lunedì 4 marzo 2013

Editoriaraba - Tra Maghreb e Francia, focus dal Maghreb des Livres


Il rapporto tra Francia e Algeria, l’editoria algerina e del Maghreb e il ruolo della francofonia: le prime impressioni e riflessioni dal Maghreb des Livres 2013 di Parigi.

di Annamaria Bianco da Parigi*

Il “Maghreb des livres” è stata un’esperienza incredibilmente intensa, se non illuminante. Per me, da sempre più sensibile al fascino del Bilad al-Sham, scavare fra i libri sugli stand e parlare con gli autori emergenti presenti è stata un’occasione di scoperta molto stimolante, oltre che occasione di dialogo con scrittori del calibro di Malek Chebel. Al contrario, Tahar Ben Jelloun: schivo e quasi introvabile. 
All’interno dell'Hôtel de Ville, l’associazione Coup de Soleil è riuscita a riunire davvero di tutto, sfruttando sapientemente gli spazi: intima l’atmosfera della Sala Letture, con il duo d’accompagnamento composto da chitarra e violino, ed altrettanto raccolto anche il piccolo spazio degli Intrattenimenti, tête-à-tête con gli autori. Affatto banale la cornice artistica ricreata letteralmente attorno agli stand di libri e riviste, che ha lasciato spazio soprattutto agli artisti contemporanei tunisini, a dispetto del paese messo quest’anno sotto i riflettori, l’Algeria. Un calligrafo, seduto alla sua scrivania, contribuiva a donare ancor più colore al tutto, assieme a un maxi-schermo collocato alla fine della sala grande, che proiettava immagini poetiche del Maghreb – forse anche troppo orientaliste, nel gusto. 
E' stata un'opportunità per riflettere sulla realtà contemporanea del Nord Africa e della Francia e, soprattutto, sulla natura dei loro rapporti: l’Algeria, a 50 anni dalla sua indipendenza, si caratterizza ancora per una produzione letteraria fortemente influenzata dall’esperienza del colonialismo e le stesse tavole rotonde organizzate hanno ruotato per lo più attorno a personaggi legati a questo genere di realtà. 
Di libri in arabo, poi, solo un’effimera traccia, a causa della naturale predilezione per la francofonia di alcuni scrittori e a una scelta che, personalmente, ritengo essere stata piuttosto mirata, rispetto alla pubblicizzazione di testi in traduzione. Una soluzione che, se da un lato va certamente più a vantaggio delle case editrici francesi che a quelle d’origine, dall’altro è stata anche un po’ obbligata: visivamente parlando, gli arabi presenti all’infuori dei membri dello staff erano pochi; i visitatori erano per lo più francesi – non credo capaci di leggere i testi in lingua originale – e molti anziani. Nonostante l’area giovani appositamente allestita, avrò visto sì e no tre bambini nel corso delle due giornate. 
A dispetto di ciò, in ogni caso, il Maghreb presenta delle novità editoriali davvero interessanti sotto più aspetti.
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*Studia francese ed arabo classico all’Università di Napoli l’Orientale, ed è iscritta all’ultimo anno del corso di laurea triennale in Lingue, lettere e culture comparate. Attualmente, si trova in Erasmus a Parigi presso l’Institut National de Langues et Civilisations Orientales (INALCO), dove ha cominciato a studiare anche siro-libanese. Da luglio 2012 è giornalista pubblicista e collabora con Frontiere News.

domenica 3 marzo 2013

Da Editoriaraba - Yasmina Khadra a Roma al FeFiFra

L’Africa, questa sconosciuta

È stato un incontro molto interessante quello che ha visto come ospite lo scrittore algerino Yasmina Khadra, mercoledì scorso a Roma. Chi si occupa di letteratura araba dall’Italia soffre di uno svantaggio non da poco rispetto a chi ama e/o si occupa della letteratura italiana o europea: gli incontri dal vivo con gli autori arabi sono rarissimi. Dopo lo scrittore algerino e Amin Malouf, la settimana prossima a Roma sarà ospite il marocchino Fouad Laroui, per presentare l’edizione italiana del suo romanzo, tradotto da Del Vecchio editore con il titolo "L’esteta radicale").
Yasmina Khadra per più di un’ora ha parlato alle oltre 100 persone presenti nell’auditorium del Centre Culturel Saint Louis de France di Roma, di come abbia cominciato a scrivere e perché, del suo ultimo libro, "L’equazione africana" e del perché dall’Africa venga oggi una delle più grandi lezioni per l’umanità intera.
“Sono uno scrittore come tutti gli altri perché la letteratura viene solo dal talento. Sono nato per scrivere, Dio mi ha creato per scrivere e questo ho nel sangue. Anche se purtroppo vengo da un Paese, l’Algeria, in cui il talento non è la priorità”.
Nato nel Sahara algerino, il futuro scrittore viene iscritto alla scuola militare dal padre alla tenera età di 9 anni. L’esercito, ovvero “la grande muta”, in cui l’autore e i suoi fratelli e cugini venivano trattati come adulti e non come bambini, diventa per Yasmina Khadra la prima palestra in cui esercitare le sue innate doti di narratore. “Dovevo inventarmi un mondo per poter sopravvivere, per poter recuperare ciò che avevo in parte perso durante l’infanzia”, ha raccontato.
Ma, naturalmente, l’esercito non poteva tollerare l’idea di avere nei propri ranghi uno scrittore, che per questo venne punito in ogni modo pur di impedirgli di scrivere. Dopo l’ennesimo boicottaggio (era stato mandato a duemila chilometri a sud di Algeri), un aiuto insperato gli venne dalla moglie che, un giorno, visto quanto fosse infelice perché aveva alla fine deciso di abbandonare la scrittura, gli propose di adottare uno pseudonimo: il suo nome.
“Tu mi hai dato il tuo nome per la vita, io ti do il mio per la posterità” – gli disse sua moglie.
“Sono molto fiero di portare il suo nome, perché per me è l’unico modo di essere un uomo” – ci ha detto lui.
Ed è così che Mohammed Moulessehoul è diventato Yasmina Khadra.
"L’equazione africana" è il suo ultimo libro pubblicato: ambientato tra il Sudan e la Somalia, è un viaggio nel cuore più profondo dell’Africa orientale. Per il suo autore è un “romanzo antidepressivo”, un omaggio alla vita e alla gioia di vivere, come potete ascoltare nel video che segue.
Fa parte di quel segmento della sua narrativa che guarda oltre i confini dell’Algeria: da Kabul all’Iraq, l’inventiva di Yasmina Khadra non ha disdegnato alcuna parte del mondo perché “noi maghrebini africani siamo eclettici”. E perché “In quanto algerino io ero già aperto verso il mondo”. E ancora: “Io mi sento un cittadino del mondo. Vivendo in Europa capisco tutto ciò che qui succede. Mentre voi non sapete nulla di noi, assolutamente nulla”.
Yasmina Khadra scrive del mondo intero perché l’umanità è la stessa dovunque, il linguaggio è lo stesso in ogni dove. E lo scrittore viaggia, perché l’uomo, questo linguaggio del viaggio, riesce a interiorizzarlo e a capirlo. E anche perché la letteratura, che per lui ha il compito di “meravigliare”, è ciò che distingue l’uomo dall’animale.
Non risparmia le critiche all’Occidente e al mondo di oggi anche quando afferma che in Africa esistono degli autori meravigliosi e degli artisti incredibili che nessuno conosce, perché oggi ormai “non c’è più alcuna forma di curiosità salvifica verso il mondo”. Per questo Khadra spera che il suo lavoro aiuti i lettori ad aprire gli occhi e la mente anche sulla produzione artistica degli scrittori africani, perché il nostro dovere in quanto esseri umani è quello di “andare verso gli altri”. Lui d’altronde sembra inarrestabile anche quando afferma, in una dichiarazione d’amore nei confronti di tutta l’umanità: “Io vado avanti perché amo la gente”.
Infine, il nostro non risparmia una piccola critica, ma comunque affettuosa, verso il pubblico italiano che lo “snobba”, a differenza della Francia dove ha venduto milioni di copie, e che dovrebbe imparare il francese (nel parlare era aiutato da una bravissima e simpatica interprete) che è la lingua più bella del mondo. Naturalmente dopo l’arabo.

venerdì 1 marzo 2013

Babelmed.net



"Chiacchiere, datteri e thé. Tunisi, viaggio in una società che cambia" - Roma, Libreria Altroquando, 28 febbraio 2013


Insieme a Ilaria Guidantoni, il giornalista ed enogastronomo Antonio Paolini


Editoriaraba - Amin Maalouf e “I disorientati” inaugurano il Festival della narrativa francese 2013


Il Festival della narrativa francese è partito questa settimana e ha subito riscosso un ottimo successo di pubblico. A Roma, martedì scorso, c’era Amin Maalouf ad inaugurarlo. 
Il nuovo romanzo di Maalouf “I disorientati” (Bompiani, 2013, traduzione di F. Ascari; 496 pp., 20 euro) è uscito nelle librerie italiane il 27 febbraio.

Ha detto di sentirsi anche cittadino romano, lo scrittore libanese Amin Maalouf, che martedì scorso, nella splendida e sontuosa cornice della Sala Ercole di Palazzo Farnese a Roma, ha inaugurato insieme allo scrittore francese Michel Le Bris la IV edizione del Festival de la Fiction Française. Un festival itinerante per celebrare e onorare la letteratura francese, che vede la partecipazione di autori francesi e francofoni che nelle prossime settimane saranno protagonisti di 45 incontri in quasi 20 città italiane. 
Maalouf, sciarpa bianca poggiata sulle spalle, una voce forte e potente, ma allo stesso tempo gentile, che più di una volta ha strappato applausi spontanei al numeroso pubblico in sala, è autore di molti romanzi e saggi, nonché promotore e interprete della valorizzazione delle diversità culturali. Nato a Beirut nel 1949, lascia il Libano nel 1976 poco dopo lo scoppio della guerra civile. Da allora vive in Francia dove si dedica alla letteratura e al giornalismo. Vincitore del Premio Goncourt nel 1993 e Accademico di Francia, Maalouf torna in Italia con il suo nuovo romanzo, I disorientati, appena pubblicato da Bompiani: un libro importante, secondo le parole di un brillante ed entusiasta Giorgio Zanchini che lo ha intervistato sul palco, che affronta i temi più cari, e anche i più sensibili, per la storia personale del suo autore: l’esilio, la guerra civile libanese, l’identità, il nomadismo e l’incontro-scontro tra Oriente e Occidente al tempo della globalizzazione. 
"I disorientati" è il racconto di un ritorno in patria: quello di Adam, storico che vive a Parigi che torna nel suo paese (un Libano mai nominato nel romanzo perché è “l’universalità di questi destini la nota predominante”) per assistere un caro amico d’infanzia sul letto di morte. Nel ritornare, Adam ritrova gli amici di un tempo, un “circolo dei bizantini”, come li ha definiti Maalouf nel suo intervento, il cui legame di amicizia si era sfilacciato negli anni. Un ritorno, dopo decenni passati all’estero, che diventa rievocazione nostalgica del passato e strumento per esplorare un presente in disfacimento, in cui ciascun personaggio è disorientato per motivi diversi. Un tema, quello dell’esilio, che tocca l’autore in prima persona, il quale spesso è stato anche accusato di tradimento, rispetto ai tanti che erano rimasti nel proprio Paese durante la guerra civile.

Per saperne di più, Arabismo.org di Chiara Comito

mercoledì 27 febbraio 2013

Da Editoriaraba - Incontro a Roma con lo scrittore egiziano Ezzat El Qamhawi


L’Università “Sapienza” di Roma, giovedì 28 febbraio ospita la conferenza dello scrittore e giornalista egiziano Ezzat El Qamhawi (o anche Izzat, o anche al/el-Kamhawi). L’evento sarà introdotto dalla professoressa Isabella Camera d’Afflitto e dal professor Hussein Mahmoud, italianista dell’Università Helwan del Cairo. 

El-Qamhawi è nato nel 1961, originario del Governatorato di Sharqiya. Laureato in giornalismo nel 1983 all’Università del Cairo, ha scritto per al "Akhbar", "al-Masry al-Youm" e "al-Quds al-Arabi". Dal 2011 vive in Qatar dove è capo redattore della rivista "al-Doha"; è uno degli autori più rappresentativi della moderna classe intellettuale egiziana (negli ultimi anni è stato anche intervistato o citato spesso dai giornalisti italiani che si occupano di politica del mondo arabo).
Autore di sei romanzi (il primo, "Madinat al-Ladhdhah" – La città del piacere – pubblicato nel 1997) e di due raccolte di racconti, "El-Qamhawi" lo scorso dicembre 2012 ha ricevuto la medaglia Naguib Mahfouz per la letteratura per il suo ultimo romanzo, "Bayt al-Dib" (La casa dei Dib), pubblicato nel 2010 dalla casa editrice libanese Dar al Adab. 
Il prestigioso premio, nato nel 1996, ogni anno l’11 dicembre, data di nascita del Premio Nobel egiziano, viene assegnato al miglior romanzo contemporaneo scritto in arabo e non ancora pubblicato in inglese. Oltre alla medaglia e al premio in denaro infatti, il vincitore ottiene la traduzione dell’opera in inglese, che viene pubblicata dalla AUC Press. La traduzione del romanzo "La casa dei Dib" uscirà infatti entro il 2013. Finora el-Qamhawi non era mai stato tradotto in nessuna lingua.
"La casa dei Dib" è stato paragonato all’Odissea e ai romanzi di Mahfouz, “mentore” letterario di El Qamhawi: racconta la storia di quattro generazioni della famiglia Dib (meno letterariamente il romanzo è stato anche tradotto come La saga dei Dib), abitanti di un immaginario villaggio egiziano, le cui vite l’autore intreccia con i fili della storia egiziana, dalla spedizione napoleonica del XIX secolo alla più recente Guerra del Golfo. 
Per saperne di più sul libro, potete leggere la recensione/analisi che la traduttrice e arabista Isadora D’Aimmo ha scritto per la rivista di "Arablit".
Sempre su "Arablit", Ada Barbaro recensisce e analizza un altro romanzo dell’autore: "La vergogna tra le due sponde": schiavi dei tempi moderni sulle navi delle tenebre (Dar al-Ayn, 2011), uno “studio sull’immigrazione clandestina dall’Egitto verso la sponda Nord del Mediterraneo”.

lunedì 25 febbraio 2013

Da Editoriaraba - “Come fili di seta”, quando dal Libano arriva la grande letteratura internazionale (e una lezione di vita)


“Come fili di seta”, di Rabee Jaber, è stato pubblicato da Feltrinelli sul finire del 2011
Quando Marta Haddad lasciò il suo paesino di Btater, poche anime arroccate sul Monte Libano, per andare in America, era il 1913 e Marta aveva circa vent’anni. Prese navi, traghetti e treni, attraversò tre continenti, si ammalò e poi guarì, conobbe l’umanità colorata e avventurosa dei primi immigrati di Ellis Island, ebbe paura di essere scartata ai controlli, ma poi ce la fece e raggiunse New York. Cercava suo marito, la giovane Marta Haddad, orfana dei genitori, cresciuta dallo zio, che si era sposata giovanissima con suo cugino Khalil. Un amore intenso ma durato poco perché poi Khalil l’aveva abbandonata, di punto in bianco, per cercare fortuna negli Stati Uniti, il paese dei sogni, la nuova frontiera da scoprire per gli immigrati avventurieri di tutto il mondo. E con una decisione che aveva colto di sorpresa tutto il villaggio, la giovane Marta era partita da sola alla ricerca di Khalil, che non dava più segni di vita da oltre un anno, inghiottito dalle praterie americane, fagocitato dalle fabbriche della Ford, o chissà.
Arrivata a New York, Marta aveva fatto un’amara scoperta sul marito – che nel frattempo era diventato Joe Haddad – ma invece di buttarsi giù e tornare sconfitta a Btater, si era rimboccata le maniche, imparato un mestiere e l’inglese, e aveva cominciato una vita nuova. Tutta da sola.
Marta chi è? Questa donna con il viso tondo, gli occhi grandi, morbidi capelli neri e dita sottili che ti avviluppano il cuore come fili di seta; questa donna, questa Marta chi è? 
Proprio da questa frase è stato tratto il titolo italiano (forse un po’ stucchevole e fuorviante) del primo e finora unico libro tradotto in italiano dello scrittore libanese Rabee Jaber, che nell’originale arabo è Amrika, ovvero America. Perché è vero che "Come fili di seta" segue la vita di Marta Haddad dal 1913 al 1974, anno della sua morte, ma questo poderoso romanzo (poco più di 400 pagine) è anche un affresco corale sulla vita di quei tantissimi uomini e donne che dalle parti più sperdute del mondo, cominciarono ad affluire copiosi sull’isoletta di Ellis Island, dirimpettaia di New York, sin dalla fine del XIX secolo. Molti di loro provenivano da quelle province ottomane dello Sham di un Impero ormai in disfacimento, che oggi si chiamano Siria e Libano, in cerca di un lavoro che non fosse più solo quello di coltivare la terra o i bachi da seta nei proprio campi e giardini.
E il lavoro, all’epoca, per i nuovi immigrati, siriani, italiani o cinesi che fossero, poteva voler dire solo una cosa: fatica. E di fatica ne dovevano sopportare tantissima gli ambulanti, che giravano gli Stati Uniti con la Katia sulle spalle, un baule zeppo di articoli dei più svariati tipi da vendere alle casalinghe americane che abitavano nelle regioni più remote, talmente pesante che segnava le spalle e incideva cicatrici così profonde sulla pelle dei migranti che rimanevano per la vita.
Una delle immagini più suggestive che il romanzo ci consegna è proprio questa: una cartina immaginaria degli Stati Uniti, a dorso della quale gli ambulanti disegnavano percorsi dal Massachussets alla California, dal Nevada alla Georgia, passando per il Midwest. Ambulanti che zigzagavano incessanti come api operaie, sulla schiena la kasha, sulla bocca le notizie di cui venivano a conoscenza durante gli spostamenti, nel petto la voglia di farcela e aiutare i cari rimasti a casa (e anche quella, tutta umana e comprensibile, di tornare al paese come dei gran signori). E che davano senso e unità ad un Paese ancora da inventare.
Questa vita faticosa Marta l’aveva condotta per qualche tempo, incontrando sul suo cammino errante tantissimi siriani. Finché, stanca del tanto peregrinare, si era stabilita a Philadelphia e, aiutata da un vecchio amico siriano, aveva comincia a costruirsi una vita da commerciante e imprenditrice, aiutando i nuovi ambulanti che a frotte sbarcavano davanti la sua bottega di vestiti e stoffe. Il resto, è una storia da leggere tutta d’un fiato. 
È davvero difficile non immedesimarsi nella vita di questa eroina. Poche amicizie, ma di quelle che valgono, due grandi amori, entrambi di passaggio, il personaggio di Marta si staglia netto, in questa epopea siro-americana, e diventa un esempio da seguire per tutti. Silenziosa e di poche parole (le parti del libro in cui Jaber riporta frammenti di suoi discorsi diretti si contano sulle dita di una mano, il romanzo è spesso un lungo racconto indiretto), bellissima ed elegante, di lei Rabee Jaber ci consegna il ritratto di una donne incredibile, la cui vita ella ha saputo plasmare nonostante le difficoltà, le guerre e le tragedie della vita di tutti i giorni. Attorno, Jaber le tesse una trama fittissima e solida di personaggi più o meno secondari, le cui vicende sono spesso protagoniste dei tantissimi capitoletti (che non durano più di 3 pagine) che compongono il romanzo. Sono le storie dei tanti ambulanti e amici di Marta, storie tragicomiche dei primi migranti d’America.
Si cade, ma alla fine ci si rialza, sempre. 

L'autrice dell'articolo plaude alla traduzione a cura di Elisabetta Bartuli e Hamza Bahri, che "scivola senza intoppi grazie all’uso di un lessico ricercato ma di facile fruizione".
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Rabee Jaber è nato in Libano nel 1972. Finalista all’Arabic Booker del 2010 proprio con questo romanzo, vincitore nel 2012 con "I drusi di Belgrado"; semi-finalista quest’anno con "Gli uccelli dell’Holiday Inn", Jaber è uno degli autori contemporanei più prolifici del mondo arabo.

venerdì 22 febbraio 2013

Editoriaraba - Immagini, libri e luci dal Maghreb des livres 2013 di Parigi



Foto di Annamaria Bianco



La settimana prossima sul blog, il reportage di Annamaria sul salone ospitato nell'Hotel de la Ville di Parigi.


Chi non ci avesse seguito nelle puntate precedenti, può visitare il blog di Editoriaraba.

mercoledì 20 febbraio 2013

Editoriaraba - Il libro, strumento per diffondere la cultura


La storia di Jamila Hassoune, la libraia di Marrakesh

La libraia e scrittrice marocchina Jamila Hassoune, diventata ormai famosa come la libraia di Marrakesh, è stata ospite lo scorso sabato di un ciclo di incontri a Torino con studenti e lettori. Maria Paola Palladino, dell’Associazione di volontariato italo-algerina Jawhara di Torino, era lì. 

 di Maria Paola Palladino

Jamila Hassoune, ormai nota come la “libraia di Marrakesh” (dal suo omonimo libro-testimonianza edito da Mesogea nel 2012, sotto forma di breve autobiografia e di una lunga conversazione con la curatrice Santina Mobiglia), ha trascorso a Torino sabato 16 febbraio. Al mattino con una classe di studenti dell’Istituto “A. Avogadro”, poi presso la Liberia Borgopò e, infine, nel tardo pomeriggio, presso un’altra libreria, Il ponte sulla Dora, in occasione dell’inaugurazione della mostra “Narrazioni delle donne. Voci, immagini, suoni” (iniziativa promossa dalla rivista Leggendaria – Libri Letture Linguaggi, in collaborazione con le Biblioteche civiche torinesi, l’Istituto Paralleli, Radio Flash e Radio Banda Larga), Jamila ha raccontato la sua esperienza – contenuta nel libro appena uscito – di libraia a Marrakesh, ma soprattutto quella in un paese come il suo, il Marocco, dove, in particolar modo nelle zone rurali, è difficile per la popolazione locale aver accesso al libro e, con esso, più in generale, alla cultura e all’istruzione.
In realtà, la “libraia di Marrakesch” è il risultato di un percorso più lungo, iniziato nel lontano 1994 quando da semplice libraia, Jamila si trasforma in una “libraia nomade” ideando con la sociologa e scrittrice, anch’essa marocchina, Fatema Mernissi, la Carovana Civica del Libro, al fine di diffondere la lettura ed organizzare contestualmente dibattiti e laboratori di vario genere nelle aree rurali del Marocco. La sua esperienza è stata già oggetto di racconto qualche anno fa nella pubblicazione "Come la pioggia. Donne marocchine" raccontano il loro impegno (Edizioni Una Città): in quest’occasione Jamila, insieme ad altre nove donne marocchine, impegnate in vari ambiti (sociale, giuridico, medico e culturale), spiega come il suo lavoro quotidiano per la diffusione del libro quale arma di potere, per le donne in modo particolare, sia fondamentale se si vuol cambiare il Marocco, a partire dalla mentalità della sua gente, anche, nel caso specifico della condizione della donna, alla luce dell’introduzione nel 2004 della Moudawana, il nuovo Codice della famiglia marocchino.
La voglia di diffondere il libro e la cultura laddove sono quasi inesistenti o “rari come la pioggia” ha radici molto profonde in Jamila: lo si intuisce subito, appena la si sente parlare di questa sua grande passione che l’ha condotta a portare fisicamente e direttamente i libri ai lettori. Per lei, primogenita di una famiglia numerosa e conservatrice, il libro ha sempre rappresentato una sorta di via di fuga, l’unico modo per “muoversi”, “uscire” di casa, per lo meno mentalmente, a tal punto da riuscire a maturare uno spirito libero ed aperto. Grazie all’attività della sua libreria, fondata nel 1994 a partire da quella del padre, anche lui librario dal 1975, Jamila capisce che il libro è uno strumento fondamentale non solo per lei ma anche e soprattutto per i giovani studenti e non del suo paese che, tuttavia, non possono spesso acquistarne per problemi puramente economici o perché nei loro villaggi natali non esistono né biblioteche né tanto meno librerie e, in generale, il sistema dell’istruzione è molto carente se non del tutto assente.
Per questo, oltre a portare i libri con la propria macchina nei vari villaggi limitrofi, Jamila decide anche di mettere in piedi una vera e propria “missione”, quella della Carovana, fatta di dibattiti, esposizioni, laboratori, tra cui una rete di iniziative volte all’alfabetizzazione di uomini ma soprattutto di donne che abitano le campagne del Marocco: esperienze che le hanno permesso di conoscere e capire meglio i giovani, i loro gusti ma soprattutto i loro bisogni e desideri. Oggi la gioventù marocchina rivendica i propri diritti, che, in realtà, come ricorda Jamila nel suo intervento a Torino, non è solo quello di esser istruita ed educata, ma anche, molto più banalmente, in alcune regioni, quello di disporre delle condizioni e dei mezzi per farlo (elettricità, acqua…).
Il libro e, quindi, anche la lettura, è e sarà sempre per Jamila uno strumento ma anche un simbolo di libertà e di apertura al cambiamento e al miglioramento, in particolare, se si prende in considerazione il caso delle donne marocchine, con un occhio di riguardo a quelle che abitano le zone rurali del Marocco, alle quali spesso non è stato concesso di andare a scuola e quindi di esser istruite. Per Jamila, il nodo della questione risiede proprio qui: se non si istruiscono le donne – e per istruzione ed educazione si intende anche la più semplice informazione circa i loro diritti e doveri, secondo quanto definito nel nuovo Codice di famiglia e nella Costituzione – come si può pensare domani di avere cittadini migliori? Se gli uomini marocchini (in realtà Jamila ci tiene ad ampliare il discorso anche ad altri paesi e ad altre culture, non necessariamente arabo-islamici) hanno una mentalità ancora chiusa e conservatrice circa la condizione della donna, la responsabilità è anche della donna stessa, madre innanzitutto dell’uomo di domani!
Sono affermazioni forti quelle di Jamila, che fanno riflettere su quanto sia utile il suo impegno ma soprattutto di quanto ci sia ancora da fare, da dire… Non solo in Marocco ma anche nelle nostre città, come a Torino, dove i marocchini costituiscono la comunità straniera più numerosa. Da qui deriva l’importanza di interventi come quelli che Jamila ha sostenuto nel corso della giornata di sabato, perché è importante far conoscere la sua realtà in giro per il mondo, al di fuori del Marocco. Perché il libro, la lettura, la cultura, l’istruzione, l’educazione, o anche la più semplice informazione e il “passa-parola” della cultura sono fondamentali affinché si coltivi una mente aperta, libera e tollerante verso l’Altro. 
Per concludere rimanendo in tema con quanto accaduto e quanto ancora sta succedendo al di là del Mediterraneo, si riportano le parole di una delle persone che più ha creduto in lei, fin dall’inizio di quest’avventura, Fatema Mernissi: “Se ci sono delle primavere arabe, è perché nel mondo arabo ci sono persone come Jamila”.