mercoledì 5 dicembre 2012

Da Editoriaraba "Focus su Romanzo arabo moderno e politica: le riflessioni di Elias Khoury"


Il grande romanziere ed intellettuale libanese Elias Khoury (autore di "Il viaggio del piccolo Gandhi", "La porta del sole", "Facce bianche", "Yalo") è stato di recente a Parigi, ospite dell’Institut National des Langues et Civilisations Orientales, dove ha parlato del complesso rapporto tra letteratura e politica.

di Annamaria Bianco*

Elias Khoury, nato a Beirut il 12 luglio del 1948, è uno scrittore e intellettuale libanese molto noto sul panorama internazionale e tradotto con altrettanto successo, tanto in Francia che altrove. 
Quest’anno è stato ufficialmente invitato a Parigi, per un dibattito con gli studenti del “Langues O’” – ovvero dell’Institut National des Langues et Civilisations Orientales per dirla in maniera meno gergale - svoltosi alla fine di novembre. Affatto a disagio nell’ambiente universitario, probabilmente grazie ai suoi periodi di docenza alla Columbia University di New York e all’American University in Libano, esperienze alle quali ha sempre unito il lavoro di giornalista per Al-Nahar. 
Affiancato al suo percorso letterario, quello da militante per la liberazione della Palestina, firmatario assieme a Mahmoud Darwish, Samir Kassir e Adonis, per un totale di tredici nomi, di una dichiarazione contro il nuovo olocausto perpetuato da Israele a Gaza nel marzo del 2001. E, per questo, senza alcun dubbio una fra le personalità più adatte per discutere di “Romanzo arabo moderno e politica”, l’oggetto del dibattito animato da Sobhi Boustani, docente di letteratura moderna dell’ateneo, e Katia Ghosri. 
E’ umile e autoironico Elias Khoury, che ha esordito in apertura di discorso affermando di essere l’esempio che il Libano non è affatto francofono, per giustificare una mancata padronanza della lingua del paese ospitante, in realtà subito smentita dalla fluidità del suo pensiero e dalla prontezza nella risposta. E, pur seduto dietro la scrivania, non ha preteso di possedere la verità assoluta sull’argomento del giorno, affermando di non essere forse mai realmente riuscito a comprendere il legame esistente tra scrittura e politica fino allo scoppio della Rivoluzione Siriana. 
Un evento che l’ha toccato da vicino. E non solo geograficamente, dal momento che considera i suoi compatrioti e i siriani, come “un solo popolo in due paesi”. E’ stato allora che ha cominciato a dare forma concreta alle riflessioni di una vita: la letteratura nella sua esplosione ha, per forza di cose, legami diretti con la politica, ma non coincide con quest’ultima, dal momento che non si interessa in primo luogo ai suoi sviluppi, quanto piuttosto alla percezione, e alla comprensione, delle vibrazioni della storia. 
Pertanto, il vero scrittore impegnato è praticamente obbligato ad essere critico. E’ colui il quale riesce a mettere da parte il proprio io, liberandolo da prese di posizione dirette, per dare piuttosto la possibilità di esprimersi alla gente privata della libertà di farlo. E non c’è alcuna contraddizione in questo, perché è soltanto così che il lettore, “il vero autore dell’opera letteraria”, può riuscire davvero ad identificarsi col frutto del lavoro dello scrittore.
Ed è questo quello che Khoury aveva cercato di fare già a partire da opere come “رائحة الصابون”del 2000 (tradotto in inglese col nome di “Gates of Sun”), nel quale non ha voluto descrivere in primo luogo la Palestina e la Naqba del ’48, che non è mai stata raccontata interamente perché non ancora conclusasi, quanto piuttosto i problemi umani derivanti dal suo contesto storico e politico. La vera grande sfida è stata per lui descrivere una storia d’amore senza fine, nel quadro di una tragedia. 
E lo stesso ha fatto prima ancora con “الوجوه البيضاء” nel 1981 (letteralmente “I volti bianchi”, ma apparso col titolo di “The Littles Mountains” in inglese), arrivando persino a deludere i propri compagni con la sua presa di posizione, per la quale l’impegno politico non può risultare più importante della narrazione delle vicende individuali. 
La letteratura riempie i vuoti della storia, descrive la storia dei vinti, mentre la storia è scritta dai vincitori.
La letteratura è la Storia, con la “s” maiuscola. 

*Studia francese ed arabo classico all’Università di Napoli l’Orientale, ed è iscritta all’ultimo anno del corso di laurea triennale in Lingue, lettere e culture comparate. Attualmente, si trova in Erasmus a Parigi presso l’Institut National de Langues et Civilisations Orientales (INALCO), dove ha cominciato a studiare anche siro-libanese. Da luglio 2012 è giornalista pubblicista e collabora con Frontiere News. 

martedì 4 dicembre 2012

Da editoriaraba: "Un reading di poesia arabo-palestinese"


La selezione di "Non sparisco dalla terra", interpretato da Cam Lecce, Michelangelo Del Conte e Jörg Grünert,e composto da brani di poesia e narrativa arabo-palestinese tradotti e scelti da Wasim Dahmash, saggista, editore, docente e traduttore. 
Il criterio della selezione utilizzato da Dahmash ha rispecchiato il motto dell'attivista italiano ucciso un anno fa, Vittorio Arrigoni: nei brani che si sono succeduti, abbiamo potuto ascoltare una Palestina fatta di piccole cose, dei piccolo gesti della vita quotidiana. La donna, raccontata da Samira Azzam, che fabbricava candele per cristiani e musulmani, il suonatore di campane di Ibrahim Nasrallah, fedele al proprio lavoro fino alla morte, la dolente nostalgia del pane, del caffè e della propria madre, sentita da Mahmoud Darwish.
Ibrahim Nasrallah, tra l'altro, scrittore e poeta palestinese contemporaneo, ha composto una poesia in memoria di Vittorio Arrigoni, dal titolo “Hanno ucciso tutti”. È stata tradotta in italiano da Wasim Dahmash e la trovate su Editoriaraba, dove ci sono alcune foto della serata e un file di ascolto.

domenica 2 dicembre 2012

Da Editoriaraba: "Qatar, carcere a vita per quattro versi"

di Rabii El Gamrani

La vicenda del poeta del Qatar incarcerato a vita per i versi di una poesia inneggiante alla rivoluzione tunisina e alla protesta contro i regimi arabi ha fatto il giro del mondo, rimbalzando sui social network e sui siti Internet che fanno informazione ai quattro angoli del globo. Una sola eccezione: al-Jazeera, il canale tv satellitare (nato su iniziativa personale dell’emiro del Qatar!) più famoso del mondo arabo non ha riportato la notizia né in inglese né in arabo.
Su editoriaraba la traduzione del poema
Che cosa hanno in comune questi personaggi: Vladimir Majakovskij, Silvio Pellico, Nazim Hikmat, Lazer Radhi, Mahmud Darwish e Mohamed Ibn Al Dahami Al Ajami?
Sono tutti poeti e sono stati in carcere a causa delle loro poesie. Uno di essi però è ancora in carcere e ne avrà per tutta la vita.Lo scorso 29 novembre, il tribunale penale di prima istanza di Doha, nel Qatar, ha condannato il poeta Mohamed Ibn Dahami Al Ajami all’ergastolo, laddove significa il carcere a vita.  La vicenda risale ad un anno fa, per l’esattezza al 16 novembre dello scorso anno: il poeta Al Ajami, molto popolare nel Qatar e in tutta l’area del Golfo per i suoi componimenti dialettali dai tuoni rivoluzionari, fu trascinato in carcere per via di una poesia. Anzi, voglio essere pignolo come quelli che l’hanno condannato: Al Ajami è stato condannato non per tutta la poesia, ma per quattro versi del suo poema. Al Ajami, in un impeto di entusiasmo dopo la rivoluzione tunisina, pensando di trovare un terreno fertile vista la copertura mediateca positiva che Al Jazeera ha riservato ai motti rivoluzionari del paese magrebino, ha inneggiato alla caduto di Ben Ali usando parole forti nei confronti di tutti gli altri regimi dittatoriali ancora in piedi. Tra l’altro si tratta di improvvisazioni poetiche dialettali e orali, nessuna scrittura o stampa è stata fatta della poesia, e l’unico canale di veicolazione della voce di Al Ajami mentre declama il suo poema è stato Youtube. Il poema è stato ripreso da un social network all’altro fino a diventare una specie di grido alla rivolta nel “ridente” Qatar. E le reazioni delle autorità non si sono fatte attendere. Nel preciso momento in cui il Qatar e il suo “braccio armato” Al Jazeera, facevano la voce grossa contro Ben Ali, Mubarak, Gheddafi e Al Assad, aprendo gli studi televisivi della potente e diffusissima emittente a oppositori e dissidenti, un poeta di 36 anni veniva trascinato in carcere per un poema. Dopo un anno di detenzione in isolamento assoluto, ieri è arrivata la sentenza: carcere a vita per aver incitato alla sovversione, offeso l’emiro e la sua famiglia. Al Jazeera con il suo motto “L’opinione e l’opinione contraria” non ha ritenuto necessario scrivere neanche una riga su Al Ajami. Per ora le reazioni internazionali alla condanna di Al Ajami sono confuse: il sito di Amnesty International riporta la notizia e chiede la mobilitazione a favore del detenuto, ma l’impressione è che si sia svegliato all’improvviso da un profondo sonno durante il quale si è consumata una tragedia a cui ora tenta di reagire confusamente. Tuttavia la più clamorosa e “divertente” delle iniziative è quella organizzata da un gruppo di poeti del Golfo che chiedono il rilascio del loro collega con una modalità piuttosto originale: ognuno ha composto una poesia d’elogio all’emiro del Qatar per ricordargli il valore del perdono, chiedendo a sua maestà di mostrarsi clemente nei confronti dell’umile suddito poeta.

Per quanto poco possa valere la mia voce, insieme alla vostra può essere almeno una testimonianza e un risveglio per le nostre coscienze per il grido libero dell’arte. Proviamoci. Invito tutti i lettori di questo commento a cliccare su mi piace e a diffonderlo.

sabato 1 dicembre 2012

Cosa sanno le nuvole? di Paolo Sottocorona

Sotto forma di diario di viaggio e con la leggerezza della fiaba, il Giornalista Paolo Sottocorona, meteorologo di Omnibus e del tg della notte de' LA7, racconta le previsioni del tempo ai bambini. Il messaggio più importante al di là del contenuto pregevole e originale per l'idea - che unisce chiarezza didattica e rigore filologico, con il gusto della curiosità - è l'invito a non perdere il piacere di raccontare e trasmettere quello che si conosce. E' un lavoro che nonno Paolo, spogliandosi del suo ruolo mediatico, fa con allegria e spontaneità scegliendo i bambini, che sono il serbatoio della curiosità della vita e, in questo caso, la vivace Artemisia. Il racconto segue il viaggio per riportare dalla montagna romana la nipote in Guinea Bissau dove vive, prima in macchina fino all'aeroporto di Roma Fiumicino, quindi a Lisbona per una breve sosta turistica e infine in volo a Bissau. L'andamento sembra quello di un tenero dialogo platonico che, appunto, si può leggere a più livelli sapendo che le domande ingenue e insistenti ma mai banali dei più piccoli ci costringono a chiarire i nostri pensieri, a non sfuggire alle difficoltà e soprattutto a imparare a 'rendere l'idea' al di là dei termini. Come insegna Socrate non è più facile fare domande che dare risposte anzi il difficile è 'mantenere la direzione della domanda', portando l'altro per mano, seducendolo appunto. In un linguaggio semplice che attinge alla quotidianità che ci sta intorno, corredato da illustrazioni da fumetto si imparano e si ripassano molte nozioni, senza perdere il gusto dell'informazione con la giusta terminologia e l'origine dei termini, cominciando da ‘meteorologia appunto’. E ancora l'origine del nome dei venti; il ciclo dell'acqua; la relazione tra fulmine, lampo e tuono; il diverso processo che porta alla formazione della neve e della grandine. Per arrivare ai consigli pratici in caso di temporali e trombe  d'aria; fino a considerazioni sul clima e l'inquinamento. Al di là dello spartito sui diversi fenomeni atmosferici suona un'altra colonna sonora. Lo studio che da sempre ha affascinato gli uomini sul tempo che farà è tuttora nel segno della probabilità come ogni riflessione sulla vita e sul futuro. Come ci ricorda l'autore infatti "La meteorologia è la meno esatta tra le scienze ma la più precisa tra le arti" e parla del lavoro affascinante (e rischioso, ndr) che è l'interpretazione. Infine, ogni nota che si legge ne contiene un’altra che mi sembra sia nel segno della condivisione, della ricerca e della cura della vita, di cosa ci sta intorno e di chi ci sta intorno ; Lo stesso autore ricorda un detto – che cita come proveniente dal Kenya, probabilmente – che il mondo non si riceve in eredità dai propri genitori ma in prestito dai propri figli. Mi sembra che possa accompagnarsi ad un altro proverbio africano, « se vuoi andare veloce vai solo; se vuoi andare lontano, vai insieme ».
Da leggere insieme ai propri piccoli, soprattutto per lo spartito invisibile che contiene.


Cosa sanno le nuvole? 
di Paolo Sottocorona
FeltrinelliKIDS
13,00 Euro
Il corrispettivo dei diritti  d'autore è devoluto a Emergency l'isola che c'è

venerdì 30 novembre 2012

2012 Crisi del Capitalismo? di Enea Franza

Contro la crisi globale, una nuova etica dell’agire economico
A colloquio con l’Economista Enea Franza

Un saggio di economia, con un excursus storico di pregio, uno stile piano ma non troppo divulgativo, preciso come la didattica ma anche un documento di ricerca autentica. L’autore è animato da spirito critico e con grande umiltà dichiara di lasciare agli economisti di professione analisi e tesi. Questo suo saggio è piuttosto un susseguirsi di domande non retoriche – come fa notare Gianfranco Fini nella prefazione – che cerca altresì, senza mettersi in cattedra, di offrire delle risposte. Il focus sulla crisi attuale che dura dal 2007-2008 e il confronto con molte delle crisi precedenti, è lo spunto per una proposta politica più che strettamente economica, per nulla scontata, né genericamente ottimista o buonista. La democrazia è l’unico strumento in grado di sostenere un’economia sana e l’invito è ‘temperare’ la globalizzazione che ha affidato tutto il potere al capitale, favorendo i più ricchi e aprendo sempre più la forbice tra i diversi livelli sociali. Con il risultato di strangolare la cosiddetta classe media che è l’unica che sostiene una democrazia compatibile con il libero mercato. Forzando un po’ la mano e spingendo l’autore a darci una ricetta di base, emerge la necessità di una ridistribuzione del potere agli stati rendendo il capitale solo uno strumento della politica e non viceversa. Interessanti, a mio parere, soprattutto le considerazioni inerenti l’impatto che l’immigrazione ha sull’economia. Anche su questo argomento l’invito è alla moderazione, fuori da ogni interpretazione ideologica o meglio sentimentalistica (ndr). La preoccupazione di Enea è che un’immigrazione selvaggia alimenti un nuovo schiavismo umano, inaccettabile moralmente, creando oltre tutto danni all’economia.

Come nasce questo nuovo libro?
«Dalla domanda finale che mi ero posto nel saggio precedente, Crack finanziario: “Il capitalismo finirà?”. Avevo necessità di capire le prospettive, dopo che, nella crisi originatasi nel 2007, gli Stati erano intervenuti per coprire i buchi nelle casse delle banche e mi sono chiesto, in caso di mancato sviluppo economico, se sarebbe stato messo sotto scacco il capitalismo stesso».

Stiamo vivendo una crisi congiunturale oppure una crisi sistemica?
«Le crisi economiche sono una costante del capitalismo. Gli studiosi di economia hanno calcolato che, dal 1600 ad oggi, si sono avute più di quaranta crisi internazionali: mediamente una ogni otto anni. Nel mio libro spiego in dettaglio quelle storicamente più rilevanti: dalla crisi dei banchieri fiorentini del 1343, alla “crisi dei tulipani” in Olanda del 1637; dalla “bolla dei mari del sud” del 1720, alle crisi più recenti, come ad esempio quella delle dot-com, generata dall’euforia per la new economy di Internet.
Tra le tante, voglio ricordare in particolare il cosiddetto “Panico dei banchieri”, la prima grande crisi globale del Novecento. Nell’ottobre del 1907 l’indice azionario di Wall Street perse il 37%. In tutta l’America folle di risparmiatori diedero l’assalto agli sportelli delle banche e il sistema del credito rimase paralizzato per mesi. La storia economica spiega così le origini di quel disastro: l’eccesso di investimenti immobiliari, il credito facile e le manipolazioni dell’alta finanza: le stesse cause che sono all’origine della crisi attuale!»

A cosa è dovuta la continua instabilità del sistema capitalistico?
«La teoria economica, nel tentare d’individuare l’origine delle crisi, distingue le crisi che si generano sul lato reale dell’economia da quelle che nascono a livello finanziario per poi espandersi alla produzione e al commercio. Le crisi che hanno origine dalla parte reale dell’economia sono poi distinte in crisi da shock della domanda e crisi da shock dell’offerta. Ma il quadro storico non sarebbe completo se non citassimo anche le cosiddette “crisi atipiche”, come quella del “Lunedì nero” del 1987, la cui responsabilità fu attribuita ai sistemi informatici delle transazioni di Borsa, che erano ancora in fase di prima applicazione: accadde così che vendite inizialmente contenute furono amplificate dagli ordini automatici, alimentando in modo esponenziale una discesa che altrimenti avrebbe potuto essere “fisiologica”».


giovedì 29 novembre 2012

La libreria Azalai

Prima libreria in Italia dedicata al mondo del viaggio e alle culture 'altre'

"Tunisi, taxi di sola andata" alla Libreria Azalai di Milano

Giovedì 29 novembre 2012

Con il collega Christian Elia, inviato di "PeaceReporter"



La top ten dell'arabista


Su editoria araba


Il blog di letteratura araba propone un gioco da inviare a editoriaraba@gmail.com per neofiti ed esperti. La propria classifica dei libri imperdibili. E' divertente ed è uno spunto per un percorso o per un regalo.


Top ten dell’arabista di Rabii El Gamrani


1 – Mohamed Choukri: Il pane nudo (Marocco)

Questo libro costituisce uno spartiacque per il romanzo in Marocco, non tanto per la qualità dell’opera quanto per la sua audacia e il coraggio dell’autore nel mettere in scena il quotidiano degli emarginati. La spigliatezza di Mohamed Choukri nel raccontare la sessualità dei personaggi, la loro miseria e la violenza del mondo dove si muovono l’ha condannato alla censura. Di fatto il libro è rimasto proibito per lunghi anni in Marocco, e quando l’Università americana di Beirut decise di includerlo nel programma di letteratura araba all’inizio degli anni duemila le polemiche non mancarono. Ancora di grande attualità.

 

2 – Kateb Yassine: Kateb Nedjma (Algeria)

La storia personale di Kateb Yassine, la qualità del suo verbo, il suo apporto nell’arricchire la lingua francese e la letteratura “francofona” fanno di lui un esponente di spicco nel panorama della letteratura araba. Nedjma segna la nascita della letteratura magrebina scritta in francese, ed è utilissimo non solo in una chiave puramente letteraria, ma anche sociale ed antropologica.

3 – Abu’l-Qasim Ash-Chabbi: I canti della vita (Tunisia)

Difficile pensare alla poesia araba contemporanea senza evocare il nome di Ash-Chabbi. I suoi versi rivoluzionari a distanza di più di 70 anni sono ancora nei cuori e sulle labbra di tutti gli arabi. La primavera araba ha dato lustro ad un poeta che non è mai stato dimenticato. Un classico/contemporaneo che si inserisce nella grande tradizione poetica araba, quindi è una lettura che permette di capire sia il passato remoto e recente della poesia araba, ma anche il suo presente.

4 – Ibrahim Al Koni: La patria delle visione celesti ed altri racconti (Libia)

Di gran lunga Al Koni è il più grande romanziere libico ancora in vita. La patria delle visioni celesti è un romanzo mistico e poetico che racconta il deserto e la sua purezza. La scrittura di Al Koni è pacata e dolce, ma nasconde tante insidie. Il lettore deve sempre stare allerta, ogni frase è una sfida, un puzzle che inserito nell’insieme del testo e dell’intento del suo autore forma uno strepitoso mosaico in cui il protagonista assoluto è la lingua e la vastità del deserto, elementi nei quali noi appariamo molto piccoli. Sono ossessionato dal deserto, quindi è una lettura che non posso non consigliare.


5 – Gamal al-Ghitani : Al-Zayni Barakat (Egitto)

Leggere Al-Ghitani equivale a leggere molti scrittori arabi: la sua formazione da uomo e da scrittore deve molto al premio Nobel Naghib Mahfuz, quindi c’è anche un po’ di quest’ultimo nella narrativa di Al Ghitani; lui a sua volta ha influenzato, e continua a farlo, intere generazioni di scrittori arabi. Al-Zayni Barakat è il suo capolavoro, dove inventa un modo nuovo e innovativo di rileggere la storia remota mettendola al servizio della contemporaneità. Con un colpo da maestro lo scrittore egiziano mischia la ricca tradizione folcloristica dell’Egitto, la mitologia egizia e la storia medioevale egiziana per perfezionare un romanzo di denuncia politica e sociale. Una tappa fondamentale nella letteratura araba.

 

6 – Tayeb Salih: La stagione della migrazione a Nord (Sudan)

. Il Sudan, quasi a margine del mondo arabo, ha dato i natali ad uno dei più grandi scrittori arabi. Questo è un romanzo che ha fatto epoca stato fra i primi romanzi arabi, ed assolutamente il più importante della sua epoca, ad aver indagato il rapporto conflittuale e sofferto fra l’Oriente e l’Occidente, quindi è una narrazione che si pone verso l’esterno, senza tuttavia trascurare, tutt’altro, il fronte interno. La descrizione dell’Inghilterra si alterna alla descrizione del Sudan rurale con il suo tessuto sociale ed umano. Ed è tutt’ora, a distanza di quasi quarant’anni dalla sua uscita, uno dei testi più letti e tradotti. Salih ha scritto diversi altri romanzi, ma questo rimane il suo capolavoro in assoluto.

7 – Ghassan Kanafani: Uomini sotto il sole (Palestina)

Sforzatevi di leggerlo in arabo, nessuna traduzione gli ha mai reso giustizia. Una bellissima e tristissima epopea che racconta il dramma palestinese attraverso la tematica della migrazione, quindi è doppiamente attuale. Un romanzo fondamentale nella mia formazione da uomo e da appassionato di letteratura.


8 – Mahmud Darwish: Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine (Palestina)

Un nome fondamentalee conditio sine qua non per il mondo arabo.  

 

9 - Nizar Qabbani: Il fiammifero è in mano mia e le vostre piccole nazioni sono di carta (Siria)

E’  il poeta dell’amore per eccellenza. Colui che ha ispirato i corteggiamenti più dolci e convincenti di intere generazioni di uomini arabi. La sua poesia è pura bellezza. Ha scritto sull’amore delle donne e della patria, omaggiando la prima e denunciando la seconda, ma la sensualità dei suoi versi non è mai mancata sia in pace che in “guerra”.


10 – Hoda Barakat: L’uomo che arava le acque (Libano)

L’unica donna della lista. Un romanzo spettacolare, caotico, metaforico che racconta il Libano con le sue disgrazie e bellezze, che racconta l’Uomo in tutti i suoi stati d’animo. Assolutamente da leggere.

lunedì 26 novembre 2012

Editoriaraba e l'incontro inaspettato con Sonallah Ibrahim


Uno scrittore egiziano non conosciuto dai più


di Antonello Capogrossi *


Il blog di letteratura araba ci propone lo scrittore egiziano Sonallah Ibrahim, per me sconosciuto, che è venuto di recente in Italia per partecipare alla Settimana della Lingua araba e della cultura egiziana di recente. Letteratura, libertà personale e coraggio delle proprie idee si fondono indissolubilmente nella vita e nelle opere di questo uomo, che cela dietro la proprio piccola statura, un coraggio e uno spirito da grande eroe.

"Non conoscevo nulla di lui, se non qualche piccola reminiscenza dell’esame di letteratura araba, ci racconta l’autore di questo articolo. Poche informazioni, due soli romanzi disponibili in italiano, la prigione, la censura, il comunismo", ci racconta l'autore. Racconta della sua vita, delle sue opere, della prigione, dell’Egitto, della rivoluzione, di Nasser, di Sadat, della donna e tanto altro.
Perché scrivere di questo incontro? Sonallah Ibrahim non è venuto a Roma per raccogliere lodi, applausi e firmare autografi, è venuto per seminare. Ed è un peccato, abbiamo tutti perso una grande occasione, che eravamo così numericamente ridotti. Ma spero che quel seme che Sonallah Ibrahim ha lasciato in me, possa raggiungere qualcun altro.

La commissione e Warda sono le opere tradotte in italiano.

Sonallah Ibrahim è stato ospite della lezione di letteratura araba, presso la Caserma Sani (sede del dipartimento di Studi Orientali) e il collega è rimasto colpito dalla sua forza comunicativa. “Anche qui pochi presenti, una dozzina di studenti di cui solo tre o quattro avevano letto i suoi libri, qualche curioso, qualche appassionato di letteratura araba. Sonallah Ibrahim, sorridente, non si è sottratto a nessuna domanda, rispondendo con generosità ed entusiasmo. Ha detto di sentirsi ringiovanito in mezzo a tanti ragazzi e alla fine di tutto, era lui che ci applaudiva.
Parlando della sua vita ha raccontato di come sia stato condannato al carcere nel ’59 per essere stato membro del partito comunista. Si era rifugiato per un mese in un piccolo villaggio ma poi era stato catturato. Ha raccontato di come in prigione la scrittura fosse l’unica vera libertà e di come si fosse opposto alle torture e alle umiliazioni, non con la forza fisica, di cui naturalmente non dispone, ma con la forza delle idee e della parola. Ha sottolineato così la grandiosità della sua unica arma a disposizione, qualcosa che sarà un denominatore comune in tutta la sua vita.
Saranno i suoi romanzi, scandalosi, censurati, sarà il suo linguaggio crudo, a volte anche sarcastico, a scagliarsi contro le logiche del potere, i soprusi e le ingiustizie sociali. Uno scrittore che nelle sue opere rievoca aspetti della sua vita, afferma i suoi ideali e libera i suoi sentimenti, tutto perfettamente collegato (fedele ai principi di realismo di Hemingway cui fa riferimento) in un filo conduttore per cui, dietro ogni frase e dentro ogni opera, c’è un pezzo di vita di Sonallah Ibrahim, che si impara a conoscere. Così come nelle sue parole rileggevo pagine dei suoi libri, nei suoi libri continuo a vedere immagini della sua vita.
È Sonallah Ibrahim che nella Commissione, all’interno di un processo di impostazione kafkiana, non cede al potere: non racconterà quello che vogliono loro e non smetterà di raccontare la verità, di far scorrere libera la sua penna sui fogli bianchi, a qualunque costo. Ci ha raccontato di come negli anni il regime abbia provato a censurarlo, attraverso l’ipocrisia tipica dei tiranni arabi. Una volta il ministro della cultura gli offrì una borsa di studio per un anno (con il compenso economico più alto) che il governo egiziano destinava agli intellettuali senza lavoro o in difficoltà economiche. Al Ministero si erano preoccupati delle condizioni di vita di Sonallah Ibrahim, che decise di licenziarsi da giornalista per dedicarsi completamente alla letteratura. In realtà, come lo scrittore ci ha spiegato, dietro questo tentativo benevolo si celava l’intento di renderlo uno schiavo, uno dei tanti, di un sistema per cui tutti erano in debito con il regime. Se avesse accettato quei soldi non sarebbe stato più libero, di scrivere, di denunciare, di sferrare attacchi frontali al potere.
Ma a questo proposito l’evento più emblematico è avvenuto senza dubbio quando, qualche anno fa, sotto il governo di Mubarak, gli era stato assegnato un prestigioso premio letterario. In una sala del Teatro dell’Opera del Cairo gremita, con le autorità egiziane in prima fila, il ministro aveva annunciato il nome del vincitore: Sonallah Ibrahim. Nessuno aveva fiatato, nessuno si era alzato a ritirare il premio, tantomeno lo stesso Sonallah Ibrahim, che era rimasto al suo posto tra lo sgomento dei presenti e l’irritazione delle autorità. Tra i suoi amici, tra gli intellettuali, in molti avevano pensato che lo avrebbero arrestato seduta stante; il regime, se lo avesse fatto, avrebbe apertamente ammesso la sconfitta, avrebbe ammesso che Sonallah Ibrahim raccontava e racconta ancora (ormai conosciuto anche fuori dall’Egitto, poiché numerose traduzioni sono state fatte nella maggior parte delle lingue europee) la pura verità. Lo avevano lasciato al suo posto, delusi per non aver potuto assoggettare la libertà artistica dello scrittore al volere e al sostegno della loro politica, ma in un certo senso consapevoli del fatto che le parole non avrebbero mai scatenato nulla, che il potere nelle loro mani, sarebbe stato sempre un’arma così potente da far tacere chiunque.
La storia non è andata così, la primavera araba ha restituito vitalità ed energia ad una società egiziana che sembrava non esistere, e tutto è partito da una parola: hurriyah che ha saputo diffondersi tra i giovani, attraverso le nuove forme di comunicazione dei social network.
Una parola che è stata l’inno di battaglia di tante ragazze, che hanno affiancato i loro compagni uomini verso la strada della libertà e della democrazia. Eroine del nuovo millennio, con jeans e cellulari, eroine come Warda, la protagonista femminile dell’altro romanzo tradotto in italiano.
Sonallah Ibrahim ci ha spiegato la sua scelta di un personaggio femminile e dell’importanza delle donne nella primavera araba. Warda è una ragazza intelligente, istruita, contraria alle convenzioni sociali e capace di ribellarsi, di non essere un oggetto per l’universo maschile;  ha detto, le ricordava sua madre, una donna molto giovane che suo padre, molto più anziano di lei sposò come seconda moglie. Era una donna istruita, che non accettò mai lo status di moglie, ma che seppe scegliere per se stessa una vita vera. Così come oggi fanno le ragazze egiziane. Donne egiziane che non potranno più essere relegate ad un ruolo subalterno all’autorità maschile, che nessuna volontà politica e religiosa potrà più tenere fuori dalla vita pubblica. Sono state le donne le protagoniste di questa primavera araba, l’arma in più del popolo che si ribella, che mai aveva partecipato alle manifestazioni nel corso della storia. E non è un caso che stavolta le rivolte abbiano avuto successo. Questa volta è stata tutta la società a scendere in piazza, tutti, uomini e donne, fianco a fianco, perché, come Sonallah Ibrahim ha ribadito, gli uomini da soli non bastano, lo hanno dimostrato nel corso della storia, sono deboli, privi di coraggio e solo insieme alle donne possono essere degli uomini veri. Lo ha detto con forza Sonallah Ibrahim, lo ha raccontato attraverso la storia di sua madre, una donna coraggiosa, e lo ha scritto in Warda e in Dat, le sue opere.
Sono andato via da quell’incontro con molte emozioni racchiuse dentro di me, con un libro in arabo tra le mani, con il suo sguardo verso di me e la sensazione di aver fatto uno di quegli incontri, che una volta finiti, ti senti diverso.
Sonallah Ibrahim è uno scrittore sorprendente che merita di essere conosciuto anche in Italia, perché l’universalità dei temi che affronta non ha confini, perché il suo desiderio di libertà e verità è qualcosa che riguarda ogni popolo, ogni società ed ogni singolo uomo in ogni sua piccola azione quotidiana”.

Grazie per averci aperto questa porta verso un mondo nuovo.

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*Iscritto al corso di Lingue e civiltà orientali all’Università La Sapienza di Roma, ha studiato arabo come prima lingua orientale arabo.

domenica 25 novembre 2012

“Il Temporary shop” di Massimo Costa e Ada Cattaneo

Un saggio su un fenomeno articolato, molto recente e di grande successo che in Italia sta trovando terreno fertile e mettendo buone radici, con epicentro a Milano. Il testo di Massimo Costa e Ada Cattaneo, con la presentazione di Luca Pellegrini, complesso e con ampi riferimenti culturali di natura filosofica e sociologica, cerca di cogliere in modo articolato un fenomeno tanto citato quanto raramente compreso nella sua poliedricità. Il libro non ha l‟approccio da manuale sebbene si presenti con una struttura sistematica e sistemica che, per chi è abituato a leggere filosofia, ne ricorda l'anima. Una lettura che almeno nella prima parte è opportuno seguire passo dopo passo, mentre nella seconda la ripresa dei concetti, una maggior volgarizzazione, coadiuvata da immagini e case history lasciano spazio a qualche salto, anche in rapporto ai propri interessi.
L'analisi parte dalla classificazione del tempo secondo modelli di vita e parametri di valori che diventa la griglia di interpretazione dell'evoluzione del modello di commercio e quindi di comunicazione tra produttore, distributore e consumatore, cliente; per analizzare il fenomeno attuale della vendita a tempo dove la durata limitata nel tempo rappresenta la caratteristica centrale dell'evoluzione della domanda e quindi della risposta ai consumi; l'indagine sulle diverse tipologie, molto minuziosa; quindi un'ultima parte dedicata ad alcuni casi di successo e di sperimentazione, come Nivea a Milano; e infine all'Associazione Assotemporary (con sede nel capoluogo lombardo) che si presenta come un fronte sindacale per assistere oltre che interpretare questo nuovo fenomeno, nato in modo prorompente in Italia e soprattutto nella città meneghina sull'onda della forte presenza ed evoluzione del mondo della moda.
Direi che ci possono essere almeno tre letture a mio parere, rispettivamente, una più filosofica che è data dall'interpretazione dell'esistenza di diversi modelli di società e un'evoluzione che non esclude la sopravvivenza dei modelli precedenti, dove l'uomo è quello che compra e come lo compra, soprattutto come acquista non solo prodotti e servizi ma anche esperienza che si realizzano nei punti vendita in una società per certi aspetti sempre più immateriale. Inoltre c'è una lettura socio- economica dell'evoluzione dei bisogni, consumi e quindi produzione e distribuzione; ed una lettura più immediata e più tecnica dei punti vendita delle nostre città (perché ad oggi il fenomeno è soprattutto urbano, anzi metropolitano e di target elevato anche nello stile underground che però non è certo mass market in termini di approccio), di stili di vita, in special modo giovane.
Infine c'è uno spunto per chi volesse trovare delle risposte dal punto di vista tecnico, normativo, sindacale e di organizzazione pratica dei punti vendita “temporanei”, dalla parte del potenziale ideatore e/o gestore.
Comme des Garçons, celebre marchio parigino di forte tendenza, neo romantica, fintamente trasgressivo e pret à porter, è stato pioniere nell'idea semplice – partita appunto dal mondo della moda – di rivolgersi a potenziali clienti in un luogo e per un tempo limitato, seguendo l'incostanza e la mutevolezza dei tempi. Possono essere pop-up o guerrilla store, nella loro versione più estrema, che durano qualche ora o un giorno e con uno stile underground di solito – in quest'ultimo caso - associati a campagne provocatorie, fino a diventare luoghi attrezzati permanenti per ospitare punti vendita ed eventi, allestimenti temporanei, fenomeno quest'ultimo tutto italiano.
L'idea originaria è antica perché da sempre esistono forme itineranti di commercio dai venditori ambulanti fino ai camioncini attrezzati ma l'elemento di innovazione è che la centralità è rappresentata prima che dalla vendita dall‟evento, dalla spettacolarizzazione e dell'aspetto esperienziale e interattivo con il consumatore che è una tendenza della modernità più recente. Così molte iniziative tradizionali, la presentazione di un libro, l‟anteprima di un prodotto, divengono una performance.