima domanda, assolutamente pertinente: in ogni racconto, tutte le volte che succede qualcosa fuori dall'ordinario – come un bambino che parla con un albero - il narratore è focalizzato sul personaggio, e non ci sono altri personaggi che possono confermare o negare quello che accade. Distinguere tra sogno (o allucinazione) del protagonista e realtà, è praticamente impossibile.

Valneve è il filo conduttore dell'opera? Anche se sembra molto sottile... Sì, in effetti è un po' sottile, ma non è l'unico filo conduttore. La morte, la separazione tra mondo di qua e mondo di là, l'ombra, sono anch'essi filo conduttore.

Sembra scomparsa l'origine siciliana ed è un timbro difficile da mettere da parte. E' una scelta o ti senti spontaneamente naturalizzato piemontese?
Bella domanda. Tra me e il Piemonte è stato amore a prima vista: ho abitato a Biella per quattro anni e se potessi ci tornerei. E comunque ancora ci lavoro. Valneve è nata a Biella, e forse, magari alla lontana, ne è una parente. Ma non è detto che prima o poi non inizi a scrivere sulla Sicilia.

Non sembra che l'autore stia dentro il libro ma sia piuttosto un vero cronista esterno. Ti riconosci in questa descrizione oppure c'è qualcosa di te anche se ben dissimulato al lettore poco attento?
Io cerco di tenermi sempre quanto più lontano possibile dal narratore. Le storie che scrivo provengono da fatti di cronaca, o mi vengono suggerite da persone che sento; a volte persino dalle emozioni che mi suscita una canzone. Ma mai da fatti personali. Anche se poi, è ovvio, dentro il testo in qualche maniera c'è sempre l'autore.
Forse l'unico racconto dove mi intrufolo un po' nella voce del narratore è l'ultimo: Con il verbo lontano dal soggetto.

La scelta del fanstastico sembra orientarsi al mondo nero che è in noi. Qual è lo stimolo dal quale ti sei mosso? Qual è il confine tra fiaba rosa e nera? C'è una continuità, un intreccio?
Bella, bellissima domanda. Lo stimolo mi è venuto dallo studio della psicologia nelle fiabe. Sono partito con Jung, per poi passare alla Von Franz e Clarissa Pinkola Estès. C'è una ricchezza nelle fiabe che è infinita. Il nero mi viene spontaneo perché quando ho iniziato a scrivere, ho iniziato con l'horror, anche se poi l'ho gradualmente abbandonato. Nel mondo delle fiabe c'è quasi sempre un intrecciarsi tra rosa e nero, non so quale sia il confine, se c'è. Ma a me piace accoppiarli.
A proposito di fiaba, ti rivelo una chiave di lettura. Un po' speravo che si capisse, e un po' volevo nasconderlo: Aria (il secondo racconto) non è nient'altro che la storia della Sirenetta. Cioè la storia di una ragazza che non riesce a sviluppare il suo lato artistico. Difatti il titolo “Aria” ha un'assonanza con "Ariel" che non è assolutamente casuale. E ti ricordo che nella prima scena della nota fiaba, la sirenetta salva il principe che sta annegando...

La dimensione è allusione, sogno o vera trasformazione? E' un nero che è in noi o attinto dalla cronaca?
Il nero è sia quello insito in noi, che quello attinto dalla cronaca. La prima parte dell'idea di un nuovo racconto mi viene da un fatto di cronaca. Dopo comincio a scavare dentro i personaggi, ed è una faticaccia…

Ed è forse in questo modo che gli altri facendoci da specchio ci conducono ad analizzare noi stessi.


Marco Caudullo nasce a Siracusa nel 1975. Laureato in Ingegneria elettronica, vive e lavora in Piemonte. Nel 2007 frequenta un corso di scrittura creativa in seguito al quale inizia a scrivere brevi racconti, soprattutto di genere fantastico. Dal 2008 a oggi suoi racconti vengono pubblicati in antologie edite da Delos Books, Terre di Mezzo, Edizioni Montag, Perrone Lab, Nuoviautori.org, e sulla rivista Short Stories. Con il racconto Fino alla fine del Mondo entra nella rosa dei vincitori del Premio Subway 2008, e con Come fantasmi vince il premio Vivendo e Scrivendo indetto dalla casa editrice Edizioni Cinquemarzo, in seguito al quale pubblica la sua prima raccolta di racconti, Mondi Paralleli

Valneve
di Marco Caudullo
Giulio Perrone Editore

Valneve - Prologo

Se la stessimo sorvolando, probabilmente non ci accorgeremmo neanche dell'esistenza di Valneve.
Con il cielo terso, resteremmo certamente incantati dallo spettacolo delle Alpi, dalle vette ghiacciate e i fiumiciattoli che irrorano di vita fauna e vegetazione.
Distolto lo sguardo dalle creste, dagli spuntoni e dai corsi d'acqua, a est, poco più in là del confine francese, la nostra attenzione verrebbe immancabilmente attirata dalla stanca maestosità di Torino. Solo in seguito, virando verso nord-est, lungo la linea dell'arco montano, separate da un muro d'altipiano, ci accorgeremmo di Ivrea e Biella, quest'ultima accovacciata ai piedi delle prealpi biellesi; e giù giù, scendendo svelti verso la “bassa”, troveremmo Vercelli e Novara, racchiuse nelle loro palle di vetro biancastro.
Ma di Valneve, ancora nessuna traccia.
Per scovarla bisognerebbe tornare su e cercarla attentamente, ben nascosta com'è tra territori che solo la legge attribuisce a questa o quella provincia, ma che infine appartengono soltanto agli abitanti di Valneve, a loro e a nessun altro.
E non c'è altro modo per snidarla che partire dall'alto e pian piano setacciarla: partire dalle terre dei funghi e della pioggia eterna – quella pioggia fine fine che evapora prima ancora di toccare il suolo – e dove il cielo è un soffitto troppo basso, per ridiscendere, adagio, verso la pianura, dove una nebbia che è un muro si erge dalla terra e ti circonda. Ti soffoca.
A metà di questo percorso, in quella regione di transizione che non è luce e non è ancora nebbia, ecco, è lì, in quel crepuscolo, che si nasconde Valneve.

Proviamo allora a usarla la fantasia, percorriamo un'immaginaria stradina che da Biella porta a Valneve. Ci troviamo a imboccare un sentiero che si attorciglia tra gli alberi di un bosco come un serpente si avvolge attorno alle gambe di un fachiro.
Non è raro trovare ai bordi di questa straducola, animali inusuali per chi vive in città: scoiattoli, procioni, istrici e, se siamo fortunati, piccole volpi. Ecco, silenzio! Proprio ora, tra quelle frasche, vediamo brillare alla luce della luna i vispi occhi di un cucciolo di volpe incuriositi dalla nostra presenza. Avviciniamoci, ma senza fare rumore. Ci guarda perplesso: probabilmente non ha ancora mai avvertito la presenza umana. Riusciamo quasi a toccarlo ma, proprio quando stiamo per posare la mano sul suo capo, si risveglia il suo istinto che riconosce nell'uomo un nemico e scompare nell'oscurità della boscaglia.
Un po' delusi, riprendiamo allora il nostro cammino e, dopo aver percorso appena un chilometro di questa spirale, finalmente, ci troviamo di fronte al cartello che ci dà il benvenuto a Valneve.
Con le sue vicende, a volte truci e violente, altre volte delicate e sognanti.
Con i suoi personaggi, esseri comuni alle prese con il mutuo, la carriera, lo studio; ma anche esseri non comuni come gatti che vengono da dimensioni parallele, saggi alberi parlanti, belle aliene dal sedere tondo e sodo.
Venite avanti, non abbiate paura.
Potete anche tenere gli occhi chiusi, lasciatevi prendere per mano e guidare.
Ma tenete le orecchie ben aperte.
Benvenuti a Valneve.

La Regina della notte


di Laura Fontanive

Il romanzo ha una tessitura sostenuta da un dialogo continuo, fitto, secco, qualche volta pungente, con pochi spazi lasciati a descrizioni sia esterne che interiori. Il linguaggio della Fontanive è contaminato dalla lingua parlata corrente, quella di tutti i giorni, di una coppia moderna, quasi televisiva. La prima parte si annuncia come una storia di oggi, come tante altre, una coppia che si ama, di un amore intenso non scevro dalle difficoltà del quotidiano, dai problemi di lavoro, al pendolarismo, alla delusione di storie finite ma anche la voglia di andare avanti, di sostenersi vicendevolmente. Eppure fin dalle prime pagine aleggia un clima claustrofico: leggendo avevo l’impressione di un cielo plumbeo sotto un diluvio costante. Nel corso degli avvenimenti, lentamente, si scivola verso lo svelarsi di un segreto che ognuno dei due protagonisti custodisce e che - si scopre nelle pagine finali - li lega intrinsecamente e inconsapevolmente. Il passato dei due personaggi, Gloria e Andrea, va verso un punto di raccordo, una confluenza che trascina il romanzo psicologico verso il noir, con una punta di fantasy ma anche di horror; qualcosa di disturbante. Eppure mentre la fantasia ha sciolto le briglie e cavalca libera accostando elementi di grande modernità quotidiana (una moto, un telefonino, conversazioni tra colleghi) a elementi fortemente simbolici, archetipi, c’è uno spazio per la dolcezza, come nei più tradizionali romanzi d’amore, dove l’affetto e le affinità elettive hanno la meglio e trionfano in un lieto fine che ha un po’ il sapore della fiaba. Tra i vari piani di lettura è impossibile non pensare ad una veste autobiografica dell’autrice con indizi chiari (le poesie citate come scritte dal padre della protagonista portano lo stesso nome, Fontanive, che non può essere casuale) ma non c’è mai una confessione, né una conferma: il coraggio mantiene una schermatura e ci si chiede se in questo atteggiamento ci sia un messaggio per il lettore. L’aspetto autobiografico emerge anche dalla passione per la Spagna della protagonista che è la stessa dell’autrice che abbonda di dialoghi in lingua come accade di solito nei film parlati in più lingue. Ma accanto a questo volto moderno nello stile e nel contenuto c’è posto per una simbologia da fiaba nera, la civetta, che è forse per me l’aspetto più interessante. Nel libro ci sono molti elementi e generi fusi insieme, mescolati, forse anche volutamente e una trama molto fitta di avvenimenti. Infine qualcosa di esoterico ed insieme di spirituale con un messaggio messo in bocca ad un sacerdote: “Dovete aiutarvi a vicenda e non suggestionarvi con le vostre paure”, che mi sembra la frase più originale del romanzo anche se molto semplice.

La Regina della notte
Colosseo Editore
12,00 euro

Appunti di un venditore di donne


di Giorgio Faletti

Lo scambio di libri è un dialogo con un mediatore, il libro stesso e l’autore. Un modo per aprire nuovi mondi e tessere reti. Uno dei vantaggi di ricevere un libro in dono è di avvicinarsi a letture che per inclinazione o per conoscenza non si sceglierebbero. In questo caso il vantaggio per me è stato duplice perché l’ho letto subito dopo un altro libro che mi è stato regalato, in quel caso dall’autore stesso, “Mira” di Oliviero La Stella, recensito in queste stesse pagine. Non è casuale l’accostamento perché in fondo raccontano vicende analoghe di potere e sesso, di prostituzione e disperazione, di sfruttamento, avidità, lusso e miseria insieme in due grandi città italiane, Roma e Milano. Ma con una profonda differenza: Mira è anche una fiaba che ci consente di sognare perché ristabilisce l’ordine delle cose o almeno un ordine, forse non quello delle regole ma almeno quello del cuore. “Appunti di un venditore di donne” è un romanzo spietato che racconta una Milano livida e sotterranea, quella dei giorni del sequestro Moro e preannuncia la Milano da bere con quella collusione che è di sempre – solo che talvolta dilaga e si fa più manifesta – e che per questo si dà per scontata e per accettata. E’ la Milano della collusione del potere con il sesso e un po’ alla deriva. E’ un mondo con volti noti ma anche anonimi perché alla fine sono tutti uguali e non c’è nessuno che si prende la briga di star fuori dal coro, di rischiare l’anima e forse a nessuno l’autore sembra affezionarsi (mentre c’è una vicinanza discreta e speciale tra Oliviero la Stella e Mira). Lo stesso protagonista partendo per un altrove molto lontano anche simbolicamente non si illude di trovare altro che fotocopie del mondo alle spalle-
Giorgio Faletti si muove nella città con la naturalezza di chi l’ha vissuta nella quotidianità e chi scrive – che ha abitato il quartiere della vecchia Fiera campionaria per anni – vi ha ritrovato vie, luoghi e indovinato che forse dietro l’Ascot Club si nasconde il famoso Derby. Sono così veri questi posti proprio perché non hanno nulla di oleografico, di noto al di fuori di chi ci è stato dentro.
Le prime righe portano al centro della vicenda del protagonista, soprannominato Bravo, evirato: sono le conseguenze dell’amore ad averlo reso un venditore di donne eppure la storia non si rivela nella sua interezza che nelle ultime pagine. Il corso degli avvenimenti si svolge con aderenza e fedeltà a quegli anni nel linguaggio e nei particolari, con un’anima noir arguta. Un giallo nel quale corrono crittogrammi, alcuni dei quali ci sono rivelati. Forse sono una metafora della personalità e della storia del protagonista. Ma non è dato sapere fino in fondo perché l’autore ha scelto di inserirli. Nella lettura si è trascinati a cercare di capire non tanto cosa accadrà nei fatti ma dentro i personaggi eppure non c’è soluzione, o meglio risoluzione né redenzione. Ci sono solo superstiti in cerca di un equilibrio precario, che si godono qualcosa che domani potrebbe non esserci più, ma senza l’affanno o la tensione a cogliere l’attimo, piuttosto una certa indolenza. Faletti ci dice che su un’isola, destinazione finale di Bravo e di molti altri, si è tutti un po’ superstiti, uomini anti eroi che non hanno trasformato il dolore in proposta. Viene da chiedersi: e che ne è dell’autore? O piuttosto chi è veramente? Cosa c’è delle sue notti milanesi di quegli anni? Non c’è in chi scrive nessuna curiosità morbosa, né ricerca biografica quanto il desiderio di capire il suo punto di vista, il suo messaggio. Ma ci sarà la volontà di lasciare un messaggio intenzionale al lettore o solo la voglia, il piacere di raccontare una storia che sia tutt’al più una testimonianza, cruda, diretta e senza didascalie come la vita, nel suo linguaggio talvolta volgare e assolutamente ‘di moda’?

Appunti di un venditore di donne
B.C. Dalai editore

mira


di Oliviero La Stella

Una storia di tutti i giorni, dei nostri giorni e delle nostre città, con Roma protagonista insieme all’Albania. Storia di una cronaca ordinaria, quasi banale, e per questo terribile che in alcuni momenti diventa georeferenziata. Sono luoghi nei quali sembra di camminarci dentro e che spesso è proprio così e allora ci sia chiede quanti dei volti che si incontrano abitualmente e casualmente, dei corpi che si sfiorano per sbaglio, dei quali non ci accorgiamo neppure, possono racchiudere storie come quelle di Mira. Ha il sapore di una fiction, la traccia per un docufilm come molti se ne sono visti in questi anni ma con un pregio in più: l’odore della fiaba che è quello che rende l’arte tale, che stacca lo sguardo del reportage da terra per farlo volare in alto e diventare una storia universale.
Il libro è un affresco della mediocrità diffusa, desolante perché non riesce a godere neppure dei propri vizi, del sesso che non ha il gusto della trasgressione ma solo l’ossessiva ripetizione di una perversione noiosa.
Il romanzo – e in un certo senso mi pare strano definirlo così – è scritto in uno stile diretto, crudo, senza abbellimenti, scarnificato e quotidiano che però spinge il lettore inesorabilmente avanti per capire che cosa accadrà fino alle ultime pagine, per me le migliori ed è un fatto che mi ha colpito perché quasi sempre anche i libri che non mi deludono non mi regalano il piacere dell’ultima parte. E’ una storia con molti particolari ma sempre essenziali e funzionali, senza fronzoli.
L’intreccio è progressivo e due storie si avvicinano, quella della protagonista, la ragazza albanese che dà il nome all’opera; e quella di una coppia profondamente sola, che si è persa negli anni inaridendosi. “La sua esistenza era stata di plastica e compensato come i mobili che lo avevano reso ricco”. Sono due fallimenti diversi ed ugualmente dolorosi, dove alla fine fa capolino la speranza.
La protagonista ne esce con un ritratto lucido, che ci restituisce una figura amorale in un certo senso, forse per la distanza che lo scrittore mette nel giudizio. E’ una figura sciupata dalla vita, che conserva però una certa tenerezza e anche una sua freschezza, malgrado tutto. Sogna senza illudersi, consapevole di chi è soprattutto agli occhi degli altri, come lo può essere una persona intelligente.
Il finale non è aperto ma sospeso, nell’incertezza che è propria della vita che sembra confermarsi come più fantasiosa della nostra immaginazione. Sembra che Mira ci dica che non bisogna arrendersi mai, anche se non è detto che ce la faremo, ma che tentare (il ritorno a casa per lei) è già intravedere la meta.
E’ bello a mio parere il messaggio che viene in un modo che potrebbe apparire banale, la consegna del denaro, perché ci spinge a riflettere sul fatto che la fortuna può arrivare in tanti modi, inaspettati, come i suoi messaggeri e dipende assolutamente da noi l’uso che se ne fa.
“Avrebbe preso il taxi collettivo a Tirana…Dentro di lei montò struggente il desiderio di andare a rivedere tutto questo…Certo sarebbe stata dura ... Chissà se ce l’avrebbe fatta. Avrebbe comunque bussato”.

mira
Fazi Editore
euro 15,00

Retayan - La straordinaria avventura di una principessa orientale


di Anna Maria Persia

Una fiaba scritta con la semplicità cristallina, la tenerezza e una certa leggerezza di chi sta dalla parte dei bambini. E’ un approccio non banale perché non è scontato che chi vuole rivolgersi all’infanzia lo faccia sedendosi per terra per essere alla loro altezza, usando una gestualità morbida ed immediata. Anna Maria non si guarda mai allo specchio, non c’è nulla di compiaciuto nel raccontare quella che è stata la sua fiaba: una semplicità quasi disarmante, senza effetti speciali. Potrebbe essere letto, questo atteggiamento, come la voglia di raccogliere l’infanzia, soprattutto quella ‘sospesa’, come la definisce nella dedica, anche se non necessariamente violata, per quello che è l’essere bambino, ancora incontaminato dalla proiezione del nostro immaginario e dei nostri desideri. Ci sono solo fate invisibili e suore in questa fiaba, elementi magici e lontani ma anche molto classici nonché il simbolo della cura di una tradizione nostrana. Anche l’ambientazione è tipicamente fantastica, il castello che non si trova in nessuna cartina geografica, l’oriente – che è il luogo del fantastico per eccellenza – ma anche un senza tempo che potrebbe essere dei giorni nostri. E’ curioso questo rimando tra il vicino e lontano, quello che è sotto casa nostra, incarnato nel reale e quello che è immaginifico. La chiesa che ci accoglie in un momento di sconforto, di pausa dalla vita cittadina e il castello che galleggia nel cielo. La scrittrice sembra dirci che il desiderio fa parte del nostro essere vivi e veri anche quando ci fa male perché è deluso; che la speranza è un nostro diritto che dev’essere alimentato e un dovere da coltivare; che la felicità è possibile e non bisogna arrendersi lungo il cammino che può essere lungo e faticoso… come la storia di un’adozione. E ancora che la realtà supera la fantasia e la felicità è una conquista semplice ma non per questo banale. In fondo nella sua essenzialità la favola sembra dirci che l’amore sincero e la gioia che scaturisce dall’incontro di uno sguardo è il vero miracolo, da sempre uguale e che è questa la vera fiaba. Almeno a me sembra. E credo che la vera dedica sia a chi cerca il proprio sguardo in un bambino, a tutti i genitori mancati che sembrano avere ancora più bisogno dei loro bambini ‘sospesi’.

Retayan
La straordinaria avventura di una principessa orientale
Infinito edizioni
9,00 euro