mercoledì 12 giugno 2013

Letteratura di viaggio, in salsa araba


Da Editoriaraba
 
 

E’ una letteratura che amo molto e volentieri riprendo questo articolo condividendo con Chiara Comito l’idea che il libro sia il miglior compagno di viaggio anche se , a mio parere, l’ascolto dell’altro sia il libro più interessante che si possa leggere.



(Nella foto un'opera del pittore libanese Ali Hassoun al Museo della Fondazione Piaggio a Pontedera, la Vespa simbolo del viaggio a dimensione d'uomo e di libertà)


·         l’antologia Perle degli Emirati (edizioni Jouvence) non più disponibile.

Chi racconta meglio cosa? Il viaggiatore esperto che annota immagini, suggestioni e dettagli sul suo taccuino? Il romanziere europeo un po’ nostalgico dell’Europa, come Paul Bowles, ma comunque innamorato di Tangeri? O la donna tra due mondi, come Toni Maraini, immersa in entrambe le culture con eguale amore e disillusione? O forse l’analisi politica ed economica dell’esperto/giornalista? O ancora: saranno le narrazioni degli scrittori e dei poeti che andremo a ricercare? E in realtà: cosa cerchiamo davvero quando compriamo un libro per prepararci ad un nuovo viaggio?

Siamo affamati di conoscenza, mossi dalla semplice curiosità o vogliamo solamente una conferma alle nostre premesse e poco di quello che leggeremo potrà farci cambiare idea?

Qualche spunto…

Marocco

·         Ultimo tè a Marrakesh, Toni Maraini; Edizioni Lavoro 2000

·         Il tè nel deserto, Paul Bowles; Feltrinelli, 2011, trad. di H. Brinis (Autore della beat generation, amico di Kerouac e Ginsberg, fece di Tangeri la sua casa e il luogo dove morire. Ma cercava il Marocco autentico o l’idea europea del Marocco?)

·         Partire, Tahar Ben Jelloun; Bompiani, 2008; trad. di A. M. Lorusso (in lettura)

·         La terrazza proibita, Fatema Mernissi; Giunti, 1999; trad. di D’Acquarica R. R. (è Fez. Ed è l’amore assoluto e istintivo per questa città)

Beirut

·         Beirut, Samir Kassir; Einaudi, 2009 (da leggere)

·         Beirut. La non-città, Adonis; Edizioni Medusa, 2007; a cura di A. Celli (una raccolta di saggi. Alcuni, trattano più specificatamente di Beirut. Altri la toccano solamente, sfiorandola in superficie ma andando invece – ad una lettura più attenta – nel profondo della sua essenza più vera ed intima. Dolorosa, lacerata, strappata. Un testo non di immediata e facile fruizione)

lunedì 10 giugno 2013

Editoriaraba - A Roma la presentazione della Rivista Italiana di Studi sull’Islam Politico


La rivista, pubblicata semestralmente dalla casa editrice romana Qulture, è il principale strumento di diffusione dell’attività di ricerca del CISIP, il Centro Italiano di Studi sull’Islam Politico e affronta, com’è facile immaginare, le tematiche del rapporto tra Islam e politica.

Il focus del numero che verrà presentato venerdì è tutto sul Nord Africa del dopo rivolte.

Nella rivista figura anche la recensione del saggio di Leila El Houssi dal titolo Costruire la libertà. Tunisia: dalla modernità alla tradizione? (Imprimitur Editrice, 2012, 18 euro) dell'autrice di Editoriaraba. I componenti del CISIP sono tutti giovani studiosi ed esperti della materia.

Venerdì 14 giugno alle 18
Preso il Forum Argana
Via Carlo Emanuele I, 35 - Roma

mercoledì 5 giugno 2013

Mercoledì 5 Giugno ore 18.30 - Francesca Maria Corrao: "L’Islam in Sicilia: un ponte tra culture ieri, oggi e domani" - Società Umanitaria, Milano


Lo stile del racconto della relatrice Francesca Corrao appartiene a quello delle belle menti della Sicilia. Potrà anche usare delle proiezioni in inglese, che la sua attività di docente le richiede per le molteplici conferenze tenute in giro per il mondo, ma la TRAMA che dai tempi antichi con invasioni, contaminazioni, evoluzioni, regressioni ed incomprensioni ha fatto tessere la storia tra le due sponde del Mediterraneo, nasce dall’isola, dalla Sicilia, e può essere raccontata.
La lingua, i cibi, i costumi, la sensibilità, ovvero la cultura tra il Medio Oriente, l’Africa settentrionale e l’Europa passano nel quotidiano tra la Spagna, la Francia, l’Italia e la Grecia, da e verso il mondo arabo, giudaico e palestinese, intrecciandosi nelle convinzioni civili e religiose con le aspettative o speranze dei popoli. La TRAMA non è fatta per ingarbugliare, ma per dare forza e bellezza.
Forse questa è l’idea che i Corrao, padre e figlia, hanno voluto affermare a Gibellina e poi a Tunisi con la loro esperienza, conoscenza ed il loro lascito della Fondazione Orestiadi.

Francesca Maria Corrao, Professore Ordinario di Lingua e Cultura Araba presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università LUISS di Roma. Si è laureata e ha conseguito il dottorato presso l'Università di Roma "La Sapienza", e il Master in Arabic Studies all'American University in Cairo. Ha insegnato all'Università di Napoli "L'Orientale". E' Presidente della Fondazione Orestiadi di Gibellina. E' membro dell'Union of European Arabist and Islamist, dell'European professor of Modern Arabic Literature, e dell'Institute of Oriental Philosophy della Soka University di Tokyo. E' stata visiting professor al Cairo, Beirut, Tunisi, Damasco, Parigi e Cambridge, ha numerose pubblicazioni internazionali. Le sue ricerche vertono sui temi di letteratura, storia e cultura dei paesi arabi.

Diritti civili in Tunisia, se ne discute a Millefeuilles alla presentazione di un libro


Librairie Millefeuilles, a' al-marsa, Tunis
"Le Syndrome de Silian: Pourquoi faut-il abolir la peine de mort en Tunisie"

Vendredi 7 Juin, à 18h, nous aurons le plaisir de vous inviter enfin à la présentation du nouvel ouvrage des Editions Cérès, "Le Syndrome de Silian: Pourquoi faut-il abolir la peine de mort en Tunisie?"


L’ouvrage est le résultat d’une enquête qui s’est déroulée en Tunisie du 4 au 21 décembre 2012, menée sur le terrain par Héla Ammar (juriste), Hayet Ouertani (psychologue) et Olfa Riahi (journaliste et blogueuse), sous la direction de Samy Ghorbal (journaliste et écrivain, auteur de "Orphelins de Bourguiba, Héritiers du Prophète, Cérès éditions, 2012).


Le livre
Ce livre vient déranger nos partis pris et nos convictions les plus ancrées. La population des condamnés à mort tunisiens présente une forte homogénéité. Mais, contrairement à l’idée commune, ces condamnés ne sont ni des mafieux, ni des pervers, ni des serial killers. Les auteurs n’ont pas vu de monstres, mais de pauvres bougres, peu instruits, issus des classes populaires.

Les crimes dont ils se sont rendus coupables sont impulsifs, crapuleux ou sordides. Ils sont d’abord l’expression d’une violence latente qui se développe sur le terreau de la misère et de l’exclusion géographique et sociale.

Les prisons renseignent, bien mieux que toutes les enquêtes d’opinion, sur l’état réel d’une société. Le constat est sans appel: la société tunisienne ne se porte pas bien. Elle fait payer aux habitants des régions les plus pauvres et les plus délaissées, par exemple ceux de Siliana, le lourd tribut de ses archaïsmes, préjugés et injustices. Elle contribue alors à nourrir le sentiment victimaire chez ceux qu’elle désigne pourtant comme des coupables.

Usant de témoignages éloquents, chiffres et données à l’appui, les auteurs esquissent ici une histoire de la peine de mort tissée de paradoxes et traversée par de surprenantes révélations politiques. En pionniers, ils apportent une contribution remarquable à une nouvelle histoire de la Tunisie, une Tunisie des individus, profonde et méconnue."

martedì 4 giugno 2013

Editoriaraba - “La pioggia” di Rachid Boudjedra: parola di donna, scrittura di uomo


Lo scrittore algerino Rachid Boudjedra è stato ospite della Fiera del libro ad Abu Dhabi. La pioggia, fin dalle prime e difficilissime pagine dell’introduzione scritta da Giuliana Toso Rodinis (che ha anche curato la traduzione), si era rivelato un libro tosto, duro, appuntito e crudele, scrive Chiara Comito da lettrice, della quale è possibile leggere tutte le note sul blog Editoriaraba.

L’eroina di questo breve romanzo è un giovane medico algerino che, nell’arco di sei notti, al battere della pioggia che ticchetta sulle sue finestre, rievoca in un diario notturno le fasi della sua vita: l’infanzia, l’adolescenza e la maturità. Le memorie del passato si intrecciano con gli eventi dell’oggi e ci restituiscono il quadro di una donna tormentata, affetta da nevrosi e incapace di comporre il mosaico di persone e ricordi che sono causa della sua insonnia notturna.

Capiamo subito perché la protagonista del romanzo è una donna irrisolta quando leggiamo che, nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza, è stata vittima di un trauma che l’ha segnata per la vita: all’apparire del primo ciclo mestruale la giovane aveva infatti chiesto al fratello minore se anche il suo approdo all’adolescenza era stato segnato dal sangue. Il fratello l’aveva schiaffeggiata, e quello schiaffo e l’offesa volgare subito dopo pronunciata (“ora quella non ti serve solo per pisciare”), avrebbero rappresentato per la giovane donna un punto di non ritorno:

Ancora oggi risento il marchio di quel colpo sulla guancia destra. […] Da allora non mi sono più liberata della mia terribile disgrazia e non me ne libererò forse mai più.

La disgrazia, era quella di essere nata e diventata donna in Algeria. Boudjedra tratteggia i contorni di una società algerina maschilista e conservatrice attraverso le perversioni di personaggi minori e le figure familiari della protagonista: un padre assente fisicamente, una madre assente spiritualmente; una zia zitella, il cui segreto, un amore saffico, ricade come un macigno sulla famiglia e due fratelli, il minore dei quali è un alter ego della protagonista, altrettanto contorto e turbato.

Impossibilitata a parlare con la madre, incapace di spiegarle cosa sta accadendo al suo corpo e che non trova miglior modo che rifugiarsi in un doloroso mutismo, la protagonista elabora da sé quel momento fondamentale nella vita di ogni donna. Il risultato è un’incapacità di gestire il rapporto con gli uomini e la conseguente fobia patologica nei confronti del genere maschile, a cui però fa da contraltare la scelta professionale, che la porta a specializzarsi, una volta medico, nelle malattie dell’apparato genitale maschile. La mancata elaborazione della propria femminilità e sessualità, la rottura traumatica con il mondo dell’infanzia e l’assenza di fluidità tra la propria condizione psicologica di donna e il proprio corpo risultano, da un lato, nell’elaborazione di pensieri contorti, ossessioni, distorsioni del mondo materiale e paure: Ho paura allora di non avere mai il coraggio di venire a capo delle mie velleità e d’altri progetti ovvero delle idee fisse e ripetitive nelle quali m’impegolo. Incapace di ritrovare la serenità dopo quella telefonata così tardiva. Incapace – anche – di uscire dal cerchio delle mie piccole sventure. Come se mi ci fossi abituata. E dall’altro in una scrittura spezzata. Boudjedra rende con l’assenza di virgole questa mancanza di fluidità: nel romanzo ci sono solo punti, mai virgole. Perché le virgole creano dolcezza, morbidezza, attesa sospesa che continua nella pagina. Mentre il punto è un arresto, è netto, è una cesura. Il punto non crea attesa ma divide.

E poi c’è l’uso ossessivo degli aggettivi, che compaiono quasi sempre in numero di tre, spezzati dai punti. Come una cantilena interrotta: A venticinque anni già zitella. Superba. Indocile. Bizzarra.

Formi vibratili. Molli. Dilavanti.

O ancora: ...dicendo fifone e fermandosi subito dinanzi a quell’occhio torvo. Grigio. Metallico. Metallizzato. Vitreo. Vetrificato. Indifferente.

Allo stesso tempo però, la scrittura scivola via, come la scia di una lumaca (animale che ricorre nella produzione di Boudjedra e che è uno dei topoi ricorrenti nel romanzo): si arrotola su se stessa e va avanti e indietro nel tempo, nei ricordi e nelle ossessioni della protagonista. Nonostante tutto, Boudjedra riesce a creare un microcosmo narrativo poetico, quasi onirico, popolato di metafore vivide e precise.

A partire dalla pioggia: che bagna la città, ne ingorga le tubature e che però non è sinonimo di pulizia. L’acqua che scende dal cielo non lava i peccati della protagonista nè le sue ossessioni, ma le riverbera nel pensiero e negli atti. È un’acqua quasi sporca che non intacca la “secchezza” della protagonista. L’acqua è melma, non purezza.

Questa sensazione di viscidume e mollezza impiastratalmente tanto il romanzo che nel leggerlo ho avuto l’impressione di ritrovarmi all’interno di un burrone melmoso e verdastro i cui filamenti mi trascinavano verso il fondo.

La scrittura però è anche catarsi: è purificazione, ricerca della verità, ricerca di ordine, è la bussola per orientarsi nel labirinto della memoria e di una realtà popolata da pazienti malati e parenti turbati.

La scrittura è anche ricerca della felicità, come scrive Toso Rodinis nell’introduzione.

Un po’ come la protagonista, che trova la salvezza nella pagina, che serve ad allontanare l’idea della morte, e in altri due elementi “vivi”: il gelso penetrante e la sua topolina, madre salvifica e tenera.

E la pena intima e profonda che si prova verso di lei per tutto il romanzo, trova sfogo alla fine, attraverso le lacrime (acqua pura) che, per la prima volta, fluiscono libere, senza punti, ormai.

La pioggia è un libro che turba l’immaginario femminile (e maschile?). E il fatto che a dare voce ai turbamenti di una donna in modo così preciso sia stato un uomo, per me è stupefacente.

lunedì 3 giugno 2013

Quando Teheran è un titolo



Una psicoanalita a Teheran
di Gohar Homayounour

prefazione di Abbas Kiarostami

RaffaelloCortina Editore

Ho aperto questo libro spinta dal fascino di una civiltà che non conosco di persona ma attraverso amici sposati con persiani e colleghi che vi hanno lavorato; sulla scia del titolo che eccheggia Leggere Lolita a Teheran della Azar Nafisi o Viaggio di nozze a Teheran di Azadeh Moaveni, tre scrittrici, tutte e tre con la voglia di sottolineare il nome della capitale nel titolo e ancora con una vita divisa tra l’Iran e gli Stati Uniti, così come la loro identità. I primi due testi mi sono piaciuti molto. Questo mi ha delusa a dire il vero, forse perché l’ho aperto con troppe aspettative, a cominciare dalla prefazione, di un regista che amo particolarmente. Probabilmente il libro, ben scritto, tocca un tema che conosco molto a vicino e probabilmente – mi confesso – mi ha coinvolta troppo. Mi turba in particolare l’incertezza della psicoanalista, i suoi dubbi, le sue libere associazioni, il suo essere persona e anche un po’ paziente di sé stessa. Provo in tal senso comprensione e tenerezza ma sono finita per giudicarne la professionalità sentendola in balìa di troppi pensieri, prima del libro. Inoltre c’è qualcosa di indefinito nel testo, al quale non mi sono riuscita ad abbandonare, quindi non ne ho vissuto la fascinazione, quasi un’incertezza tra un diario intimo e qualche nota saggistica, che disegna un percorso incerto, come potrebbe essere quello di un diario appunto ma che intende dare risposte.
Ho sentito un’incongruenza tra questi due piani che non mi hanno fatto essere complice della donna protagonista, né osservatrice di uno spaccato sociale: è possibile la psicoanalisi in Iran? La sua autobiografia che funge da filo conduttore anche se ricostruita a tratti parte dalla scelta di rientrare nel proprio paese d’origine nel quale cerca di farsi ascoltatrice attenta e mediatore tra una disciplina, l’analisi appunto, d’importazione occidentale, europea con Freud e poi statunitense per il suo sviluppo, cercando di tradurre nella lingua e nella tradizione del proprio popolo altre categorie. Questo gli è suggerito anche dal mestiere del padre, traduttore di Milan Kundera, nel quale l’autrice riconosce un grande maestro, che personalmente ho amato molto ma trovo decisamente sopravvalutato dalla critica sull’onda di un successo emozionale. La declinazione è la leggerezza e la pesantezza dell’essere rispetto a un’inclinazione della quale devono liberarsi l’Occidente e l’Oriente, a bene vedere due facce della stessa medaglia. Il nucleo fondamentale del testo – e il messaggio migliore – citato da Kiarostami è che la sofferenza è dolore ovunque e che le categorie mentali, forse io direi del sentire, sono universali. Per questo l’analisi è possibile in ogni luogo e a maggior ragione in un popolo che ha nel dna il narrare e ormai il bisogno di confessarsi. Altro passaggio interessante è la situazione virginale dello psicoanalista ad ogni primo incontro con un nuovo paziente rispetto al cui disagio e dolore non può essere che in una situazione di vicinanza. Su questo bisognerebbe approfondire perché è molto lontano dalla teoria di Freud, al di là del Transfert, oltre che pericoloso. Forse il piano del viaggio esistenziale e una teoria sull’esercizio della psicoanalisi e della necessità di mediazione culturale contestuale – parlo per esperienza in alcuni paesi arabi del Maghreb – sono due argomenti per due libri diversi.


Una psicoanalita a Teheran
di Gohar Homayounour
prefazione di Abbas Kiarostami
RaffaelloCortina Editore
13,50 euro

Editoriaraba - Novità in libreria: “Le nozze di al-Zain”, di Tayeb Salih


E' arrivata la traduzione di عرس الزين (Le nozze di al-Zayn). Il 6 giugno esce per Sellerio Le nozze di al-Zain, dello scrittore sudanese Tayeb Salih, tradotto dall’arabo da L. Declich e D. Mascitelli, coppia già collaudata nella riuscita traduzione di Azazel, di Y. Ziedan.

Le nozze di al-Zain è il primo romanzo di Salih ed è una commedia, “breve e sorprendente”:

[...] racconta le stravaganti imprese sentimentali di un personaggio unico nella letteratura di ogni paese. Alto e sgraziato, due soli denti in bocca, al-Zain si è conquistato sul campo una fama sfortunata, quella di un uomo che si invaghisce perdutamente di ragazze che finiscono sempre per sposare qualcun altro. Non gli manca il buon gusto, visto che «si innamorava solo delle ragazze più belle e attraenti del paese, quelle più educate, e quelle con la parlata più dolce», ma tanto efficace è questa sua paradossale qualità, questo suo disperato talento, che le madri affrante di figlie zitelle lo cercano e lo inseguono, confidando nel suo amore senza speranze per cambiare il destino nuziale di quelle giovani donne dall’incerto futuro. (continua sul sito di Sellerio).

Ma Salih è conosciuto al grande pubblico, anche quello italiano, per quello che è considerato universalmente il suo capolavoro: La stagione della migrazione a Nord (موسم الهجرة إلى الشمال, trad. dall’arabo di F. Leggio; Sellerio, 1992; 2011).

La stagione della migrazione a Nord è un libro estremamente complesso, nonostante la sua brevità (177 pagine). Volendo semplificare, potremmo dire che il tema portante è quello dell‘incontro/scontro tra il Sud e il Nord del Mediterraneo. Pubblicato tra il 1966-67, anticipa di molti decenni il filone dello scontro di civiltà teorizzato da intellettuali come Fukuyama e Huntington. Ma non solo: come scrive F. Leggio nella sua introduzione all’edizione italiana, Salih innova i termini del discorso dell’incontro tra le culture spostando il focus da oriente-occidente a Nord-Sud: “Il nord è la novità per la letteratura araba, poiché prima di questo romanzo, erano occidente ed oriente i termini dell’opposizione che viene ora tradotta con nord/sud. In virtù di questo spostamento […] La stagione della migrazione a Nord s’innesta nel grande dibattito sulla divisione del mondo in nord e sud”.

La stagione della migrazione a Nord è un romanzo che lascia inquieti, che disturba, che s’insinua sotto pelle e che lascia il lettore sospeso fino all’ultima riga, a quello straziante ma catartico grido d’aiuto. Nel mezzo: il peso del colonialismo, le speranze e le paure, gli stereotipi, l’esotismo, la carnalità, la crudezza, la morte e il Nilo, imponente, che scorre. Che divide, il Nord dal Sud. La scrittura di Salih è concreta e poetica al tempo stesso, potente e piena di significati e rimandi letterari, sociali e culturali.

In moltissime delle top ten arabiste, non è un caso  il libro compare sempre.

Edward Said, l’intellettuale palestinese autore di Orientalismo, lo classificò “tra i sei libri più belli scritti in arabo nel Novecento” (dalla postfazione di F. Leggio all’edizione italiana) e lo definì come “una favola coloniale”, la risposta a Cuore di tenebra di Conrad, di cui fu grande estimatore. La Arab Literary Academy di Damasco lo definì il più importante romanzo arabo del XX secolo.

In Italia è stato pubblicato per la prima volta da Sellerio nel 1992; una seconda edizione, rivista, è uscita nel 2011 ed è quella che ho anche io. Il traduttore, Francesco Leggio, ha firmato una bellaintroduzione che introduce il lettore alla vita di Salih e all’importanza del libro, e una postfazione in cui il romanzo viene analizzato a confronto con l’opera di Said e di Conrad.

"Personalmente - sottolinea Chiara Comito - non amo le introduzioni e le postfazioni (ma dovendo scegliere, prediligo senza dubbio le seconde) perché spesso sono fuorvianti o anticipano la trama del romanzo, rovinandomi così tutta la sorpresa del leggere, che è la parte che più preferisco quando compro un libro nuovo. Anche in questo caso dunque, ho prima letto il romanzo e poi l’apparato critico. E credo che abbia funzionato, perché mi è venuta voglia di leggere il libro una seconda volta."

......
Tayeb Salih è nato nel 1929 nel nord Sudan. Dopo aver studiato nella capitale Karthoum ed aver lavorato come insegnante, si trasferisce a Londra dove lavora per la BBC Arabic. In seguito lavorerà come direttore del settore informazione in Qatar e per l’UNESCO a Parigi, alternando sempre l’attività letteraria a quella nel campo dell’informazione e della comunicazione. È morto nel 2009 a Londra.


Editoriaraba - In memoria di Samir Kassir (1960-2005)


Editoriaraba celebra il giornalista, storico e intellettuale libanese Samir Kassir, che il 2 giugno del 2005 a Beirut, veniva ucciso da un’autobomba piazzata sotto il sedile della sua auto, parcheggiata davanti casa. La sua morte seguiva quella di Rafiq Hariri, ex primo ministro libanese, morto in un sanguinoso attentato il 14 febbraio dello stesso anno.
Kassir era nato a Beirut nel 1960 da padre palestinese e madre siriana. Questa triplice identità informò sempre i suoi articoli e l’attività politica: la sua intera esistenza, privata e professionale, fu infatti sempre legata a questi tre paesi fondamentali nello scacchiere mediorientale. In quanto intellettuale, Kassir a favore di una più ampia prospettiva sulla democrazia e sulla libertà non solo in Libano ma anche in Siria e nel resto del mondo arabo. Il suo sostegno alla democraTzia araba non fece di lui un nazionalista pan-arabo di per sé. Provenendo da una scuola di pensiero internazionalista di sinistra, Kassir si opponeva tanto allo sciovinismo nazionale quanto alle dittature e alle oppressioni.
Giovane, colto e affascinante, Kassir era soprattutto un uomo coraggioso: dalle pagine del più importante quotidiano libanese, An-Nahar, non si tirò mai indietro nel denunciare i nomi dei politici e affaristi corrotti e in generale di tutti coloro i quali si erano macchiati di crimini e ingiustizie, compresi l’ex presidente siriano Hafez al-Assad e suo figlio Bashar, oggi al potere.
La notizia della sua morte improvvisa e cruenta, ad opera di un attentato terroristico, fece immediatamente il giro del mondo.
Non solo per la violenza del gesto, ma anche per il particolare e delicato momento che il Libano stava vivendo in quei giorni, la cosiddetta Intifada dell’indipendenza, ovvero una rivoluzione sociale, politica e culturale contro la stretta del protettorato siriano nata dopo la morte di Hariri, di cui Samir Kassir era uno dei più vivaci animatori e attivisti, essendo anche fondatore e ispiratore del Movimento della Sinistra Democratica libanese.

Di lui Elias Khoury aveva detto: «É questa la novità, il grande contributo di Samir alla libertà d’espressione. Ha osato dire i nomi. E lo ha fatto dalla pagina principale di an-Nahar che è la testata più importante e più distribuita».
Qualche giorno dopo la sua morte l’editorialista libanese Rami Khury scriveva: «La sua principale qualità era una forma di coraggio unita a una serena fiducia in se stesso. Il non aver paura delle conseguenze delle sue azioni era la misura della profondità delle sue convinzioni: questo è il segreto per ispirare fiducia negli altri».
Kassir oggi viene ricordato anche grazie al “Premio per la Libertà di Stampa”, voluto dalla Fondazione che porta il suo nome e che viene assegnato ogni anno ai giornalisti dei paesi arabi.
La sua morte inoltre è stata condannata dall’UNESCO e dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
In Italia sono stati pubblicati tre testi: L’infelicità araba (tradotto dal francese da Paola Lagossi; a cura di Elisabetta Bartuli, postfazione di Elias Khoury; Einaudi, 2006); Primavere. Per una Siria democratica e un Libano indipendente (traduzione dall’arabo di M. Khairallah e C. La Barbera; introduzione di Khaled F. Allam, intervista a E. Khoury, a cura di E. Bartuli; Mesogea, 2006); Beirut. Storia di una città (traduzione dal francese di M. Marchetti, Einaudi, 2009), quest’ultimo che non ho ancora letto.

Primavere è una raccolta degli editoriali apparsi sul più prestigioso quotidiano libanese, an-Nahar, negli ultimi anni. Gli articoli compresi in questa raccolta trattano tutti dello stesso argomento: l’indipendenza del Libano come premessa fondamentale e necessaria per la democratizzazione della Siria. Nell’introduzione Kassir scrive:
E’ come se avessi inconsciamente assunto che la democrazia della Siria e l’indipendenza del Libano vanno di pari passo. O magari sono stati i padroni del destino dei due paesi a cadere in questo assioma, anche se non l’avevano capito.
Non credo di possedere le parole giuste per poter descrivere nel modo più appropriato, giusto e approfondito l’importanza del primo dei tre saggi. Se non lo avete fatto già, leggete L’infelicità araba, perché è uno di quei libri che illuminano il cuore e la mente che, e so che non sono l’unica a pensarlo, andrebbe inserito come testo obbligatorio nei programmi dei corsi di laurea universitari di arabistica, islamistica e scienze politiche.
Presentato come il “manifesto del dissenso arabo”,L’Infelicità araba di Samir Kassir è molto più di questo. É un appello, un grido di allarme e allo stesso tempo un segnale di speranza per tutto il mondo arabo.
Esiste la possibilità di fare lo stesso identico discorso sugli arabi e per gli arabi.
Allo sguardo sull’Altro, a quello, come si sfugge? Come evitare di confrontarsi con ciò che rivela?
Nella postfazione, Elias Khoury scrive: “E' questo il segnale più vistoso dell’infelicità araba. Che un giornalista, che uno scrittore sia messo a morte perché imputato di libertà”.
Nel marzo scorso a Milano in occasione della prima giornata europea dei Giusti è stato piantato un albero in onore di Samir Kassir. La giornata è stata organizzata dall’associazione GARIWO, la foresta dei Giusti. All’evento era presente anche Giselle Khouri, la vedova di Kassir.