martedì 20 novembre 2012

"Un’ombra fuggitiva di piacere" di Costantino Kavafis

a cura di Guido Ceronetti

Il poeta alessandrino moderno, l’erede dei lirici greci, occupa una singolare posizione nel panorama della poesia del Novecento e forse meriterebbe una centralità maggiore. La sua produzione complessiva – 154 componimenti – ha un andamento musicalmente colloquiale con versi, sciolti, talora ‘spezzati’ che evocano un mondo antico e mitologico con un riecheggiare malinconico, raffinato, mai accademico. I temi sono quelli dei poeti lirici classici ma l’eloquio è vicino alla lingua parlata dell’oggi. E’ la fugacità della bellezza, la paura di invecchiare senza aver goduto appieno i frutti della giovinezza, la malinconia di una Grecia conosciuta tardi, per il poeta, nato ad Alessandria nel 1863 (ultimo di nove figli da genitori greci originari di Istanbul e morto nel 1933).
Forte la presenza della sensualità ora violenta, ora struggente, ma sempre un po’ dolorosa e mai catturata del tutto come nei versi che dicono:
"Un intelletto in preda a una febbrile
Dissolutezza, il baciarsi
Rappreso nella bocca.
Come di spasmi che la brama stritola…
Con svagatezza, tanto
Ha calcolato i rischi.
Di neri scandali simili vite
Sono sull’orlo
Sempre"

Il destino evidenzia la caducità della vita e si annuncia come una condanna come nel componimento
“Un vecchio” dove affiora molto del suo sentire.

"E pensa, nella triste vecchiezza, avvilita,
a quanto poco godé la vita
quando aveva bellezza, facondia e vigoria…
Riflette. A come la Saggezza l’ha beffato.
Se n’era in tutto (che pazzia!) fidato:
‘Domani. Hai tanto tempo – la bugiarda diceva.
Gioie sacrificate…ogni slancio represso…
Ricorda. Ogni occasione persa, adesso
Suona come uno scherno".

Sono versi che spingono a chiedersi perché la poesia sia così trascurata, nella sua essenzialità che dice modernità e nella sua capacità di offrire interpretazioni e sentire diversi, in quella libertà che l’oggi reclama ma che poi teme.

"Sono caduta dalle scale. I luoghi e gli attori della violenza di genere", Venerdì 23 novembre, Napoli


Nella giornata dedicata alla violenza sulle donne

La Fondazione Valenzi

Venerdì, 23 novembre alle ore 11.00 presso Palazzo San Giacomo a Napoli, nella sala Pignatiello presentazione di "Sono caduta dalle scale. I luoghi e gli attori della violenza di genere"

L'incontro è organizzato con l'Assessorato alle pari opportunità del Comune di Napoli e il Dottorato di Studi di genere dell'Università Federico II.

Il volume, a cura di Caterina Arcidiacono e Immacolata Di Napoli, inquadra a livello storico e sociale la violenza di genere in famiglia e presenta i risultati di una ricerca con medici, parroci e operatori dei servizi. La violenza domestica è invisibile fintanto che non diventa femminicidio.

Il libro cerca di dirci come dare voce alle donne e impedire il massacro in "nome dell'amore".

lunedì 19 novembre 2012

Da editoriaraba: In italiano per la prima volta l'opera di al-Achaari, "L'arco e la farfalla"


Tra la narrativa araba proposta quest’anno in italiano spicca "L’arco e la farfalla" del politico marocchino Mohammed Al Achaari, con la sua fascetta promozionale: 'Miglior romanzo in lingua araba del 2011, vincitore dell’Arabic Booker Prize'.
Abbiamo gia' ripreso su queste pagine l'articolo del blog Editoriaraba all'uscita del libro che oggi si interroga sui criteri di scelta dei libri da tradurre dall'arabo all'italiano.
Sul retro di copertina si parla di primavera araba e terrorismo. 

Riportiamo l'articolo di Giacomo Longhi*


'La quarta di copertina mi annuncia che andrò a leggere un romanzo su “un Marocco in grande fermento, sempre più diviso fra tradizione e modernità”. L’autore è stato in carcere durante gli anni di piombo e recentemente Ministro della Cultura per il suo paese. Insomma, conoscendo i miei gusti non nutro le migliori aspettative, ma cerco di essere un lettore onesto e comincio la lettura con uno stato d’animo il più neutro possibile. 
Ma quando termino il romanzo le mie perplessità rimangono.
La vicenda prende avvio da una crisi improvvisa, che il protagonista, Youssef, racconta in prima persona. La perdita dei sensi, a cominciare dall'altro, come reazione a una notizia sconvolgente e inaspettata. Un anonimo biglietto lo informa del martirio del figlio Yassine in Afghanistan. Un punto di non ritorno per Youssef, che da quel momento in poi riconsidererà la propria vita sotto tutt’altra luce. E attraverso le sue riflessioni si susseguono le storie dei suoi genitori, le donne e gli amici della borghesia progressista, sullo sfondo di un Marocco sempre più soffocato da una crescita selvaggia e dalla minaccia di attentati terroristici.
Il titolo fa riferimento a due opere architettoniche. L’arco, progettato da Yassine, che avrebbe dovuto unire alla foce le due sponde del Bou Regreg, Rabat e Salé, la modernità e la tradizione. Non verrà mai realizzato. La “farfalla”, invece, è un mastodontico edificio che l’architetto Ahmad Majd pianifica e costruisce a Marrakech e che evidenzia bene lo schiacciante trionfo dei nuovi ricchi sulle più giovani e utopistiche aspirazioni del paese.
Un’enfasi insistente è posta sui temi d’attualità, mentre il romanzo oscilla tra il sentimentale e il noir. La scrittura è elegante e fluente, ottima la traduzione, ma la narrazione presenta diversi intoppi. Come per esempio il cameo con Saramago, quasi uno spento manichino, o il lungo capitolo sulla visita guidata a Volubilis col padre del protagonista, venti pagine di sola descrizione. Le perplessità più grandi seguitano sullo sviluppo di alcuni temi, che mi è parso superficiale se non addirittura fuorviante.
Trovo infatti riproposti inutili cliché, come quello dell’incolmabile distanza tra la cultura europea e quella marocchina, facilmente leggibile nell’episodio del suicidio di Diotima, la madre tedesca del protagonista, che tenta invano di integrarsi in un ambiente a lei straniero.
O il ritratto di una gioventù, quella marocchina, quanto mai incapace e disorientata, che pare composta da soli ingenui e velleitari. Esemplare è la storia dei figli adottivi di Ibrahim Al Khayyati, l’amico omosessuale di Youssef, che dopo il suicidio del compagno ne sposa la moglie per mettere a tacere le dicerie sul suo conto (sic!). Li troviamo completamente assorbiti dalla passione per la musica hard rock e black metal, cosa che li coinvolge in un’inchiesta sui “servi di Satana”. Loro malgrado, perché non sanno di cosa parlano i testi inglesi delle canzoni. Uno dei due, Osam, scomparirà misteriosamente. Lo ritroveremo nell’elementare epilogo, nei panni (pakistani) di un pericoloso terrorista. 
Ho pensato a "Palazzo Yacoubian" di 'ala al-Aswani. Anche in questo romanzo un giovane ragazzo si unisce a un gruppo jihadista, ma seguiamo dall’inizio alla fine il desolante percorso che lo porta a questa scelta, la sua realtà non ci appare più incomprensibile. In L’arco e la farfalla non si capisce come mai si arrivi a tutto ciò. Le ragioni per cui questi giovani scelgono la via del jihad restano inspiegate, oscure, resta la paura.
Non basta aggiungere tanti ingredienti per realizzare un buon romanzo. Non basta una bella scrittura. Mi interrogo sul valore di un libro da cui emergono vistosi stereotipi.
Mi chiedo infine cosa abbia determinato la pubblicazione del romanzo. Il fatto che abbia ricevuto un importante premio letterario? O i contenuti considerati appetibili per il pubblico italiano? Le aspettative si possono anche deludere con romanzi come questo. Forse ha ragione il critico egiziano Ibrahim Farghali, la qualità letteraria non determina ancora le scelte editoriali sulla letteratura araba, pare invece che ci si ostini a chiederle di spiegare il mondo da cui proviene.
Sono un buon promemoria le parole di Mahmud Al Wardani: Perché leggiamo Moravia e ci piace? Perché leggiamo Buzzati e ci piace? Non li leggiamo per essere sicuri di avere l’idea giusta dell’Italia, per essere sicuri di qualcosa, li leggiamo perché ci piacciono e ci dicono qualcosa, anche dell’Italia, sì, ma prima di tutto ci interessa quello che questi scrittori vogliono comunicare a tutti noi come esseri umani.

* Studente di Lingue e istituzioni economiche e giuridiche dell’Asia e dell’Africa mediterranea presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. 

venerdì 16 novembre 2012

"Poesie dell’Africa" di Lépold Sédar Senghor

L’Africa è l’anima, gli occhi attraverso i quali vede e sente Lépold Senghor, considerato il maggior poeta africano, creatore della négritude, essenza dell’uomo africano;, primo presidente del Senegal indipendente dai francesi dal 1960, lui cristiano in un paese a prevalenza musulmana.
Senza aver sfogliato il libro fino alla fine e senza aver letto neppure il titolo del manifesto, La négritude, le parole, le metafore, indirizzavano l’animo verso un nucleo originario legato alla terra africana, al di là della geografia e della storia; qualcosa che è oltre la cultura, per attingere direttamente alla matrice ancestrale.
Di questi componimenti per certi versi vicino alla prosa, almeno stando alle regole metriche e del gusto occidentale della scrittura poetica, mi ha colpito il loro carattere discorsivo, eppure prezioso con la ricerca della parola adeguata e ponderata, ogni volta ‘giusta’, così quotidiana pur essendo indicibile ai più: rivelatrice, dietro l’abito dell’emozione genuina e del contesto africano e francese, specchio della biografica dell’autore, di una cultura profonda, non semplicemente di una fine sensibilità, che attinge a piene mani dalla classicità senza citarla. Non è facile la lettura al primo approccio: si può restare perplessi, avvertire la lontananza della cultura di provenienza; poi improvvisamente, si rompe il ghiaccio e si entra nell’empatia di un nucleo originario e comune, antecedente le divisioni e le partizioni nazionali.
Ci vuole un po’ di tempo, disponibilità, umiltà per abbandonarsi ad un mood che certamente non ci è consueto nello stile. Oltrepassando l’abito però, si coglie invece l’universalità del sentimento e dell’emozione, fluidi e perfino ingenui.
Tra i temi il mare, a me molto caro, mi appare come uno dei fili conduttori e ancora il sole, nell’incandescenza del tramonto – prima che sia buio – con quell’aurea di malinconia e irrequietezza che lascia nell’avvicinarsi della notte. L’uomo appare tutt’uno con la natura nel suo sentire, soprattutto un sentire d’amore. L’amore non ci appare un sentimento generico, quanto il legame con un “tu”, destinatario della maggior parte delle poesie che si rivelano un dialogo consolatorio. L’altro è la misura della propria vita, la spia dell’accensione, pur nel dolore della separazione. La poesia è in certo modo consolatrice, con le lettere a tenere compagnia e viva la corrispondenza degli animi. Si avverte con grande naturalezza la compresenza di due culture imprescindibili per il poeta che più volte menziona la figura del ‘poeta pastore’.
Struggenti molti versi, quanto lucida l’analisi del poeta filosofo ne’ La negritudine nella quale dice che “qualcuno mi ha rimproverato di aver definito l’emozione come negra e la ragione come ellenica, cioè europea. Ed io mantengo fermamente questa mia tesi”. Nello specifico la ragione africana è intuitiva e l’arte esplicativa, partecipa al vitalismo degli oggetti; non si limita a riprodurli, tenendoli a distanza, e guardandoli. La conoscenza della tradizione greca è evidente come nella contrapposizione tra l’ontologia unitaria nera e la visione duale occidentale. L’uomo nero, secondo Senghor, sente la natura, sentendosi parte di essa e attraverso le cose si sente vicino a Dio; mentre l’uomo occidentale studia gli oggetti e li gestisce. Forse alcuni aspetti sarebbero da recuperare, considerando che il nostro autore è riuscito a sintetizzare il vitalismo africano nel cristianesimo.


Poesie dell’Africa
di Lépold Sédar Senghor
Bandecchi&Vivaldi EDITORI
6,90 euro

Da editoriaraba: L’arte del romanzo nel verbo di Abd al-Rahman Munif (parte 2)


di Rabii El Gamrani

Ed ora: “Gli alberi e l’assassinio di Marzuq"

Non ti commuovere! Stai ascoltando quello che ti dico? Non ti commuovere! E questi ultimi momenti che ti potrebbero lasciare un ricordo o suscitare un’emozione, lasciali perdere. Hai superato tutti gli ostacoli da solo non hai bisogno adesso di vedere negli occhi altrui un compatimento rassegnato. Loro non si curano certo di te, e anche se ti dicessero parole di commiserazione, è a loro stessi che penserebbero in realtà. Gettati tutto alle spalle e, se ci riesci, non guardarti mai indietro.

Così comincia il viaggio lungo e tortuoso di Mansùr Abd-Salàm, così inizia Gli alberi e l’assassinio di Marzuq, ma è un inizio fuorviante, perché nella prima parte del romanzo Mansùr Abd-Salàm serve solo da spalla alla narrazione di un altro personaggio che per puro caso si trova a viaggiare sullo stesso treno. 
E’ un viaggio breve e al tempo stesso lungo quanto basta per “ascoltare” le récit de vie di Elyas Nakhla, personaggio sisifeo che in un continuo e infinito inizio è condannato, come l’eroe greco, a sollevare il suo destino dagli inferi alla cima del monte per vederlo rotolare di nuovo verso il basso. La sua è un’odissea straordinaria che trasporta il lettore fra una moltitudine di paesaggi, di mestieri e di sensazioni contraddittorie.
Tutto prende inizio nel villaggio di Tayyiba, dove Elyas accudisce i suoi amati alberi che presto perderà per ritrovarsi condannato ad una maledetta peregrinazione e perfino quando trova l’amore, grazie al suo compagno di viaggio, l’asinello Sultan, il destino gli è avverso ed è costretto ad iniziare daccapo. Vagabondaggio, fatica, morte e un impossibile quanto legittimo desiderio di una vita normale e dignitosa, sono questi i dilemmi che Elyas affronta, ed è lui stesso a dire: “ Vivere…già il solo vivere, amico mio è un atto di coraggio, sì la vita è un atto di eroismo, ma senza strepiti. Un piccolo atto eroico che l’uomo compie quotidianamente per poter restare sincero e onesto”. 
Elyas è un antieroe irrequieto ed iracondo che, mentre sorseggia l’Arak, una bevanda diffusa in Mesopotamia, insieme all’estemporaneo compagno di viaggio, distilla goccia a goccia il racconto di una vita segnata dal dolore e attorniata da un alone di romanticismo che porta il lettore ad adottarlo, ad appassionarsi alle sue vicissitudini, a sentire il dolore di quella ferita che si è inferto quando ha perso l’amore della sua vita. Viene perfino voglia di difenderlo contro i malvagi doganieri che lo aspettano alla stazione dove le strade di Elyas e Mansùr si divideranno. 
Munif, con la maestria di un grande narratore, crea un universo espressivo e psicologico che coagula brillantemente l’imperativo di raccontare le peripezie di un uomo normale all’indagine della psiche di quel cristiano arabo che è condannato ad un eterno conflitto con se stesso e con il mondo che lo circonda. Nella sua evocazione, Elyas esprime perfettamente quella infelicità che lo accumuna a Mansùr Abd-Salam, perciò, sollecitato da quest’ultimo, la sua memoria viaggia verso quella che è stata la sua vita. Ed è un’ evocazione che assume il gusto di una voluttà masochista, Elyas non fugge al suo passato continuando tuttavia ad appartenere al suo presente.
Presente e passato che invece Mansùr Abd-Salam cerca vanamente di rinnegare, come rinnegherà Elyas stesso quando quest’ultimo scende nell’ultima stazione prima di varcare i confini. 
Lui varcherà quei maledetti confini fuggendo dal suo paese dove le porte di ogni possibilità di vita dignitosa gli sono state sbarrate. Egli è l’archetipo dell’intellettuale e dissidente arabo in fuga da un regime che si sente minacciato da chiunque abbia un’idea diversa di intendere la vita. Mansùr è un professore di storia che è stato cacciato dall’università per via delle sue idee politiche, e dopo anni di attesa e di disoccupazione fugge verso il paese confinante per lavorare come interprete per conto di un’equipe di archeologi francesi. Contrariamente ad Elyas che ha avuto almeno la consolazione di essere ascoltato, Mansùr dovrà raccontare la sua storia senza una spalla che lo inciti a tessere i fili del racconto, e la sua non sarà solo una narrazione orale. 
Davanti all’impossibilità di ogni riconciliazione con il suo passato travagliato, fatto di prigione, persecuzione, e fallimentari tentativi di ribellione contro l’assolutismo e la sopraffazione di uno Stato tiranno e contro una società bigotta e pigra, Mansùr è costretto a partire, ma la sua partenza è solamente uno spostamento fisico verso il deserto rovente e selvaggio, la sua mente invece rimarrà ossessionata da quelle ragioni che l’hanno spinto all’esilio, e la sentenza nei confronti di se stesso è senza appello: “Un vecchio gallo spennacchiato e rognoso, un fallito, ecco cosa sei, Mansùr!”. 
Il fallimento di Mansùr non è solo determinato dalla sua “fuga” e quindi da un agire di cui non può essere soddisfatto, il fallimento è causato soprattutto dalla sua impotenza di agire, di incidere su una società che gli gira le spalle e lo condanna alla follia. 
Quando dico che l’approdo di Munif alla scrittura segna la nascita di un innovatore della narrativa araba, il mio non è campanilismo dovuto alla passione che ho per questo scrittore, ma è un dato di fatto. L’autore di Storia di una città (3) è stato senza dubbio il primo scrittore arabo ad ingaggiarsi in una serie di esperimenti fino ad allora poco esplorati dagli autori arabi, ed è a torto che la critica, anche quella italiana, si è concentrata troppo sulle tematiche politiche e sociali nella sua narrativa, confinandolo nello spazio assai ridotto, per uno scrittore della sua statura, “dell’autore politicamente impegnato”. 
Le intenzioni creative e innovatrici di Munif si annunciano da subito attraverso una moltitudine di tecniche narrative riscontrabili in tutte le sue opere. Di fatto, Gli alberi e l’assassinio di Marzuq non è solo il suo romanza d’esordio, bensì è una dichiarazione di intenti di quello che sarà il suo progetto di scrittura dal punto di vista stilistico e linguistico, e di riscrittura dal punto di vista storico e politico.
Il “paratesto” ad esempio è una di queste strutture che Munif ha introdotto per primo nel romanzo arabo, il diario che Mansàr Abd-Salam lascia come testimonianza, e che l’autore ha posizionato nelle ultime pagine del romanzo, serve non solo a dare una chiave di lettura originale della storia, ma anche ad arricchire il testo di tecniche narrative nuove. Munif ricorrerà al paratesto in numerosi suoi romanzi fra cui All’est del mediterraneo (4) e Ending (5), ed è un esperimento azzeccatissimo che aprirà le porte a tanti altri autori per affrancarsi sempre di più da quella struttura rigida e classicista nel quale il romanzo arabo si era impantanato. 
Un’altra innovazione portata da Munif è la molteplicità dei narratori. A manovrare i fili del racconto in Gli alberi e l’assassino di Marzuq non è un unico narratore onnisciente, ma diversi ed abili narratori che si alternano senza tuttavia spezzare il canovaccio, bensì lo sviluppano, lo arricchiscono e lo aprono su orizzonti nuovi che un unico narratore non sarebbe capace di tessere. La maestria dell’autore e la sua capacità di fare della storia una specie di lavorazione alla filigrana ben intrecciata fa sì che la narrazione fili fluida ed elegante. 
Munif mette a dura prova non solo i suoi lettori, ma anche i suoi traduttori, perché nel forgiare le sue storie e i suoi personaggi realizza un’adesione perfetta fra l’universo psichico e il registro linguistico nel quale attinge. Ho letto i suoi testi, oltre che in arabo ovviamente, in francese, in inglese e in italiano e ho sempre avuto la netta sensazione che qualcosa per strada si perda, non per colpa dei traduttori, ma perché il linguaggio munifiano è difficilmente trasportabile in un’altra lingua. La ricchezza del vocabolario del nostro autore affonda le sue radici in quella tradizione orale e linguistica che si estende dall’Eufrate fino all’Atlantico, e Munif amalgama brillantemente tutto questo patrimonio, dando alla luce un linguaggio nuovo e moderno che s’inoltra in campi semantici che mai prima di lui sono stati esplorati come la zoologia, la botanica e la geopolitica.
La coerenza di Munif nel considerarsi un arabo tout court si riflette anche nelle sue ambientazioni geografiche, i personaggi munifiani si muovono in uno spazio non ben identificato, ma chiaramente identificabile in quanto mondo arabo nella sua assoluta vastità dalle sponde del Mediterraneo fino alla Mesopotamia, dove la narrativa realizza ciò che la politica non è stata in grado di realizzare, ovverossia una grande nazione araba unita.
Rimane un solo interrogativo: chi è Marzuq? Per saperlo dovete leggere Gli alberi e l’assassinio di Marzuq.

giovedì 15 novembre 2012

"Tunisi, taxi di sola andata" a Roma, Libreria L'Argonauta, 14 novembre

Insieme all'autrice, Ilaria Guidantoni, il giornalista e saggista Luciano Lanna.
L'attore Giuseppe Bisogno ha curato le letture dal romanzo.

Da Editoriaraba: L’arte del romanzo nel verbo di Abd al-Rahman Munif (prima parte)


di Rabii El Gamrani

La prima parte (domani la seconda) di un profilo appassionato e puntuale dell’opera di Abd al-Rahman Munif, uno dei principali esponenti della letteratura araba contemporanea, uno scrittore unico nel suo genere, impegnato, innovatore e che ha racchiuso in sé tutti i significati del termine “arabo”.
L'autore dell'articolo precisa che per scrivere una buona recensione occorre prendere “distanza” dall’oggetto di cui si vuole parlare e aggiunge: " confesso che io questa distanza non la posso prendere quando si tratta di ‘Abd al-Rahman Munif". 
Il suo apporto nell’arricchire la letteratura e il dibattito culturale nel mondo arabo è stato essenziale. 
Munif pone delle problematiche al suo recensore persino per quanto riguarda la sua biografia, perché di fatto non lo possiamo presentare come uno scrittore saudita. L’autore della monumentale "Città di sale" era infatti un apolide, l’Arabia Saudita avendogli tolto la cittadinanza nel 1964. I suoi romanzi e le sue posizioni politiche disturbavano tutti i regimi arabi e perciò fu costretto ad una continua sospensione fra le geografie. 
Lui stesso non si considerava cittadino di nessun paese, ma amava definirsi Arabo, ed è in questa prospettiva del panarabismo che bisogna leggere la sua militanza nel partito Baath iracheno, lo stesso partito che lo consegnò alle lugubri celle della prigione. Munif non ebbe pace nemmeno da morto: nel 2008 la sua tomba fu vandalizzata da ignoti. Me lo immagino mentre forma dei cerchietti di fumo con la pipa che era solito fumare, fulminare questi profanatori con lo sguardo, ed imprecare su di loro mandandoli in fuga. 
Anche i protagonisti di Munif si comportano così: irascibili, dissacratori, atei, sovente blasfemi, si ribellano alle ingiustizie, lottano fino alla fine, fino alla follia o alla morte, quasi sempre dei falliti, ma dei falliti che lasciano una traccia, un segno. 
Anche Munif, dall’alto della sua formazione economica in un campo sul quale si fonda la ricchezza di tutti i paesi del Golfo, aveva delle idee su come andava gestito il petrolio, per sfruttarlo in una chiave di sviluppo sociale che sollevasse le sorti del mondo arabo. E in un certo modo lo stesso Munif ha fallito politicamente, ma a guadagnarci è stata la letteratura. 
Prima di inoltrarci nel suo verbo, facciamo un accenno di rituale alla sua biografia: nato ad Amman, in Giordania, nel 1933 da padre saudita e madre irachena, Munif ha studiato giurisprudenza a Baghdad ed ha ottenuto a Belgrado un dottorato in economia petrolifera. Ha vissuto a Baghdad, a Beirut, al Cairo e a Parigi prima di stabilirsi definitivamente a Damasco dove morì nel 2004.
L’approdo di Munif alla scrittura avvenne assai tardi, quando il futuro scrittore aveva già maturato una lunga esperienza/frustrazione nel campo politico ed economico, attività che aveva abbandonato per dedicarsi alla scrittura. 
Il suo primo romanzo apparve infatti nel 1973, e da allora, il mondo arabo scoprì un grande scrittore, un innovatore della narrativa araba nel contenuto e nella forma.

Editoriaraba

mercoledì 14 novembre 2012

"Soudain la révolution!" Géopsycanalyse d’un soulèvement di Fethi Benslama

Un nuovo scritto sulla rivoluzione tunisina che sta monopolizzando, com'è comprensibile tutto il mondo della cultura nazionale, così come è emerso anche dalla 9a edizione della primavera delle arti plastiche a Palazo Abdellia a La Marsa (Tunisi). In qualche modo la cultura ha anche anticipato la rivoluzione come i versi del poeta Basset Ben Hassan, “Ouvrez les portes”, che ha in calce "Tunisi, 10 Maggio 2010" come sottolinea l'autore di “Soudain la révolution!”, Fethi Benslama, psicanalista tunisino e docente in Francia. Per restare nella prospettiva psicologica del libro che siamo rileggendo in questo spazio, i versi del poema citato che chiudono il saggio di Benslama mostrano l'esistenza di un io collettivo, di un sentire empatico tra persone e uomini e cose. L'autore esordisce dicendo che la rivoluzione è stata improvvisa, imprevista ed è arrivata quando ormai non ci si pensava più, nel senso che come un figlio troppo desiderato spesso arriva quando si sono deposte le armi. Da tempo infatti la stessa parola rivoluzione era non solo improbabile ma inconcepibile.
Benslama scrive questo libro, come lui stesso dichiara, correndo qualche rischio proprio perché a ridosso degli avvenimenti, per sottrarre la rivoluzione alla chiacchiera e per lasciar emergere quello che dichiara l'impensabile. Questo libro non è infatti una cronaca di accadimenti, né un'opinione su cosa sia stata la rivoluzione in Tunisia o cosa sarebbe dovuta essere ma un'analisi con l'obiettivo di focalizzarsi sulla scena dello scoppio della sollevazione e dell'immaginario nel quale il potere politico ha costretto a lungo il Paese. Eppure la politica in grado di aver esercitato un potere dittatoriale ad un certo momento e in pochissimo tempo si è rivelata una tigre di carta. A pensarci bene è stata sufficiente, almeno ad una prima lettura, la ribellione di un uomo per evidenziare come quello che sembrava sopportabile è diventato insopportabile. Questa considerazione, sostiene l'autore, evidenzia una geopsicanalisi che vede l'elemento psichico articolato in una corrispondenza di individuale e collettivo. Il fatto che colpisce è che la deflagrazione è subitanea e l‟auspicato ma insperato e giudicato irrealizzabile come un sogno che si avvera.
Ora l'ipotesi principale e dichiarata di questo testo è la transizione nel mondo arabo di un disimpegno, disaffezione dal paradigma politico a quello della “égaliberté”, dell'indissolubilità dell'uguaglianza dalla libertà, per cui si può parlare di una rivoluzione sociale, interiore, dei sogni non tanto politica né ideologica, stando almeno alla proposta di Etienne Balibar, dopo - e forse a causa, ndr - che il mondo arabo ha fatto esperienza dell'essere esausto.
Nel secondo capitolo, che riprende il titolo, si evidenzia come la rivoluzione sia uscita da un angolo morto, in un paese a due velocità, con una forte separazione tra nord e sud, dove la vicenda personale di Mohammed Bouazizi è stata sufficiente allo scoppio della rivoluzione ma non per una semplice identificazione collettiva. La spiegazione è più complessa. In tal senso, come emerge chiaramente da molti testi e dall'opinione corrente tunisina ma non all'estero, segnatamente in Italia, l'analisi delle cause non può essere solo razionale e riconducibile a una prospettiva economica, che appare riduttivo. Fethi Benslama fa un'analisi acuta ed elegante, senza alcuna pedanteria, per altro con un linguaggio piano e scorrevole che invita alla lettura di un testo pur complesso e denso, della simbologia nascosta nel gesto di Bouazizi. Questo giovane è diventato una sorta di martire ma di un nuovo genere, richiamando anche nel nome il padre (bou in tunisino) azizi (caro) che non è più tale. Ora - ci fa notare l'autore - che in Tunisia e in generale nel mondo arabo il suicidio – ancor più attraverso il fuoco – è un gesto raro, anche se è stato preceduto e seguito da gesti analoghi. Questo episodio però ha avuto oltre che una sua singolarità, una forza dirompente, restituendo l'inestimabile – quello che non è più degno di stima – ad essere stimabile, trasformando l'umiliato del potere in eroe. Scendendo nell'analisi del potere corrotto l'autore che nella sua cultura spazia dalla classicità alla modernità attraversando più civiltà, cita la “Repubblica” di Platone là dove si dice che la corruzione inizia con la frode delle parole. Non è che il popolo tunisino fosse stato ridotto al silenzio ma ricondotto all'inutilità della protesta così come alcune rivolte erano state considerate degli incidenti di percorso.

"Le rivoluzioni dall’altra parte del mare" di Domenico Quirico

Un saggio di grande pregio, scritto con maestria linguistica, qualche sapiente neologismo, la scorrevolezza dello stile giornalistico, senza dimenticare la lingua poetica soprattutto nella prima parte dell'opera. E' bello ascoltare una lezione di umiltà, pur nell'accento critico rispetto all'imbastardimento dell'informazione collettiva, senza rabbia ma con l'argomentazione di chi conosce da vicino la realtà. Pur non conoscendo questo insigne collega, che è stato a lungo in Nord Africa come inviato del quotidiano “La Stampa”, non me lo immagino seduto comodamente alla sua scrivania o nei salotti del giornalismo ma in prima linea mimetizzato a provare e rischiare cosa significa stare “dall'altra parte”. L'analisi della primavera araba parte da una riflessione che credo accomuni tutte le rivoluzioni, il kairòs, il momento giusto, la scintilla che l'inconscio collettivo individua più o meno inconsapevolmente o comunque sa cogliere. Perché è evidente che in Tunisia, ad esempio, da dove tutto il movimento tellurico del mondo arabo è partito, c'erano stati moti in passato ma sembrava incredibile che potesse esserci una deflagrazione. Il fatto è che a volte i tempi non sono maturi. Le pagine della “Primavera araba” mi ricordano a tratti quelle mirabili di “Sha in Sha” di Ryzard Kapuscinski, un grande documento storico ma anche un involontario – questo il pregio, di non essere pedanti e con tesi prestabilite - saggio di metodo per capire quello che ci circonda. Tra le riflessioni sulla rivoluzione tunisina, vorrei cogliere alcuni elementi che paiono anche a me significativi, ovvero che, comunque andrà la costruzione della democrazia, nulla sarà più come prima; che la rivoluzione non sia stata condotta in nome del pane ma della dignità e che la vera rivendicazione sia hurrya, libertà. E ancora, la spontaneità di questa rivoluzione nata dal basso, dai giovani, attraverso la rete Internet senza la personalizzazione di un leader. Un altro elemento di questo testo che mi sembra significativo è mettere in parallelo diversi paesi arabi che afferiscono al mondo Mediterraneo, senza rischiare però facili omologazioni, come è il caso dell'Egitto. In effetti l'autore evidenzia il vizio d'origine che mina la costruzione della democrazia nei paesi arabi, il tentativo di forgiare i partiti calandoli dall'alto in seguito a complotti e congiure, frutto dell'intrigo e della menzogna. Gli stati moderni sono nati tutti così e non con le rivoluzioni. Ecco perché il 2010 potrebbe essere un anno spartiacque, nascendo da rivoluzioni e per di più volute dai giovani e dal popolo. La via alla modernità è segnata soprattutto dalla Tunisia di Bourghiba, una sorta di dittatura dolce, con un capo dello Stato che guida il popolo „disordinato‟ verso mete a cui tutti aspirano: modernità, istruzione e sanità in particolare, laicità e un socialismo temperato. Ma gradualmente il padre diventa padrone e tiranno. Le storie poi nello specifico sono diverse, Ben Ali ad esempio non era un soldato ma un flic, un poliziotto, in uno stato molto vicino all'Europa anche per mentalità e con poche risorse naturali. La Libia invece, è seduta sull'oro ma tutto appare vecchio, sporco e povero. In Algeria, dove la rivoluzione non è riuscita a fare breccia, ci sono ancora tribù e una società che si è gradualmente allontanata dall'Europa dagli Anni Sessanta del Novecento ad oggi. Tra l'altro lo Stato resta il primo datore di lavoro. In Marocco lo Stato è soprattutto il dispensatore di servizi ed è l'unica monarchia di questa vasta area. In ogni caso la base dello stato arabo resta la tribù, anche se mi sembra che in tal senso la Tunisia faccia eccezione. Rispetto a tal quadro, Quirico approfondisce l'islamismo e il terrorismo islamico, con una considerazione che vorrei sottolineare e che condivido a dispetto di quanto si sente dire dai più. L'attivismo islamico resta un fenomeno soprattutto urbano e non interessa solo il proletariato delle periferie. Nella lunga analisi c'è uno spazio dedicato ad un fenomeno che si conosce poco e che è la penetrazione dell'islamismo tra i Tuareg, un popolo nomade in via d'estinzione che mi pare originale. Il saggio chiude il cerchio sull'imprevedibilità delle rivoluzione e, aggiungerei, sulla disattenzione anche da parte di coloro che dovrebbero essere in qualche modo degli addetti ai lavori su quello che ci circonda. Non so se consola il fatto che sia stato sempre così. Mi dispiace invece, in sintonia con Massimo Quirico, che l‟Occidente non abbia colto la straordinarietà di quanto è riuscito a fare il popolo tunisino. “Ci pensate cosa abbiamo fatto, dannazione, e da soli, senza aiuti? Abbiamo sollevato il carico più pesante del mondo, abbiamo separato la verità dalla menzogna… Provate voi occidentali a farlo! Sono cose che accadono nelle fiabe, e questa forse lo era.”

Primavera araba
Le rivoluzioni dall’altra parte del mare
di Domenico Quirico
Bollati Boringhieri
14,00 euro

martedì 13 novembre 2012

"L’aventure ambigue" de Cheikh Hamidou Kane

Il romanzo di Cheikh Hamidou Kane – nato in Sénégal nel 1928 – è stato pubblicato a Parigi presso Julliard nel 1961, sebbene scritto nel 1952. «L’aventure ambigue», forse più conosciuta nella sua versione cinematografica, ha un sapore biografico ma diventa anche una storia universale, quella di un itinerario spirituale. Colpisce il fatto che, se è un libro iscritto profondamente nella storia di un meticcio dal punto di vista culturale, tra il Sénégal e la Francia, è anche una riflessione universale di sapore filosofico. Senza dubbio infatti l’autore oppone il sapere tecnico occidentale al pensiero dell’Islam ripiegato su se stesso e rivolto a Dio. Questa tematica che attraversa tutta la storia del protagonista, la sua lacerazione, rende il testo una lettura universale: la fatica e la difficoltà che comporta l’impegno ad essere uomo con tutte le contraddizioni che ciascuno di noi vive e che nella storia sono esemplificate tra la spinta contraddittoria e complementare di due culture.
Ora, se l’uomo è condizionato dal proprio ambiente e l’autore Chiekh Hamidou Kane è in tutto e per tutto un bambino del Fout, il fiume del Sénégal, la cui lingua materna è la lingua peule – con il pular che è uno strumento musical – con una forte tradizione orale; è altrettanto vero che si serve della scrittura araba. Per parte di madre l’autore appartiene al popolo dei Peul, questa la denominazione francese, più comune, che riunisce circa 6 milioni di persone che sono gli antichi abitanti dell’estremo occidente del Sudan. Di incerte orgini, da molti designati come coloro che abitano al di là della Mauritania, sembrano discendere almeno per una parte dai berberi e sono detti ‘i rossi’ per i riflessi ambrati della loro pelle.
Esiste in ogni caso nel sentire del protagonista l’eco dell’etica behaviorista che si fonda sulla riserva, sulla vergogna di essere uomini di colore. Nella famiglia di Cheikh Kane lo si chiama Samba, il nome di rango del secondo figlio; ma Samba porta anche il nome arabo di Cheikh Kane perché è figlio di un musulmano fervente, un maestro di vita severo, una specie di santo. Tanto che il piccolo Samba dice che suo padre «non vive, prega» rendendosi conto nel tempo che non si tratta di un’alternativa ma di una scelta, di uno stile di vita. Non è un caso che nell’indecisione della scelta del titolo l’autore avesse in un primo tempo optato per «Dieu n’est pas un parent» (Dio non è un genitore) per evidenziare in quella che è una trascrizione più che una traduzione dalla lingua peule, dell’inaccessibilità di Dio. Potrebbe dire insieme al suo presidente Léopold Sédar Senghor, «nous sommes des métis culturels. Si nous sentons en nègres, nous nous exprimons en français, parce-que le français est une langue à vocation universelle.» Sénghor, d’altronde, (Joal, 9 ottobre 1906 – Verson, 20 dicembre 2001) è stato un punto di riferimento quale cerniera tra l’Africa e l’Europa: politico e poeta senegalese di lingua francese che, tra le due guerre fu, con l'antilliano Aimé Césaire, il vate e l'ideologo della négritude. Tra il 1960 ed il 1980 è stato il primo presidente del Senegal. Senghor è stato inoltre il primo africano a sedere come membro della Académie française. E’ stato anche il fondatore del partito politico chiamato Blocco Democratico senegalese ed è considerato da molti come uno dei più importanti intellettuali africani del XX secolo, contribuendo con le sue opere alla riscoperta della cultura africana: dalla letteratura alla scultura, dalla filosofia alle credenze religiose.