lunedì 7 gennaio 2013
Da editoriaraba La top ten della letteratura araba in inglese
di Marcia L. Qualey, blogger di Arabic Literature (in English)
*la versione integrale su editoriaraba
Hanan al-Shaykh, "Story of Zahra", tradotto da Peter Ford
È difficile ricordare per bene perché l’ho letto molti anni fa, ma ho un ricordo piuttosto preciso della mia mente di 20enne che, dopo averlo letto, era esplosa in piccoli pezzi. Mi ha fatto riconsiderare la sessualità, le relazioni familiari o forse quelle umane?
[in italiano è stato tradotto con il titolo "Mio signore, mio carnefice" e pubblicato da Piemme, 2011]
Najib Mahfouz, "Children of the Alley"
Ero molto giovane anche in questo caso quindi mi è difficile ricordare con esattezza, ma ricordo che leggere questo libro mi fece rivedere le dimensioni della spiritualità e della continuità umana.
[tradotto in italiano con il titolo "Il rione dei ragazzi", Tullio Pironti, 2001]
Ibrahim al-Koni, "The bleeding of the Stone"
Ha cambiato il mio modo di concepire le relazioni tra gli uomini e il mondo “naturale”.
[in italiano: "Pietra di sangue", Jouvence, 1998]
Sonallah Ibrahim, "Stealth", tradotto da Hosam Aboul-ela
Grazie a questo libro ho riconsiderato la fragilità dell’esperienza dell’infanzia, il modo in cui impariamo le cose.
[titolo originale: التلصص , mai tradotto in italiano]
Mourid Barghouti, "I saw Ramallah" (tradotto da Ahdaf Soueif)
Questo libro mi ha portata a reimmaginare l’integrità in e contro quei sistemi che cercano di strappartela via.
[tradotto in italiano "Ho visto Ramallah", Ilisso, 2005]
Bensalem Himmich, "The Polymath", tradotto da Roger Allen
Un altro libro sull’integrità e i rapporti con il potere, e sulle potenzialità del romanzo.
[titolo originale: العلامة ]
Non so scegliere, di Elias Khoury, tra "Yalo" – che mi ha portata a rivedere i rapporti tra violenza, ricordo e tortura e "As though she were sleeping", attraverso cui ho riletto il significato della storia.
[Yalo è stato pubblicato da Einaudi; كأنها نائمة non è (ancora?) stato tradotto in italiano]
Nihad Sirees, "The Silence and the Roar" (traduzione di Max Weiss)
Ha cambiato il modo in cui prima vedevo altri silenzi e altri rumori; dovunque, non solo quelli che definiscono la vita in Siria.
[titolo originale: الصمت والصخب]
Adonis, edito e tradotto da Khaled Mattawa
Perché mi ha portato a rivedere i confini della poesia e le possibilità delle parole.
[Adonis è stato tradotto e pubblicato in italiano da vari editori: Donzelli, Mesogea, Guanda, S. Marco dei Giustiniani e altri]
Mahmoud Darwish, "Journal of an Ordinary Grief" (tradotto da Ibrahim Muhawi)
Per la sua battaglia tra l’estetica e…la politica? La realtà? L’umanità? E per il ritmo della sua poesia.
[titolo originale: يوميات الحزن العادي
domenica 6 gennaio 2013
L'ultimo romanzo dell'ultimo dei marsigliesi
"IL SOLE
DEI MORENTI"
di Jean-Claude Izzo
di Jean-Claude Izzo
In occasione del Festival delle Storie, edizione 2012, della Valle di Comino, ho incontrato Stefania Nardini, autrice de’ "L'ultimo dei marsigliesi". Chi fosse il protagonista del libro me lo ha rivelato lei stessa, Jean-Claude Izzo, una sorta di Bukowski francese, oserei definirlo, con il sole del Mediterraneo, il sapore di quell'intreccio di culture che si respira anche tra gli ultimi. C'è un romanticismo, sconosciuto all'altro scrittore, che pure in certi testi ho riscontrato. Soprattutto nelle pagine di Izzo sopravvive la speranza, una sorta di fede nella vita e una profonda compassione per il genere umano. E' questo l'ultimo libro dello scrittore morto prematuramente e quasi una profezia della sua fine.
Rico passa
la vita a cercare l'amore che non trova; affidandosi a quello sbagliato perde
tutto e si riduce a vivere da mendicante per strada, tra gli ultimi. Un
affresco di disperati che si confortano con il racconto delle disgrazie
reciproche. Non c'è nel libro l'astio di una guerra tra poveri. Quando gli
muore Titi, l'ultimo amico, in una stazione del metrò di Parigi, Rico decide
che tanto vale morire al sole, il sole dei morenti. Intraprende così un viaggio
verso il sud, obiettivo Marsiglia, alla ricerca immaginifica di Lea, il suo
amore incompiuto.
Il
linguaggio alterna la durezza e scabrosità del mondo dei diseredati a punte di
lirismo a sorpresa come nei titoli dei capitoli che in certi passaggi ricordano
"On the Road" di Jack Kerouack.
L'incontro d'amore resta più forte di ogni altra sensazione, forse perfino del sole e del mare e ci dice che la carnalità accoglie oltre che talvolta distrugge. Non si sa perché continuiamo a pensare che i sogni siano più belli della realtà. Sono pur sempre volatili e inconsistenti e in effetti questo io lo penso da molto tempo.
L'incontro d'amore resta più forte di ogni altra sensazione, forse perfino del sole e del mare e ci dice che la carnalità accoglie oltre che talvolta distrugge. Non si sa perché continuiamo a pensare che i sogni siano più belli della realtà. Sono pur sempre volatili e inconsistenti e in effetti questo io lo penso da molto tempo.
Le ultime
pagine raccontano una tenerezza struggente fino alle ultime immagini di due
mani che si intrecciano guardano il mare dove un'onda si infrange contro il
faro sotto un sole freddo, il sole dei morenti.
La vita, sembra dire il libro, è comunque più forte di tutto e ci sorprende sempre.
La vita, sembra dire il libro, è comunque più forte di tutto e ci sorprende sempre.
"IL SOLE dei morenti"
di Jean-Claude Izzo
e/o euro 10,00
mercoledì 2 gennaio 2013
Da Editoriaraba Il 2013 sotto il segno della poesia
Dal Sudan al-Saddiq al-Raddi e la bellezza dell’attesa
L’occasione è un 'pezzo' sul Guardian che ogni settimana sceglie una poesia da leggere e commentare. Questa settimana è toccato ad un piccolo poema dal titolo “لهاثْ”. Letteralmente la parola vuol dire' respiro affannoso', 'ansimo'; e quindi anche “senza fiato”, significato scelto anche dalla traduzione in inglese, “breathless” composto dal poeta sudanese Al-Saddiq al-Raddi.
L’autrice dell’articolo l’ha selezionato come augurio per il nuovo anno, visto che è un inno all’attesa.
Al-Saddiq al-Raddi è nato nella città di Ondurman, nello stato di Khartoum, nel 1969. Avviatosi alla carriera di giornalista, diventa redattore culturale per alcuni quotidiani locali, ma comincia già a 17 anni a comporre poesie, che quasi fin da subito gli attirano molti consensi di pubblico e critica. Tra il 1996 e il 2000 pubblica tre raccolte di poesie, che vengono nel 2009 ripubblicate in Egitto in un’unica raccolta.
La sua poesia si afferma in Sudan negli anni ’90 del Novecento e si inserisce nel solco di una rottura con la tradizione poetica sudanese, fatta di melodie e lirismi, di speranze e ottimismo verso il futuro, dovuta alla difficilissima situazione politica e sociale che il Sudan attraversava fin dagli anni ’70 e ’80, causata da una profonda crisi sociale e un inasprimento dei tratti autoritari dei regimi allora al potere.
Molti furono gli intellettuali che presero in quei decenni la via dell’esilio. Quelli rimasti in patria, dovendo affrontare un vuoto culturale di tragiche dimensioni, preferirono rompere con il passato e con l’epoca delle grandi narrazioni epiche. Lo stesso fece al-Saddiq al-Raddi che operò una scelta stilistica molto netta: abbandonò la metrica tradizionale e cominciò a scrivere in versi liberi. Le sue 'qasa’id' , o poesie, sono profondamente influenzate dal tema dell’abbandono.
In esse il poeta esprime la contraddizione dell’appartenere ad una terra devastata dalla guerra e dalla povertà, chiusa nei suoi confini, spezzata in due, ma pur sempre patria, che viene rappresentata in figure simboliche prese in prestito alla tradizione letteraria fantastica e mitologica. Nei poemi di al-Raddi, caratterizzati da versi molti brevi e molto evocativi, ricorrono gli elementi della natura: dalle volpi ai lampi, dai cieli del mattino, al vento che sferza la notte. E ancora uccelli, cavalli e pioggia.
Al-Raddi è molto noto in Inghilterra, dove negli ultimi sei anni è stato spesso invitato a partecipare a festival di poesia e altri eventi culturali di risonanza nazionale. Le sue poesie sono state tradotte da Sarah Maguire, poetessa, traduttrice dall’arabo e direttrice del Poetry Translation Centre.
Interessatosi alla traduzione, al-Raddi, di ritorno in Sudan da uno dei suoi ultimi viaggi in Inghilterra, aveva avviato un ambizioso progetto culturale: riunire le due anime del Sudan, quella araba (e musulmana) del Nord e quella anglofona (e cristiano-animista non araba) del Sud, promuovendo la traduzione reciproca tra gli scrittori dei due Sudan, per dimostrare che le differenze potevano essere risolte abbattendo per prima cosa quel linguistic divide esistente fin dal mandato coloniale britannico. Il poeta aveva poi dovuto abbandonare il progetto perché troppo rischioso.
Nel luglio 2012, nel bel mezzo di quella che è stata chiamata la “primavera o intifada sudanese“, al-Raddi è stato licenziato dal giornale in cui lavorava come redattore culturale, Al Sudani. Ha ottenuto però l’asilo politico in quella che potremmo definire la sua patria di elezione, l’Inghilterra, dove ormai è conosciuto e apprezzato da tutti. A livello internazionale è riconosciuto come uno dei maggiori poeti africani che compongono in arabo.
Nel frattempo continua a comporre poesie ed una nuova raccolta dovrebbe uscire proprio quest’anno.
***
Il poeta, con pochissimi versi, eleganti e delicati, ci dipinge l’attesa impaziente della persona amata. Un’attesa che risuona di battiti del cuore accelerati e cinguettii degli uccelli del mattino che pigolano alla finestra, facendo compagnia a chi attende l’arrivo dell’amata.
Sul sito web del Poetry Translation Centre la trovate in tre versioni: l’originale in arabo (qui di seguito), una traduzione letterale e una traduzione più libera ma di maggiore effetto poetico.
كأنَّها تَقتربُ من البابِ
تسمعُ دقات قلبِكَ
أو
كأنك في انتظارِها
تَحْضُرُ طيورُ الضُّحى
وتَصْطَفُّ على النافذةْ
………
ساعةٌ من الصَّبرِ
غابةٌ من الهديلِ والشقشقةْ.
Come se con l’avvicinarsi di ella alla porta
Il tuo cuore cominciasse a battere più forte
E
Come se aspettandola
Gli uccelli del mattino si radunassero tutti
Per allinearsi sul tuo davanzale
Un’ora che è lunga un’attesa impaziente
Un piccolo bosco che risuona di cinguettii e pigolii
martedì 1 gennaio 2013
Rileggendo il Piccolo Principe
"Le petit prince"
di Antoine
de Saint Exupéry
Ho deciso di rileggere, dopo tanti anni, questa fiaba sogno e di leggerla forse per la prima volta d'un fiato nella versione originale che apparve negli Stati Uniti dove l'autore era stato esiliato dal 1941 al 1943; mentre nel 1945, apparve, postuma in Francia. L'edizione, semplice ed elegante, è corredata dagli acquarelli dello stesso scrittore. Si apprezza la lingua pulita, semplice, garbata ed essenziale come i suoi capitoletti, massime di saggezza con il pregio di arrivare attraverso la storia, l'emozione di un incontro che resta vivido nelle impressioni e con il gusto della fantasia, dove pero' non c'è nessun stravolgimento. Sogni impossibili quanto reali.
Da grandi si apprezza un messaggio trasversale che è l'idea della vita come un viaggio dove anche gli imprevisti (l'auto in panne nel deserto) sono un arricchimento, spesso un viatico per incontri, occasionali quanto importanti.
Il piccolo principe ci viene incontro, delicato e curioso, allo stesso tempo insidioso per la nostra coscienza, a ricordarci che tutti gli adulti furono un giorno bambini: curiosi e ingenui, quanto attenti alla sorpresa della vita. Resta un invito a porci domande, a non rinunciare alla conoscenza, quanto ad interrogarci, mettendoci in gioco e, se serve, in discussione.
Ci sono due episodi che mi porto dentro da tempo, con la voglia di rileggerli, l'incontro con il re e con la rosa. Ogni 'appuntamento' è un mondo, perché ogni essere vivente dischiude un universo. Della brama del potere, anche senza forza, dell'ambizione a raccogliere titoli pur senza valore su un regno piccolo piccolo e dove non c'è nessuno (probabilmente non c'è spazio per nessuno), ne sappiamo fin troppo. Una splendida lezione d'amore e il dialogo con la rosa che diventa unica perché 'addomesticata' e amata, per il tempo che le si dedica. Ed è qualcosa che si scopre solo vivendolo e non è visibile dall'esterno perché "l'essenziale è invisibile agli occhi. Non
Si vede bene che con il cuore". È la frase più celebre del libro, che pronuncia la volpe, in un dialogo sul filo del rasoio dove l'ironia incontra la saggezza. Una piacevole riscoperta anche del valore del tempo. A questo proposito, voglio citare per concludere questo mio invito alla lettura - per i più probabilmente una rilettura - l'incontro con l'uomo incaricato di accendere la luce sul mondo al tramonto e spengerla al mattino. È uno stimolo a ripensare il senso del tempo. Non solo in termini spaziali ma interiori. Una vita da sogno si tramuta in un incubo perché l'accelerazione non è solo questione di ritmo ma di senso. E così è diventata la tecnologia. Da leggere e rileggere.
"Le petit prince"
di Antoine de Saint Exupéry
avec aquarelles de l'auteur
folio editions
9,50 euro
folio editions
9,50 euro
domenica 30 dicembre 2012
La classifica della "Lettura 2012" de' "Il Corriere della Sera"
"Limonov" di Emmanuel Carrer vince distaccando gli altri tre italiani, Paolo Giordano, Walter Siti ed Emanuele Trevi.
mercoledì 26 dicembre 2012
“Sotto le fronde del gelso”
di Maria Anna De Rosa
Questo libro mi è stato regalato da
un amico comune che ha scambiato i nostri libri. Maria Anna De Rosa, al suo
esordio letterario con “Sotto le fronde del gelso” – la foto di copertina è sua
– mi ha riportato alla mente con la buona letteratura per ragazze perbene tra
Otto e Novecento, nello stile e nel contenuto. Fino dal nome della
protagonista, Emma, la mente torna ai romanzi ottocenteschi in questo caso
senza pruderie. L’aspetto sul quale
mi sono soffermata maggiormente, leggendo questa scrittrice – nata ad Albanella
e residente in un paesino dell’Irpinia – è lo stile, un italiano scorrevole e
terso, rigoroso e piano come difficilmente ormai si legge. Quello che diremmo
un tema ben scritto. In effetti non conosco la scrittrice e volutamente non me ne
sono voluta informare prima e durante la lettura - mi farà certamente piacere
incontrarla in seguito – per non restarne condizionata, oggi che troppo spesso
il romanziere è prima personaggio, poi penna, infine una persona. L’idea, forse
complice la storia della protagonista, è quella di una professoressa avvezza
alla buona letteratura, che indaga senza morbosità, né effetti speciali, ma
neppure categorie prestabilite l’animo femminile. Una vita tormentata come
tante che per la sua ordinari età straordinaria vale la pena di essere raccontata.
I dolori e le gioie non sono solo quelle di una follia, divenuta fin troppo ordinaria
per essere originale, né i drammi sono solo quelli che contengono una nota
esagerata o trasgressiva. Emma è una ragazza di buona famiglia, figlia di
persone perbene e colte – la madre pianista, di nobile lignaggio e il padre
docente universitario. Purtroppo la sua infanzia ed adolescenza maturano nel rigore
freddo di un uomo che non riesce ad esprimere i propri sentimenti e di una
madre fredda, distaccata per la quale regole e disciplina vengono prima dell’amore,
essendo questo asservito a quelle piuttosto che le prime funzionali al secondo.
Sarà una timida voglia eversiva, non sovversiva, forse con la speranza intima
di avvicinarsi al padre a portare Emma sui sentieri dell’amore, tardivo ma
profondo, quello per il marito un ricercatore conoscente della famiglia. Il
matrimonio, ostacolato dalla madre, finirà tragicamente per la nostra
protagonista. IL suo bisogno di dare amore non si arrenderà in un’amicizia
forte e intima con un’amica e la figlia, un sodalizio femminile e una maternità
ritrovata sotto altre forme, rispetto a quelle originariamente desiderate. Tuttavia,
anche nella vita piena e forse un po’ chiusa, protetta di Emma, il desiderio di
vivere risorgerà, malgrado la timidezza e la reticenza iniziale. Lascio al
lettore percorrere l’esito di queste pagine, seguendo il filo dialettico del
desiderio nella sua schermaglia tra sfida, insicurezza e paura. Il libro sembra
dirci con toni delicati dimenticati in questo mondo che l’amore autentico è il
valore fondante della vita al quale non ci si può sottrarre e non è detto che
lo si trovi con l’abito con il quale lo immaginiamo. Perfino la virtù qualche
volta non ha la veste con la quale siamo abituate ad incontrarla. La
trasgressione che la vita ci consente è per affermare il principio dello
spirito sulla legge, un mondo nel quale il matrimonio interiore vince su quello
riconosciuto dalla società.
“Sotto le fronde
del gelso”
di Maria Anna De Rosa
Gruppo Albatros
Il Filo Roma
Collanna NuoveVoci
Domna
lunedì 24 dicembre 2012
Il sogno di Natale…di Sophie
Era l’ultima notte che avrebbe passato nel suo appartamento parigino. L’indomani avrebbe preso un treno per Marsiglia da dove si sarebbe poi imbarcata per Algeri, prima tappa di un lungo viaggio verso Beirut. Poche cose con sé. Solo gli strumenti tecnologici, una buona dose di entusiasmo e altrettanta di incoscienza. Ma la curiosità era più forte di tutto. Era anche la notte di Natale ma per lei, cresciuta nella religione laica della comunione dei popoli, viaggiare verso il sud sarebbe stato il modo migliore di celebrarlo. Malgrado non fosse certo nuova a quei viaggi, sapeva il rischio che avrebbe corso. Dopo giorni passati a convincere chi cercava di dissuaderla dal partire e la metteva in guardia per il fatto che comunque sarebbe stata a tutti gli effetti considerata cristiana, forse nemica, obiettando che le divisioni e i pericoli sono frutto più di fantasie malate che di circostanze reali… era stranamente agitata.
Dopo un bicchiere di Bordeaux sorseggiato ad osservare la fiamma che si spengeva nell’angolo del caminetto e quella piacevole sensazione di calore del ritrovarsi a casa, dopo una giornata fredda, che per molto tempo non avrebbe più provato, se ne andò a dormire. Si svegliò al mattino con una strana sensazione e una domanda in testa che le ronzò tutta la mattina tra i pensieri e gli auguri. Si chiedeva chi fosse l’uomo del sogno. Chi rappresentasse o cosa… e perché soprattutto l’avesse scossa a tal punto da farle decidere di andare a piedi fino a casa dei suoi, malgrado il freddo e la giornata impegnativa che l’avrebbe poi attesa.
L’uomo del sogno era interessante e dall’apparenza innocua, emancipata. Sarebbe potuto essere un intellettuale. Solo che ad un certo punto le si era rivolto con queste parole: «Ogni donna che prega o profetizza senza velo, manca di riguardo al proprio capo. Se dunque una donna non vuole mettersi il velo, si tagli i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra. L’uomo non deve coprirsi il capo perché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza».
Parole irripetibili nella sua testa, alle quali si sentiva in qualche modo di dover cedere. Sentiva crescere l’irritazione anche per tutti gli amici e conoscenti cristiani o miscredenti che additavano l’Islam e che avrebbero potuto pronunciare un simile verdetto. Si erano perfino infiltrati nel suo breve sonno, ammaliandola dietro il volto di un uomo affascinante. Sophie non si arrese…al’evidenza o all’apparenza(?). Non era nel suo stile.
Sulla strada verso casa si fermò alla Chiesa di Saint-Louis e aspettò pazientemente il parroco alla fine della celebrazione, ansiosa di raccontargli il sogno come a cercare conforto. Il Natale non era il momento migliore per chiacchiere pastorali e Père Michel indugiò un po’, disponibile per una confessione tardiva che però non arrivava. Perplesso invece di una conversazione che aveva più il sapore di una seduta d’analisi… proprio il giorno di Natale, dovette pensare.
Non appena Sophie recitò come avesse imparato a memoria le parole del corteggiatore del sogno, Père Michel le sorrise dicendole: San Paolo, I lettera ai Corinzi, capitolo 9.
Sophie restò senza parole e senza domande, ringraziò e se ne andò ridendo silenziosamente.
Guardare nell’altro è solo un momento di smarrimento; poi ci si ritrova. Anzi, non ci si vede mai abbastanza chiaro come attraverso gli occhi degli altri. Per questo si rischia di perdersi. Basta superare la paura della verità e della libertà. Quanto siamo simili a chi sembra lontano! Il fatto è che normalmente le affinità le cerchiamo nei pregi, non nei difetti. Diversamente ne troveremmo in maggior quantità e ben visibili.
Allora ci stringeremmo forti gli uni altri per chiedere comprensione della nostra fragilità.
Ilaria Guidantoni - Natale 2012
Cristiana Thoux è un’artista valdostana che vive da anni a Parigi dove lavora soprattutto come fotografa, unendo l’emozione alla tecnologia. L’immagine è una sua opera che amo molto.
domenica 23 dicembre 2012
A bordo di un taxi a' Il Cairo
“Taxi”
di Khaled al-Khamissi
traduit de
l’arabe (Egypte)
par Hussein Emara et Moïna Fauchier Delavigne
Ho conosciuto l’esistenza
di questo libro attraverso il mio “Tunisi, taxi di sola andata” perché la college
Tiziana Colusso, direttore di “Formafluens” mi ha fatto notare una certa
assonanza e perché la trasmissione “Mediterraneo”, andata in onda su Rai 3 il
giorno di Pasqua 2012, recensendo il mio libro lo ha paragonato al romanzo
reportage dell’egiziano Khaled al-Khamissi; e un amico, ancora una volta, mi ha
detto di aver letto un altro libro i cui co-protagonisti erano i tassisti. Non
ricordava il titolo ma la ricerca mi ha condotto ancora una volta a questo
testo. Non so se sia stato pubblicato in italiano. Io l’ho letto in francese,
lingua nella quale è stato tradotto dall’arabo, anzi dall’egiziano dialettale
parlato dai tassisti del Cairo. Conosco poco l’arabo e nulla dell’egiziano che
forse non arriverò mai a leggere ma leggo correntemente il francese e mi sento
di fare i complimenti, ad occhi chiusi – senza la versione araba – ai traduttori
che hanno reso splendidamente il sapore di un colloquio animato nella lingua
del popolo, colorita e velatamente ironica. Non so quanto sia fedele all’originale,
ma sicuramente dello spirito delle conversazioni con i tassisti del mondo arabo
- posso confermare - c’è tutta l’anima. E’ un libro senza trama, dove ogni
capitoletto è un incontro a bordo di un taxi del protagonista, forse lo stesso
autore con il tassista di turno, che parla quasi ininterrottamente. La
prospettiva è invertita rispetto a quella che io ho utilizzato: sono i tassisti
a raccontare e a fare domande, a prendere l’iniziativa; mentre il protagonista
ascolta, interviene, chiede sì, ma giocando di rimessa. Ne emerge un affresco
del Cairo tra il 2005 e il 2006 di denuncia e insoddisfazione verso il quinto
governo di Hosni Moubarak, caratterizzato da un capitalismo selvaggio, soprusi,
ipocrisia, corruzione nella pubblica amministrazione e un crescendo di
religiosità senza spiritualità dove la forma prevarica e schiaccia l’anima. E’
così in particolare nella storia narrata di una ragazza che il tassista forse
prende per prostituta mentre ha solo voglia di una vita ‘a modo suo’. E’ un
testo esile, premonitore e rivelatore di uno spirito critico, quello autentico
del giornalismo di strada, con i piedi nella polvere, attento a chi fa la
storia anche se nei libri non vedrà mai scritto il proprio nome. In primo piano
si staglia la compassione al posto della curiosità morbosa verso i piccoli guai
quotidiani della gente comune e quell’umiliazione che genera rabbia, se
soffocata a lungo, in modo dirompente. Con l’augurio, un giorno anche lontano,
di poterlo leggere in arabo.
Khaled al-Khamissi
- Nato al Cairo, l’autore è produttore e regista, oltre che giornalista.
Diplomatosi in Scienza politiche all’Università del Cairo e in Relazioni
internazionali all’Università La Sorbonne di Parigi, con “Taxi”, ha conosciuto
un successo internazionale. Dal febbraio 2011 è uno dei principali interpreti
della rivoluzione egiziana per la stampa francese.
“Taxi”
di
Khaled al-Khamissi
traduit
de l’arabe (Egypte)
par
Hussein Emara et Moïna Fauchier Delavigne
Babel
Actes du Sud, 2009
giovedì 20 dicembre 2012
La Révolution des Braves di Mohamed Kilani
Mohamed Kilani, Giornalista e commentatore sportivo tunisino, un diploma in giornalismo politico-giuridico, bancario di professione, è l’autore di un saggio sulla nascente democrazia, un bébé, come lo definisce nel suo libro scritto con un nitore sorprendente, una prosa semplice, diretta e fresca, concetti profondi nella loro quotidianità, senza effetti speciali né la voglia di una critica esasperata da cronista d’assalto. E’ un testo scritto a ridosso della rivoluzione tunisina perché sarebbe dovuto essere pubblicato il 20 gennaio, appena 6 giorni dopo la disfatta di Bin Ali, ma ponderato e maturo ad un tempo. Il preambolo serve a tracciare la storia della Tunisia indipendente e repubblicana dal 1957 con Bourghiba e il grande inganno della Repubblica che nella modernità sostituisce la monarchia senza spesso superarne lo spirito: quello del potere personale. Una deriva che conduce presto ad un potere assoluto, decretato nel 1975 con la proclamazione delle presidenza a vita. Lentamente si insinua nella macchine del potere Zine El Abidine Bin Ali che Bourghiba vuole vicino perché non riesce a controllare totalmente il Paese senza rendersi conto che si sta allevando una serpe in seno. Un militare, mandato come addetto militare in Marocco, poi Ambasciatore a Varsavia, quindi richiamato in patria come Segretario di Stato con l’incarico della sicurezza. Nella sua abilità riesce a contrastare da una parte l’islamismo ma nello stesso tempo a ingraziarsi i fedeli: ad esempio ilo 3 novembre del 1987 sarà a Kairouan per la celebrazione della festa de’ El Mouled (la nascita del Profeta Maometto), abbandonata da Bourghiba. Il 7 novembre si autoproclamerà presidente e a vita, sfruttando il terreno spianato dall’uomo che ha detronizzato e del quale è stato il delfino in certo senso. Il nuovo ‘sovrano’ crea lentamente un consenso con le strategie classiche quanto semplicistiche: ad esempio l’ostentazione dell’aiuto ai più bisognosi ai quali di fatto andavano le briciole, comprando il voto e il consenso prima. La vera oppressione ha cominciato presto a farsi sentire ed è stata ammantata però di liberalismo e soprattutto di laicità. In effetti la malattia della Tunisia si è chiamata sonno delle coscienze. Purtroppo i giornalisti e i magistrati, bersagli prioritari, hanno aderito al sistema oppure scelto l’esilio o il silenzio nella maggior parte dei casi. L’informazione e la giustizia finiscono in mano all’arbitrio senza controllo del potere e la corruzione condita con l’avidità sono coltivate dalla seconda moglie del presidente, Leila Trabelsi e del suo clan, che l’autore lascia intuire, in qualche modo avvincono anche Bin Ali stesso. L’ordine è l’ossessione principale del presidente per camuffare una ruberia costante anche se sotto traccia, almeno nei primi tempi, stemperata da alcune azioni di immagine come la costituzione di un fondo sociale nel 1992.
Ci sono personalità che continuano a pensare in autonomia e in dissenso ma con scarsi risultati, scegliendo la via dell’esilio o venendo piegati nel tempo. Sale il malcontento nel tempo così come la disoccupazione ma la frattura tra chi è a favore e chi contro il presidente di amplifica, mentre tra i primi non si conoscono crisi economiche o problemi come la disoccupazione. Qualche scheggia impazzita ogni tanto sfugge al controllo ma è poca cosa: nel frattempo si evidenzia che lo sforzo del presidente è tutto proiettato a Tunisi e al nord del Paese, ai luoghi turistici che diventano lo specchietto per le allodole, la cartina tornasole dell’immagine internazionale. Il sud è abbandonato e una città come Kairouan, la città sacra della Tunisia, è lasciata a se stessa anche se rappresenta il bacino agricolo numero uno del Paese.
Ci sono personalità che continuano a pensare in autonomia e in dissenso ma con scarsi risultati, scegliendo la via dell’esilio o venendo piegati nel tempo. Sale il malcontento nel tempo così come la disoccupazione ma la frattura tra chi è a favore e chi contro il presidente di amplifica, mentre tra i primi non si conoscono crisi economiche o problemi come la disoccupazione. Qualche scheggia impazzita ogni tanto sfugge al controllo ma è poca cosa: nel frattempo si evidenzia che lo sforzo del presidente è tutto proiettato a Tunisi e al nord del Paese, ai luoghi turistici che diventano lo specchietto per le allodole, la cartina tornasole dell’immagine internazionale. Il sud è abbandonato e una città come Kairouan, la città sacra della Tunisia, è lasciata a se stessa anche se rappresenta il bacino agricolo numero uno del Paese.
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