venerdì 6 settembre 2013
Editoriaraba - E il Premio Nobel per la letteratura (araba) a…
Mancano 27 giorni (circa) all’annuncio del prossimo Premio Nobel per la Letteratura e i blog letterari sono in fibrillazione (anche #totoNobel su Twitter).
I nomi favoriti, stando a Ladbrokes, sito riportato anche da Marcia L. Qualey sul suo blog, sono pochi e soprattutto ricorrono da anni, il che fa pensare che siano stati messi lì per pro forma più che per una reale chance di vittoria, dichiara Chiara Comito autrice dell’articolo.
I primi in lizza sarebbero la scrittrice algerina Assia Djebar e il poeta siriano Adonis, entrambi con “punteggio” 14/1. Seguono lo scrittore libanese Elias Khouri e il poeta palestinese Ghassan Zaqtan, entrambi con minori possibilità, sembra, perché sono dati per ora 100/1.
***
Ora, visto che neanche l’Accademia svedese pare prestare molta attenzione alla letteratura araba che dal 1901 a oggi ha riportato solo un laureato al Nobel, lo scrittore egiziano Nagib Mahfuz, Editoriaraba propone di provare insieme a comporre una rosa di nomi di autori arabi che vorremmo ricevessero il Premio.
Ognuno nei commenti scrive due nomi:
a) chi vorresti vincesse il Premio Nobel quest’anno (e perché)
b) chi avresti voluto vincesse il Premio Nobel in passato (e perché) – così diamo possibilità anche a chi ormai non c’è più
Editoriaraba propone
a) Elias Khouri: perché ritiene sia il più importante scrittore libanese contemporaneo. E perché quando ha raccontato nei suoi libri della guerra civile libanese, o del popolo palestinese, lo ha sempre fatto con parole non scontate, non mai ha banalizzato l’orrore e le sofferenze umane. Inoltre non ha mai fatto mancare la sua voce quando si è trattato di denunciare i crimini di Assad e di alleviare la solitudine del popolo siriano.
b) Mahmoud Darwish: che non ha bisogno di commenti.
mercoledì 4 settembre 2013
Editoriaraba - La Tunisia e l’Algeria francofone ospiti di Babel, Festival di letteratura e traduzione
Quest’anno da Babel, Festival di letteratura e traduzione che ogni anno dal 2006 è organizzato nella città svizzera di Bellinzona, è il turno dell’Africa francofona: tra autori, case editrici e traduttori, per quattro giorni la cittadina del Canton Ticino sarà il luogo dell’incontro tra le diverse anime letterarie della francofonia africana.
E tra gli invitati, figurano anche scrittori ed editori tunisini e algerini.
Il 14 settembre alle 10.30 sarà infatti la volta di Azza Filali: classe 1952, medico di professione ma scrittrice per vocazione, Filali è autrice di numerose pubblicazioni scientifiche e di due romanzi, tra cui l’ultimo Ouatann (patria, in arabo) pubblicato nel 2012 dalle edizioni Elyzad. Il romanzo- che io ho apprezzato e recensito su questo blog (ndr) - fa parte di quei libri che raccontano la Tunisia prima della rivoluzione: la disoccupazione, la perdita delle speranze, il sogno di Lampedusa. Il libro nel 2012 ha vinto il Premio letterario Comar d’Or per la narrativa tunisina d’espressione francese. Filali condividerà il palco con la sua editrice, la franco-palestinese ma tunisina d’adozione Elisabeth Daldoui; a Bologna invece, sarà il 10 settembre alle 22.15 alla Festa dell’Unità.
Lo scrittore e giornalista algerino Kamel Daoud dialogherà invece con la traduttrice Yasmina Melaouah e l’editore Sofiane Hadjadj il pomeriggio del 14 settembre alle 14. Nato nel 1970 a Mostaganem, Daoud è capo redattore del giornale Le Quotidien d’Oran e autore, tra gli altri, di alcune raccolte di racconti: L’Arabe e le vaste pays d’ô, che parla della condizione dell’uomo arabo nel mondo contemporaneao e grazie alla quale nel 2008 il suo autore riceve il premio letterario Mohamed Dib; Minotaure 504 (pubblicato nel 2011 dalla parigina Sabine Wespieser come anche il titolo che segue), raccolta selezionata per il Prix Goncourt de la nouvelle 2011 e La préface du nègre, di cui è stata pubblicata quest’anno la traduzione in italiano a cura della stessa Melaouah per le edizioni Casagrande, collana Babel, con il titolo La prefazione del negro. Quest’ultimo titolo in Algeria è stato pubblicato dalle edizioni Barzakh, una casa editrice nata nel 2000 da un’idea di Hadjadj e di una sua amica. Entrambi appassionati di letteratura, dopo gli studi in Francia erano tornati in Algeria con un sogno: aprire una casa editrice vivace e moderna che colmasse il vuoto editoriale che avevano ritrovato al ritorno nel paese. Nel tempo i due hanno pubblicato diversi titoli in arabo e francese e stabilito importanti partnership, come quella con la francese Actes Sud, che traduce ad un ritmo impressionante larga parte della letteratura araba contemporanea.
***
La questione della francofonia nel mondo arabo è complessa e intricata e parlarne implicherebbe avviare un dibattito non solo linguistico ma anche storico-politico, che esula dall’ambito di editoriaraba. “La francofonia nel mondo arabo e il relativo dibattito – scrive Chiara Comito - interessano anche il nostro mondo editoriale, che spesso preferisce tradurre autori arabi francofoni o anglofoni, direi per alcuni motivi: entrarci in contatto, leggerne i manoscritti originali e seguire il processo di traduzione è molto più semplice rispetto all’avere a che fare con un autore che parla e scrive “solo” in arabo, una lingua che soffre ancora di scarsa visibilità e attenzione e di qualche pregiudizio. Inoltre, esistono (ancora) molti più traduttori dal francese o dall’inglese (e curatori post) rispetto ai traduttori arabisti. Non voglio qui negare l’esistenza e l’importanza di autori come: Amin Maalouf, Fouad Laroui, Yasmina Khadra, Assia Djebar, Kateb Yacine, solo per citarne alcuni, che hanno rappresentato e rappresentano tuttora un segmento fondamentale della letteratura araba moderna e contemporanea. Né d’altronde si può, né si deve, nascondere la situazione di diffuso plurilinguismo di cui “soffrono” Libano, Tunisia, Marocco e Algeria. Quello che mi preme sottolineare è che esiste tutto un mondo ancora largamente inesplorato (sebbene le cose, ultimamente, stiamo marciando in questa direzione) di autori arabi arabofoni validi e meritevoli di essere tradotti che sarebbe un peccato non poter mai vedere sugli scaffali delle nostre librerie”.
martedì 3 settembre 2013
Editoriaraba - “Vicolo del mortaio”: la narrazione, l’umanità e le storie di Nagib Mahfuz
Lucilla Parisi scrive per editoriaraba di Vicolo del mortaio, romanzo tra i più importanti e conosciuti del Premio Nobel egiziano Nagib Mahfuz (1911 – 2006), per rileggere un grande classico della letteratura araba..
di Lucilla Parisi*
Vicolo del Mortaio è un luogo che potrebbe essere ovunque nella sua pacata immobilità. Le vite dei suoi abitanti sono scorci di un’umanità stanca e appesantita dagli eventi. La povertà, la guerra, la precarietà hanno qui un significato universale e raccontano di giornate spese a sopravvivere all’oblio e alla morte. Volti disegnati con abilità e attenzione da chi conosce il mondo che rappresenta e lo descrive con il giusto distacco.
Il Cairo di queste pagine è solo un frammento della città durante la seconda guerra mondiale, guerra che dagli abitanti del Vicolo – soprattutto tra i giovani – viene vissuta come l’inizio di un cambiamento, seppur temporaneo, fatto di traffici di merci e di opportunità.
Hussein Kirsha, figlio del proprietario del caffè, rifugge sprezzante la vita del quartiere proprio per cercare fortuna nel conflitto:
Con lo scoppio della guerra, aveva preso servizio nelle guarnigioni dell’esercito britannico, dove riceveva trenta piastre al giorno contro le tre del suo primo impiego […] Si dava alla bella vita con sfrenato entusiasmo.
Hamida, sua sorella di latte, convinta di essere destinata – come il fratello – ad un’esistenza di agi ingaggia con il Vicolo una lotta fatta di intrighi e di latente ribellione, in attesa dell’uomo che, con la sua ricchezza e il suo amore, saprà riscattarla da una vita di rinunce. Il giovane Abbas al-Helwu, per amore di Hamida, abbandona il luogo in cui vive e lavora per cercare fortuna in guerra e tornare con le tasche gonfie di denaro, sufficiente a soddisfare la vanità e l’avidità della ragazza.
I più anziani sono osservatori stanchi della propria esistenza, inframmezzata da slanci di ingenua e goffa vitalità e da mal celate contraddizioni: come il ricco padrone del bazar che, ogni giorno, si fa preparare un piatto di farik (composto di carne di piccione mischiata a polvere di noce moscata) – un alimento afrodisiaco – capace di regalargli, durante la notte successiva, ore intere di voluttà con la moglie, nonostante bruci di passione per la giovane Hamida; o padron Krisha, che è dedito al consumo di hashish e alla frequentazione di ragazzi abbordati e condotti nel suo caffè per soddisfare le sue pulsioni più profonde, ben note ormai all’intero quartiere e alla moglie; o, ancora, come Sayyid Ridwan al- Hussein, uomo stimato e venerato da tutti per la sua incrollabile fede in Dio e per la cieca fiducia nell’umanità, ma incapace di portare nella propria casa il messaggio di pace e speranza che diffonde con tanta facilità fuori dalle mura domestiche.
Nel Vicolo ci sono storie che si raccontano da sole. Il tempo scorre inesorabile ed è scandito solo dal ritmo degli eventi, vicini e lontani, il cui racconto passa di bocca in bocca, di bottega in bottega, dall’alba sino al tramonto, per dissolversi poi nell’oscurità della notte.
“Il mattino rischiarò il Vicolo e un raggio di sole colpì la parte più alta del muro del bazar e del negozio di barbiere. Songor, il garzone del caffè, riempiva un secchio e bagnava per terra. Cominciava un’altra pagina di vita quotidiana e gli abitanti del Vicolo davano silenziosamente il benvenuto al nuovo giorno. [...] Così la vita tornava a scorrere nel Vicolo nel modo consueto, […] ben presto ogni notizia si smorzava in quel lago placido e stagnante, dove, al giungere della sera, gli avvenimenti del mattino svanivano nell’oblio.
Accostarsi alla scrittura del Premio Nobel Nagib Mahfuz, autore di decine di romanzi, significa ritrovare il piacere della lettura senza compromessi ed immergersi nel flusso di una narrazione da cui è difficile separarsi senza provare nostalgia. Ho camminato nel Vicolo del Mortaio, ho preso un tè nella bottega di padron Kirsha, mi sono persa nel bazar di Sayyid Selim Alwan e ho guardato dalle finestre socchiuse di Hamida, senza mai perdermi.
Vicolo del Mortaio è un romanzo fatto di persone e di luoghi reali in cui tornare e rivivere suggestioni ed emozioni dimenticate.
___________________________________
Vicolo del Mortaio di Nagib Mahfuz – (Settembre 2011 – 17^ edizione Feltrinelli); traduzione dall’arabo di Paolo Branca. Prima edizione in lingua araba uscita nel 1947 col titolo Zuqaq al-Midaq.
* Lucilla Parisi si occupa da anni di letteratura e collabora con diverse riviste e blog letterari tra cui i-Libri.com e Scoprire Istanbul Magazine. Ha moderato all’interno di importanti manifestazioni del mondo editoriale, da ultimo Bookcity Milano, oltre ad aver intervistato scrittori e giornalisti internazionali. Ha un debole per gli scrittori arabi e sudamericani, ma predilige la letteratura “al femminile”.
di Lucilla Parisi*
Vicolo del Mortaio è un luogo che potrebbe essere ovunque nella sua pacata immobilità. Le vite dei suoi abitanti sono scorci di un’umanità stanca e appesantita dagli eventi. La povertà, la guerra, la precarietà hanno qui un significato universale e raccontano di giornate spese a sopravvivere all’oblio e alla morte. Volti disegnati con abilità e attenzione da chi conosce il mondo che rappresenta e lo descrive con il giusto distacco.
Il Cairo di queste pagine è solo un frammento della città durante la seconda guerra mondiale, guerra che dagli abitanti del Vicolo – soprattutto tra i giovani – viene vissuta come l’inizio di un cambiamento, seppur temporaneo, fatto di traffici di merci e di opportunità.
Hussein Kirsha, figlio del proprietario del caffè, rifugge sprezzante la vita del quartiere proprio per cercare fortuna nel conflitto:
Con lo scoppio della guerra, aveva preso servizio nelle guarnigioni dell’esercito britannico, dove riceveva trenta piastre al giorno contro le tre del suo primo impiego […] Si dava alla bella vita con sfrenato entusiasmo.
Hamida, sua sorella di latte, convinta di essere destinata – come il fratello – ad un’esistenza di agi ingaggia con il Vicolo una lotta fatta di intrighi e di latente ribellione, in attesa dell’uomo che, con la sua ricchezza e il suo amore, saprà riscattarla da una vita di rinunce. Il giovane Abbas al-Helwu, per amore di Hamida, abbandona il luogo in cui vive e lavora per cercare fortuna in guerra e tornare con le tasche gonfie di denaro, sufficiente a soddisfare la vanità e l’avidità della ragazza.
I più anziani sono osservatori stanchi della propria esistenza, inframmezzata da slanci di ingenua e goffa vitalità e da mal celate contraddizioni: come il ricco padrone del bazar che, ogni giorno, si fa preparare un piatto di farik (composto di carne di piccione mischiata a polvere di noce moscata) – un alimento afrodisiaco – capace di regalargli, durante la notte successiva, ore intere di voluttà con la moglie, nonostante bruci di passione per la giovane Hamida; o padron Krisha, che è dedito al consumo di hashish e alla frequentazione di ragazzi abbordati e condotti nel suo caffè per soddisfare le sue pulsioni più profonde, ben note ormai all’intero quartiere e alla moglie; o, ancora, come Sayyid Ridwan al- Hussein, uomo stimato e venerato da tutti per la sua incrollabile fede in Dio e per la cieca fiducia nell’umanità, ma incapace di portare nella propria casa il messaggio di pace e speranza che diffonde con tanta facilità fuori dalle mura domestiche.
Nel Vicolo ci sono storie che si raccontano da sole. Il tempo scorre inesorabile ed è scandito solo dal ritmo degli eventi, vicini e lontani, il cui racconto passa di bocca in bocca, di bottega in bottega, dall’alba sino al tramonto, per dissolversi poi nell’oscurità della notte.
“Il mattino rischiarò il Vicolo e un raggio di sole colpì la parte più alta del muro del bazar e del negozio di barbiere. Songor, il garzone del caffè, riempiva un secchio e bagnava per terra. Cominciava un’altra pagina di vita quotidiana e gli abitanti del Vicolo davano silenziosamente il benvenuto al nuovo giorno. [...] Così la vita tornava a scorrere nel Vicolo nel modo consueto, […] ben presto ogni notizia si smorzava in quel lago placido e stagnante, dove, al giungere della sera, gli avvenimenti del mattino svanivano nell’oblio.
Accostarsi alla scrittura del Premio Nobel Nagib Mahfuz, autore di decine di romanzi, significa ritrovare il piacere della lettura senza compromessi ed immergersi nel flusso di una narrazione da cui è difficile separarsi senza provare nostalgia. Ho camminato nel Vicolo del Mortaio, ho preso un tè nella bottega di padron Kirsha, mi sono persa nel bazar di Sayyid Selim Alwan e ho guardato dalle finestre socchiuse di Hamida, senza mai perdermi.
Vicolo del Mortaio è un romanzo fatto di persone e di luoghi reali in cui tornare e rivivere suggestioni ed emozioni dimenticate.
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Vicolo del Mortaio di Nagib Mahfuz – (Settembre 2011 – 17^ edizione Feltrinelli); traduzione dall’arabo di Paolo Branca. Prima edizione in lingua araba uscita nel 1947 col titolo Zuqaq al-Midaq.
* Lucilla Parisi si occupa da anni di letteratura e collabora con diverse riviste e blog letterari tra cui i-Libri.com e Scoprire Istanbul Magazine. Ha moderato all’interno di importanti manifestazioni del mondo editoriale, da ultimo Bookcity Milano, oltre ad aver intervistato scrittori e giornalisti internazionali. Ha un debole per gli scrittori arabi e sudamericani, ma predilige la letteratura “al femminile”.
La Radio del Festival delle storie per riascoltare le storie della Valle di Comino dell'edizione 2013
lunedì 2 settembre 2013
Editoriaraba - Jamila Hassoune, Ahdah Soueif, Ahmed Mourad e Nadine Kaadan al Festivaletteratura di Mantova
Al prossimo Festivaletteratura di Mantova (4 – 8 settembre), la letteratura araba sarà protagonista di diversi incontri, grazie ad ospiti come la libraia marocchina Jamila Hassoune, la scrittrice e attivista egiziana Ahdah Soueif, lo scrittore e fotografo egiziano Ahmed Mourad (ora in libreria con Polvere di diamante, Marsilio ed.) e la disegnatrice siriana, autrice di libri per bambini, Nadine Kaadan. Dialogheranno, tra gli altri, con loro: Paola Caridi, Elisabetta Bartuli ed Enrica Battista.
Su Editoriaraba il dettaglio degli appuntamenti
Editoriaraba - “Al-haraka baraka”, cinque scrittori, una primavera, quale futuro?
“Tutto passa” (كــلُّ حــــالٍ يـــزول ) di Mouneer Alshaarani
Chi meglio di uno scrittore sa interpretare il presente e immaginare il futuro? Chi meglio di uno scrittore può leggere i segni, raccogliere il dolore, farsi portavoce di un dramma? Chi meglio di uno scrittore può alleviare le sofferenze del proprio paese parlando di speranza, futuro e ottimismo?
Questo fine settimana sul sito della BBC World Service, all’interno del programma Newsday, cinque scrittori provenienti da Siria, Libia, Egitto, Tunisia e Yemen hanno proposto una loro personale chiave di lettura sugli eventi in corso, su ciò che è accaduto nel proprio paese negli ultimi 2-3 anni e hanno provato a immaginare come potrà essere il futuro.
Le visioni degli autori differiscono sensibilmente le une dalle altre e forse, anche senza sapere di che nazionalità erano, non sarebbe stato impossibile indovinare il loro paese di provenienza.
Samar Yazbek – Siria
Per l’autrice di Lo specchio del mio segreto e Il profumo della cannella, è molto doloroso parlare di quanto sta accadendo in Siria, perché la realtà ha ormai di gran lunga superato la fantasia più crudele. Questa realtà siriana di oggi e di ieri è talmente orribile da essere indicibile e l’uomo, di fronte alla barbarie compiuta da un altro uomo, nulla può, nulla è.
"The extent of the barbarity that exists in this world is beyond anyone’s imagination. What I have seen I cannot describe. Reality is more gruesome than anything the mind can conjure".
Ghazi Gheblawi – Libia
Per il co-fondatore di Libya al-Youm, nella Libia post-Gheddafi si guarda al futuro con un misto di apprensione, speranza e ottimismo. Forse il viaggio verso un futuro migliore e più giusto sarà arduo ed accidentato, ma nonostante le difficoltà, ne sarà valsa la pena una volta arrivati.
"We might be allowed to be angry, upset or frustrated, but we are not allowed in our loathsome disappointment to lose hope. Without hope, we wouldn’t be able to lift ourselves from our legacy of despotism, social stagnation and the carcasses of lost opportunities".
Sara Khorshid – Egitto
Nonostante i tragici eventi dell’ultimo mese, secondo Khorshid la rivoluzione non ha perso del tutto: si tratta solo di ritrovare la slancio iniziale. Coloro i quali sono ancora fedeli agli ideali del primo periodo devono rimanere uniti e lottare contro tutte le forme di autoritarismo, sia esso militare o religioso.
The mission of those still loyal to the revolution must be to stand up against the army’s brutal crackdown on Muslim Brotherhood members – a crackdown that goes against everything the revolution called for.
Samar Mezghanni – Tunisia
Cronache di doloroso pessimismo arrivano invece dal paese che ha dato il via alle rivolte nei paesi arabi. Secondo la giovanissima autrice (classe 1988), le cose non vanno affatto bene in Tunisia e la colpa è in parte dei tunisini, ma soprattutto dei leader al potere. Non molto è cambiato da quando Ben Ali è stato mandato a casa, e la rivoluzione non è finita, non ancora.
"We found out that the people we recognised as leaders are not offering us a vision, are not uniting us and are not taking the lead about the future of our country".
Farea al-Muslimi – Yemen
Lo Yemen è ancora impantanato in uno stallo economico e politico, tuttavia l’autore intravede alcuni spiragli di luce. Primo tra tutti, la mancata salita al “trono” presidenziale del figlio dell’ex presidente Saleh (mai del tutto scomparso dalla scena). E se è vero che al-haraka baraka (il movimento è benedizione), il futuro dovrà essere per forza più promettente del presente.
“Al-Harka barka, a popular phrase goes, pointing to the sky, “Movement is a blessing.”Directing my gaze at the stirrings of political power players, rather than cloud activity, I tend to view Yemen’s future in much the same way".
Chi meglio di uno scrittore sa interpretare il presente e immaginare il futuro? Chi meglio di uno scrittore può leggere i segni, raccogliere il dolore, farsi portavoce di un dramma? Chi meglio di uno scrittore può alleviare le sofferenze del proprio paese parlando di speranza, futuro e ottimismo?
Questo fine settimana sul sito della BBC World Service, all’interno del programma Newsday, cinque scrittori provenienti da Siria, Libia, Egitto, Tunisia e Yemen hanno proposto una loro personale chiave di lettura sugli eventi in corso, su ciò che è accaduto nel proprio paese negli ultimi 2-3 anni e hanno provato a immaginare come potrà essere il futuro.
Le visioni degli autori differiscono sensibilmente le une dalle altre e forse, anche senza sapere di che nazionalità erano, non sarebbe stato impossibile indovinare il loro paese di provenienza.
Samar Yazbek – Siria
Per l’autrice di Lo specchio del mio segreto e Il profumo della cannella, è molto doloroso parlare di quanto sta accadendo in Siria, perché la realtà ha ormai di gran lunga superato la fantasia più crudele. Questa realtà siriana di oggi e di ieri è talmente orribile da essere indicibile e l’uomo, di fronte alla barbarie compiuta da un altro uomo, nulla può, nulla è.
"The extent of the barbarity that exists in this world is beyond anyone’s imagination. What I have seen I cannot describe. Reality is more gruesome than anything the mind can conjure".
Ghazi Gheblawi – Libia
Per il co-fondatore di Libya al-Youm, nella Libia post-Gheddafi si guarda al futuro con un misto di apprensione, speranza e ottimismo. Forse il viaggio verso un futuro migliore e più giusto sarà arduo ed accidentato, ma nonostante le difficoltà, ne sarà valsa la pena una volta arrivati.
"We might be allowed to be angry, upset or frustrated, but we are not allowed in our loathsome disappointment to lose hope. Without hope, we wouldn’t be able to lift ourselves from our legacy of despotism, social stagnation and the carcasses of lost opportunities".
Sara Khorshid – Egitto
Nonostante i tragici eventi dell’ultimo mese, secondo Khorshid la rivoluzione non ha perso del tutto: si tratta solo di ritrovare la slancio iniziale. Coloro i quali sono ancora fedeli agli ideali del primo periodo devono rimanere uniti e lottare contro tutte le forme di autoritarismo, sia esso militare o religioso.
The mission of those still loyal to the revolution must be to stand up against the army’s brutal crackdown on Muslim Brotherhood members – a crackdown that goes against everything the revolution called for.
Samar Mezghanni – Tunisia
Cronache di doloroso pessimismo arrivano invece dal paese che ha dato il via alle rivolte nei paesi arabi. Secondo la giovanissima autrice (classe 1988), le cose non vanno affatto bene in Tunisia e la colpa è in parte dei tunisini, ma soprattutto dei leader al potere. Non molto è cambiato da quando Ben Ali è stato mandato a casa, e la rivoluzione non è finita, non ancora.
"We found out that the people we recognised as leaders are not offering us a vision, are not uniting us and are not taking the lead about the future of our country".
Farea al-Muslimi – Yemen
Lo Yemen è ancora impantanato in uno stallo economico e politico, tuttavia l’autore intravede alcuni spiragli di luce. Primo tra tutti, la mancata salita al “trono” presidenziale del figlio dell’ex presidente Saleh (mai del tutto scomparso dalla scena). E se è vero che al-haraka baraka (il movimento è benedizione), il futuro dovrà essere per forza più promettente del presente.
“Al-Harka barka, a popular phrase goes, pointing to the sky, “Movement is a blessing.”Directing my gaze at the stirrings of political power players, rather than cloud activity, I tend to view Yemen’s future in much the same way".
La Marsa, Tunis - Dali Belkadhi, Hommage à Salvador Allende ou la démocratie confisquée
A la librarie Mille Feuilles, avec une exposition personnelle de l’artiste Dali Belkadhi, «Hommage à Salvador Allende ou la démocratie confisquée». Nous vous convions au vernissage, qui sera le 7 Septembre, à partir de 18h.
Dimanche 8 Septembre, à partir de 11h, le psychanalyste Norbert Châtillon nous fera l’honneur d’une conférence, «Salvador Allende, révolution sociale et révolution intime».
Salvador Allende est un médecin et homme d'Etat socialiste chilien, président de la République du Chili du 3 novembre 1970 au 11 septembre 1973.
Unique président socialiste du Chili au XXème siècle, Salvador Allende fut l'un des hommes politiques clef de l'Amérique Latine, avant d'être renversé par un coup d'état militaire dirigé par le général Augusto Pinochet Ugarte.
Issu d'un milieu bourgeois de libres-penseurs, il s'affilie très tôt à la franc-maçonnerie et adhère au parti socialiste chilien dès 1933.
Sa carrière politique débute en 1937 par une élection à la Chambre basse du Congrès.
Docteur en médecine, il devient, l'année suivante, ministre de la Santé. Son ascension politique se poursuit par un poste de Sénateur, en 1945, siège qu'il occupe durant un quart de siècle et qui lui assure une grande notoriété populaire.
Au cours de cette période, il est à trois reprises présenté comme candidat à la présidence par son parti, le Front d'Action Populaire.
C'est lors de sa quatrième tentative, en 1970, sous la bannière de l'Unité Populaire (coalition de partis de gauche), qu'il remporte les élections d'une courte majorité.
Il mène un important projet de nationalisation, mais l'économie du pays s'effondre et l'inflation augmente. Face à une armée inquiète, le président Allende voit sa marge de manœuvre diminuer.
Et le 11 septembre 1973, Augusto Pinochet, soutenu par les États-Unis, s'empare du pouvoir.
Le même jour, Salvador Allende meurt dans de troubles circonstances.
Il Festival delle storie, un trekking letterario
Venerdì, 30 Agosto 2013 Ilaria Guidantoni
La quarta edizione del Festival delle Storie della Valle di Comino, alta collina disseminata di piccoli paesi, è stata definita un trekking letterario dal quotidiano “la Repubblica”, per il suo carattere di ‘passeggiata’ in squadra, di fatica – animato com’è da una schiera di volontari – e per il contatto con il territorio e la natura, parti integranti delle chiacchierate.
Non è propriamente un festival letterario perché sono le storie protagonisti più dei libri stessi. Lo spirito è quello del narrare insieme, dell’incontro e del recupero di una tradizione orale, oltre che letteraria. Quest’anno in particolare c’è stato lo spazio del laboratorio per l’infanzia, animato da Tiziana Bruno, scrittrice per bambini e sociologa. Ma la manifestazione è anche l’occasione per promuovere la Valle, ancora addormentata, e valorizzarla dal punto di vista economico narrandone le storie, appunto. E’ così che ho scoperto nei laboratori di degustazione dei vini locali, nei quali si gioca con parola e sapore, insieme al critico enogastronomico, Antonio Paolini, che c’è stata nei primi decenni del Novecento una forte emigrazione verso l’Irlanda e anche l’Inghilterra, mentre oggi si assiste ad un’ondata di ritorno, spesso solo estiva che ha dato vita a qualche singolare contaminazione.
L'articolo integrale su Saltinaria.it
Editoriaraba - “L’armée du salut” di Abdellah Taïa al Festival del Cinema di Venezia
"L’armée du salut" dello scrittore marocchino Abdellah Taïa sbarca al Festival di Venezia, selezionato all’interno della Settimana Internazionale della Critica.
Primo lungometraggio di Taia (il film è stato scritto e diretto dallo stesso autore ed è una co-produzione franco-marocchina), il film è tratto dall’omonimo romanzo uscito in Francia nel 2006 e tradotto in italiano con il titolo "L’esercito della salvezza" (trad. di S. Valenti, ISBN, 2009).
Da Osservatorioiraq che lo ha recensito di recente:
[L'esercito della salvezza è] una sorta di libro-matrice, “un libro che racchiude l’origine di tutto ciò che sono”. Riprende immagini e tematiche già trattate in precedenza dallo scrittore e anticipa alcuni spunti poi approfonditi in Uscirò dal tuo amore (Isbn, 2010) e Ho sognato il re (Isbn, 2012). Per Abdellah Taia si tratta di un crocevia esistenziale e allo stesso tempo stilistico, che segna il passaggio dal racconto al romanzo.
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