lunedì 21 ottobre 2013
Editoriaraba - Di fortezze, frontiere, viaggi e parole
Tante, tantissime parole sono state pronunciate e scritte nelle ultime settimane a proposito delle centinaia di uomini, donne e bambini che, partiti dalle coste del Mediterraneo del Sud, hanno trovato la morte a poche centinaia di metri dalle coste della nostra Lampedusa. Come ha scritto Gabriele del Grande, questa è una “guerra che l’Europa combatte ogni giorno in frontiera, contro i poveri che rivendicano il diritto alla mobilità disobbedendo alle nostre folli leggi sull’immigrazione”.
E si è fatto un gran parlare anche delle condizioni di viaggio dei migranti e dei profughi, della sofferenza, del disagio, del dolore, delle speranze e di quel sogno di una vita (non migliore, a volte proprio il sogno di una vita e basta) che li spinge a prendere la decisione di affidarsi ai trafficanti, e affrontare il mare per raggiungere l’Italia, la terra promessa.
Per capirli, forse sarebbe bastato leggere gli scrittori arabi, in particolare i nordafricani, che scrivono di viaggi e migrazioni già da un bel po’.
Oltre a libri che parlano del Mediterraneo, nell'articolo ci sono anche due brani che parlano di altre frontiere, per non dimenticarci che in tutto il mondo ogni giorno centinaia di persone rischiano la propria vita per oltrepassare le frontiere delle tante fortezze di questa Terra.
Tahar Ben Jelloun, Partire
Parecchie di queste ragazze erano innamorate di Azel, ma lui le scoraggiava dicendo loro la verità a proposito della sua situazione: “Ho ventiquattro anni, sono laureato, non ho un lavoro, non ho soldi, non ho una macchina, sono un caso umano, sì, sono anch’io alla deriva, pronto a tutto pur di andarmene, pur di vedere questo paese solo in cartolina (…). Io ho già tentato di attraversare i quattordici chilometri che ci separano dall’Europa, ma sono stato truffato; e, comunque sia, ho avuto più fortuna di mio cugino Noureddine, che è annegato a pochi metri da Almeria, non so se mi spiego”. Le ragazze lo ascoltavano, e alcune di loro piangevano. Venivano tutte da famiglie in cui qualche parente aveva tentato di partire allo stesso modo. (traduzione dal francese di A. M. Lorusso, Bompiani 2008)
Ghassan Kanafani, Uomini sotto il sole
Nessuno dei quattro aveva voglia di parlare, non solo perché la fatica li aveva stremati, ma perché ognuno era immerso a fondo nei propri pensieri. L’enorme camion fendeva la strada insieme con i loro sogni, le loro famiglie, le loro ambizioni e le loro speranze, miseria e disperazione, forza e debolezza, passato e futuro, come se stessero spingendo un’immensa porta verso un nuovo destino sconosciuto. Tutti gli occhi erano puntati sulla superficie di quella porta, come ad essa legati da fili invisibili. (traduzione dall’arabo di I. Camera D’Afflitto, Sellerio, prima edizione 1991)
Fouad Laroui, Essere qualcuno, in “L’esteta radicale”
Vedono passare delle barche lontano, delle navi cisterna, dei traghetti. Dopo il freddo della notte, adesso è il sole che li acceca e brucia loro gli occhi. (…) Di quando in quando dei delfini vengono in gruppo a fare delle capriole davanti alla barca, per poi andarsene. Lahcen è affascinato da questi animali che non aveva mai visto in vita sua e che sembrano divertirsi mentre lui soffre atrocemente. Vale meno di un animale? (traduzione dal francese di C. Vezzaro, Del Vecchio Editore 2013)
Hassan Blasim, Il camion per Berlino, in “Il matto di piazza della Libertà”
Il camion per Berlino, pero, questa volta non proseguì il suo viaggio notturno se non per cinque ore, poi si arrestò di colpo, fece inversione e tornò sui suoi passi ad una velocità folle. Nell’oscurità, i giovani sentirono una stretta al cuore. (…) Si misero a bisbigliare. Alcuni recitavano preghiere o versetti del Corano, tra sé e sé o a voce appena percettibile. Un ragazzo si mise a ripetere ad alta voce il versetto del Trono. La sua bella voce era però guastata da un tono piagnucoloso che accresceva l’angoscia degli altri passeggeri. (traduzione dall’arabo di B. Teresi, Il Sirente 2012)
Laila Lalami, La speranza e altri sogni pericolosi
“Tutti fuori dalla barca, ora!”, grida Rahal. “Da qui in poi dovete continuare a nuoto”. Aziz si lascia immediatamente cadere in acqua e comincia a nuotare. Come gli altri passeggeri, Murad si limita invece a guardare stupefatto il capitano. Si aspettava di essere portato fino a riva, dove avrebbe potuto facilmente disperdersi e poi nascondersi. L’idea di dover nuotare fino alla costa è terribile, soprattutto per chi non è originario di Tangeri e non è abituato alle sue acque”. (traduzione dall’inglese di M. G. Cavallo, Fusi orari 2007)
Rachid Nini, Diario di un clandestino
Ieri è naufragato un barcone. L’ho visto in tivù. Come navi stremate, sulla costa rocciosa giacevano sette cadaveri. Stavo mangiando quando mi sono ritrovato davanti quelle immagini e, di colpo, mi è passata la fame. C’era qualcuno che li trascinava fino alla spiaggia e li copriva con dei teli. I corpi fradici erano stati messi in fila uno accanto all’altro. (traduzione dall’arabo di C. Albanese, Mesogea 2011)
Editoriaraba - Tour italiano per “Golda ha dormito qui” di Suad Amiry
La scrittrice e architetto palestinese sarà in tour in diverse città italiane per presentare la traduzione in italiano del suo ultimo romanzo Golda ha dormito qui, tradotto da M. Nadotti e pubblicato da Feltrinelli.
L’ultima volta che era stata in Italia, ospite dell’Università di Venezia, Amiry aveva per l’appunto parlato di questo libro, in cui, aveva detto, il focus privilegiato è sul “concetto di casa e il rapporto che gli uomini creano con le proprio case: il luogo di svolgimento è la Palestina del 1948, quando centinaia di migliaia di persone furono costrette ad abbandonare le proprie case, portando con sé solo pochi oggetti, memorie e ricordi di una vita che non sarebbe mai più tornata”.
La sinossi (presa dal sito della Feltrinelli) così recita: Di cosa è fatta la bellezza di una casa, se non della vita di chi la abita? Ma quando accade che un intero popolo si trovi all’improvviso espropriato delle sue dimore, la domanda che passa, amara, di bocca in bocca è soltanto una: che fine fa quella bellezza, e che fine fa l’anima di chi in quelle case, in quei palazzi, in quei giardini, ci ha vissuto, ci ha pianto e ci ha gioito, per una vita intera? Questa storia ha inizio nel 1948, quando gli inglesi, partendo da Israele, lasciarono due popoli in lotta: l’uno con tutto, l’altro con niente. Suad Amiry, palestinese, racconta quella perdita inestimabile, quella dei muri con dentro le anime, la memoria, i gesti, gli affetti.
Muri a cui oggi, ai vecchi proprietari di sempre, è addirittura proibito avvicinarsi, è preclusa la vista, la memoria delle sensazioni. Come all’architetto Andoni, che vorrebbe tornare nell’abitazione che ha progettato e costruito, il “suo gioiello”, e scopre in tribunale di non poterlo fare in quanto “proprietario assente”; o come a Huda, che preferisce testardamente la cella alla condanna di non poter rientrare nella casa dei genitori. Insieme agli effetti di un conflitto storico che dura da allora, Suad Amiry, con profonda grazia e humour dissacrante, si confronta con un tema universale e potente com’è quello della casa, che finisce per coincidere con la nostra stessa identità, con la nostra stessa, comune, storia.
Secondo Chiara Comito ricorda un po’ il libro che Paola Caridi – che ha incontrato al Festival della Letteratura di Viaggio il 28 settembre 2013 a Roma – ha scritto sulla città di Gerusalemme, sempre edito da Feltrinelli, e che l’autrice sta presentando in questi giorni in diverse città italiane. Anche in Gerusalemme senza Dio leggiamo dello stesso senso di smarrimento e sradicamento sperimentato dagli abitanti arabi della città, che furono costretti, all’indomani della costituzione dello Stato di Israele nel 1948, ad un destino da profughi sulla propria terra.
Le date delle presentazioni
Milano, la Feltrinelli Libri e Musica, Piazza Piemonte 2 – 25 ottobre, 18:30
Firenze, la Feltrinelli, via dei Cerretani 30/32 – 26 ottobre, 17:30
Napoli, la Feltrinelli Libri e Musica, Via Santa Caterina a Chiaia – 31 ottobre, 18:00
Roma , la Feltrinelli Libri e Musica, Galleria Colonna 31/35 – 05 novembre, 18:00
Il libro uscirà in libreria il 23 ottobre al costo di 16 euro, ma online si trova già scontato a 13,60 euro.
sabato 19 ottobre 2013
Novelle per l'integrazione
“Matite colorate in
fondo al mare”
Cinzia Capitanio
Una favola dei nostri giorni, probabilmente una storia di
fantasia che ha tutto il sapore di una storia vera, di cronaca e di dolore, ma
anche di speranza e di tenerezza. Il racconto è pubblicato dalla Collana
Crisalidi e farfalle ad indicare quella fase di passaggio dai 10 ai 15 anni
nella quale i ragazzi non sono più bambini ma non ancora adulti. E’ quel
periodo delicato ed essenziale nella formazione che va dalla pubertà alla prima
adolescenza e che oggi più di una volta rappresenta un momento cruciale perché
spesso sinonimo di un cambiamento subitaneo, incontrollabile verso una vita che
mima quella degli adulti e che non diventerà mai matura. Per questo mi sembra
così importante dedicare loro una narrativa di formazione, non perdere il gusto
di dialogare e di insegnare attraverso una metafora che facendo leva sulle
emozioni è più immediata e più incisiva e non ha il sapore di una storia morale
né di una lezione. In fondo è quello che succede ai due protagonisti o meglio a
Marco, il bambino italiano di famiglia agiata, un po’ viziato che si trova di
punto in bianco catapultato come in uno specchio nella drammaticità della vita
di un suo coetaneo.
La storia è narrata dai due bambini e dai loro diari sui
quali scrivono con delle matite colorate che finiscono per entrambi in fondo al
mare. E’ l’unica cosa che hanno in comune, Marco e Seydou, che compiono un
viaggio per mare, sullo stesso mare e che sognano ad un certo punto di essersi
perfino incontrati involontariamente. Sono ‘bravi bambini’ che non si
risparmiano nello studio, con la passione del calcio, che è un alfabeto comune,
che partono con tanto entusiasmo e passione, e ad un certo punto provano,
entrambi, paura, delusione, voglia di tornare a casa. E ancora, sono bambini
amati dalle proprie famiglie, rispettivamente, con una sorellina e un
fratellino, che amano ma per i quali hanno provato gelosia. La similitudine si
ferma qui. In Marco c’è l’abitudine al meglio, la realizzazione dei propri
desideri come dovuta e quindi la rabbia, il capriccio; in Seydou c’è la
gratitudine per la vita, sempre e comunque, il grande rispetto per l’autorevolezza
dei proprio genitori. Marco è in crociera con la propria famiglia e gira per il
Mediterraneo; Seydou affronta un doloroso viaggio , fuggendo dal villaggio in
Costa d’Avorio a causa della guerra, arrivando in Libia da una zia e quindi
partendo per l’Italia, con la speranza di un futuro: affronterà un viaggio
della disperazione nella stiva di un peschereccio.
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| Cinzia Capitanio |
Il diario farà compagnia ad entrambi, sarà il piacere di
raccontare una gioia, la consolazione di un momento di sconforto. A Marco è
stato regalato dalla mamma e all’inizio vissuto con il fastidio di un impegno
del tipo ‘compiti a casa’ anche in vacanza; a Seydou è arrivato come dono
gradito dalla zia e sorpresa ancor più meravigliosa della mamma quando gli
consegna delle matite colorate. E’ la prima volta che possiede qualcosa di
tutto suo e lo difenderà anche nel momento in cui deve gettarsi in mare perché
il peschereccio è arrivato troppo vicino alla costa e i trafficanti di uomini
temono di essere scoperti. Al villaggio alla scuola tutto era in comune e
nessuno poteva portarsi a casa neppure un gessetto colorato.
All’inizio la distanza tra i due bambini è abissale anche
se poi si ritrovano idealmente vicini nel presunto pericolo e in quella paura
che fa rifugiare ogni piccolo nelle braccia materne.
Lasciamo i due bambini in vista della terra come sospesi,
soprattutto per la vicenda di Seydou. Li ritroviamo nella stessa classe a
leggere i propri diari, con l’emozione condivisa, con le risate dei compagni
ascoltando i racconti di Marco e le lacrime per quelli di Seydou. E’ un
incontro forte che scombussola l’infanzia di Marco, un po’ dorata e poco
consapevole e lo avvia ad una conversione. Non ci è dato sapere se il sogno di
diventare amici si avvererà né se Marco terrà fede alla sua aspirazione. Mi
vengono in mente le parole dello scrittore Luis Borges “Ogni incontro casuale è
un appuntamento”. Credo che la vita ci proponga delle occasioni che sta a noi
raccogliere e coltivare ed è su questo che si gioca la nostra responsabilità.
Non è necessariamente più bravo chi è più sfortunato perché potrebbe perdersi o
coltivare la rabbia; è migliore chi si mette in gioco e coltiva i talenti che
gli sono stati donati. Mi sembra che la formula di una fiaba vicina al nostro
mondo sia una bella iniziativa perché troppo spesso le fiabe non sono credibili
e quindi non sono efficaci.
E’ un modo per recuperare quella tradizione orale del
raccontare storie ai bambini e ai ragazzi spesso tratte dalla vita, come quelle
che il nonno di Seydou gli raccontava e che io stessa ricordo e che sempre più
stiamo perdendo. Raccontare storie vuol dire anche educare alle emozioni e all’ascolto
che è il primo passo verso la tolleranza.
“Matite colorate in fondo al mare”
Cinzia Capitanio
Illustrazione di Antonio Boffa
Casa Editrice Mammeonline
7,00 euro
venerdì 18 ottobre 2013
Editoriaraba - Alaa Al-Aswani contestato all’Institut du Monde Arabe di Parigi
È successo tutto all’improvviso. Lo scrittore egiziano, ospite qualche giorno fa del prestigioso e algido Institut du Monde Arabe su invito del suo traduttore francese, stava parlando ad un folto pubblico del suo ultimo romanzo, Automobile Club, da poco tradotto in francese, quando ecco che dalle sedie di fronte al palco si leva una voce: “Chiedo scusa dottore, posso parlare?”
Gilles Gauthier, il traduttore, si interrompe e ricorda a chi ha parlato che gli interventi del pubblico sono previsti alla fine dell’incontro perché “Ora si parla di letteratura, solo di letteratura”. L’uomo insiste, così come Gauthier nel porre fine all’interruzione. A quel punto il primo si alza in piedi e tira fuori la foto dell’ex Presidente egiziano Morsi. Altre mani si sollevano, formando il quattro con le dita. Alcuni uomini si alzano, altri indossano in fretta le maglie gialle con la mano nera a quattro dita (simbolo del massacro di Rabaa al-Adaweya del 14 agosto scorso, in cui morirono centinaia di manifestanti pro Morsi, sgombrati con la forza dall’esercito). E nella grande sala parigina si scatena il putiferio: slogan scanditi a voce alta, persone che salgono sulle sedie, Al-Aswani che viene fatto uscire dalla sala e scortato verso la scala d’emergenza.
L’incontro è finito, ma non è finita invece la dimostrazione di quelli che sembrano a tutti gli effetti dei simpatizzanti dei Fratelli Musulmani. “Abbasso i militari, abbasso i militari! Sisi (il generale a capo dello SCAF che ha deposto Morsi) dimettiti”, recitano gli slogan gridati dai manifestanti parigini. Ce l’hanno con Al-Aswani, accusato di sostenere il regime militare e di avere chiamato i Fratelli Musulmani con l’appellativo di “fascisti”.
Lo scontro politico tra militari e islamisti che stringe l’Egitto in una morsa è arrivato anche nelle sale parigine dell’IMA, il tempio della cultura arabo-islamica per tutti gli arabisti e studiosi d’Oltralpe.
C’è chi dice che c’era da aspettarselo, viste le ultime dichiarazioni dello scrittore, non nuovo negli ultimi anni ad uscite piuttosto controverse o poco chiare. In un’intervista a Repubblica pubblicata a luglio così infatti affermava: “L’Islam politico ha provato a realizzare il fascismo e restare al potere per sempre, ma non ci è riuscito”.
Ad agosto su L’Inkiesta apprendevamo che: “Sisi non ha iniziato la rivoluzione, l’esercito invece ha protetto le masse. L’esercito ha difeso il paese. Io ho sempre criticato la giunta militare, mi hanno accusato 12 volte in processi militari anche per distruzione dell’immagine del Paese, ma ora sostengo il governo dell’esercito”.
Affermazioni, non solo queste, che hanno lasciato perplessi molti degli estimatori del grande scrittore, autore del libro forse più venduto nel mondo arabo degli ultimi decenni, Palazzo Yacoubian. Il libro uscì in Egitto nel 2002 e fu il caso letterario di inizio millennio, con le vendite che raggiunsero circa 200 mila copie (fonte: R. Jacquemond).
Fu con Palazzo Yacoubian che l’Occidente riscoprì la narrativa in arabo all’indomani degli attentati dell’undici settembre (in inglese il romanzo uscì nel 2004, mentre in Italia è stato pubblicato da Feltrinelli nel 2006, tradotto da Bianca Longhi) e gridò al “nuovo” Nagib Mahfouz. Fu con Palazzo Yacoubian che vennero messi a nudo molti tabu e che trovarono voce molte delle rivendicazioni che covavano da anni nella società egiziana.
Sempre critico nei confronti dell’ex ra’is Mubarak e co-fondatore del Movimento Kifaya, Al-Aswani è stato in prima linea tra le fila dei manifestanti di piazza Tahrir, fin dall’inizio delle proteste nel 2011. Come ha raccontato in un’intervista a Vincenzo Mattei del Manifesto, uscita a luglio 2011, sono stati proprio i giovani di Tahrir e le manifestazioni a dare nuova linfa al romanzo su cui stava lavorando in quel periodo, Automobile Club, che dovrebbe arrivare in italiano nel 2014.
Ma Alaa Al-Aswani non è l’unico scrittore egiziano ad avere rilasciato dichiarazioni in supporto all’esercito che hanno fatto storcere più di un naso, in Occidente e in Egitto. Anche il giovane autore di Vertigo, Ahmed Mourad, ospite dell’ultimo Festivaletteratura di Mantova, qualche settimana fa aveva detto che in Egitto “si starebbe creando un’unione tra i cittadini, l’esercito e anche la polizia”. Affermazioni che trovano eco nelle parole dello stesso Al-Aswani, come riportato dall’Huffington Post Maghreb.
Per non parlare dell’anziano ma combattivo Sonallah Ibrahim, autore di opere come La commissione, romanzo scritto nel 1981 e fortemente critico nei confronti dei regimi autoritari arabi, il quale in una recente intervista apparsa su Mada Masr aveva confermato il suo appoggio al governo militare e a Sisi, nuovo uomo forte dell’Egitto.
giovedì 17 ottobre 2013
Editoriaraba - “Ti ho amata per la tua voce”, e quell’amore che non può avere fine mai
Lucilla Parisi ha letto e recensito per Editoriaraba il libro “Ti ho amata per la tua voce” di Selim Nassib dedicato alla cosiddetta Callas araba, definizione un po’ ad effetto, ma Umm Kulthum è stata una grande voce e un simbolo del panarabismo. Il libro è interessante e molto delicato (ndr).
di Lucilla Parisi
Lo scrittore libanese Sélim Nassib ci racconta la storia della più nota cantante araba del secolo scorso, Umm Kulthum, e lo fa attraverso le parole di uno dei poeti che contribuì, con i suoi testi, ad accrescere la fama della Stella d’Oriente: Ahmad Rami.
L’artista egiziana, che dominò la scena musicale dagli anni Trenta sino alla sua morte, avvenuta nel 1975, viene descritta in queste pagine come la donna che, grazie alla sua determinazione e lungimiranza, seppe ottenere, non solo dai suoi fedelissimi ammiratori, ma anche dal potere e dai suoi più agguerriti antagonisti, il massimo rispetto e il pieno riconoscimento.
Una grande conquista per Umm, nata in un piccolo villaggio sul delta del Nilo, Tamaya al-Zahariyya e figlia dell’imam della moschea locale. Ancora molto giovane si trasferì al Cairo per ricevere una educazione adeguata: iniziata alle tradizioni della scuola egiziana classica del Novecento, sviluppò il talento musicale più sorprendente del secolo.
“Oltre a interpretare le forme più rigorose della canzone in arabo letterario, la qasida derivata dai modelli dei grandi poeti classici dell’Islam, Umm si è dedicata a generi innovativi più agili, generalmente in arabo colloquiale, come dawr, a carattere semi-improvvisativo; taqtuqa, considerata come la canzone leggera tra le due guerre; e munulug, una sorta di canzone narrativa nella quale la musica aderiva liberamente al significato del testo privilegiando l’effetto drammatico”.
(dalla postfazione al romanzo di Paolo Scarnecchia)
Sélim Nassib ci regala un ritratto umano e poetico di questa Diva, descritta con gli occhi dell’amore che Ahmad Rami nutrì per lei nel corso di una vita. La vicinanza del poeta e della cantante, che seppe interpretare con uno stile originale e del tutto personale i testi del suo autore prediletto, è scandita non solo dai testi delle canzoni d’amore scritte per lei e a lei dedicate, ma anche da una passione profonda che non trovò mai il suo atteso coronamento.
I destini dei due protagonisti procedono paralleli, scortandosi in una sorta di unione professionale e da una corrispondenza amorosa impossibile da realizzare. L’ascesa di Umm tra le stelle del firmamento della canzone araba la obbligherà ad operare delle scelte di vita inconciliabili con il sodalizio esclusivo venutosi a creare con Ahmad Rami.
L’Egitto in cui si diffonde la fama della Stella d’Oriente è quello che vede il passaggio dalla monarchia filo-britannica alla Repubblica; è il Paese della Rivoluzione del 23 luglio, del re Fārūq prima e del colonnello Gamal Abd el-Nasser dopo e del suo progetto panarabista di cui la stessa Umm Kulthum si fece interprete e punto di riferimento per il popolo arabo, anche in seguito alla disfatta della Guerra dei Sei Giorni (1967).
È il tempo del cambiamento anche per la canzone tradizionale che non può sottrarsi alle influenze e alle spinte moderniste provenienti dall’Occidente, ma anche dallo stesso mondo artistico e musicale egiziano. La diffusione dei mezzi di riproduzione e diffusione quali la radio, il cinema e la televisione consentirono alla cantante di raggiungere i Paesi del Vicino Oriente e di adattare il proprio repertorio ad un pubblico sempre più numeroso, che attendeva trepidante i suoi concerti. Divenne così la voce ufficiale di Radio Voce del Cairo, che trasmetteva non solo le sue più note canzoni d’amore, ma anche versi decisamente patriottici.
Nel romanzo di Sélim Nassib ritroviamo i passaggi più salienti di questa straordinaria esistenza, dai primi anni della formazione al funerale memorabile, in cui la bara fu sollevata e fatta passare di mano in mano sulla folla. Il tutto narrato dalle parole del poeta Rami che l’autore ci descrive come irrimediabilmente divorato dall’amore-ossessione per quella donna da cui non riuscirà mai ad allontanarsi definitivamente.
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| Umm Kulthum in chiave pop della designer libanese Rana Salam |
“Avrei potuto dirti che era la mia gioventù, tanto tempo fa, parlartene come di un amore violento ma superato, uno di quegli amori che si possono finalmente guardare con occhi da nonno. Ma arde come il primo giorno, sempre così nuovo, cosa ci posso fare”.
Oltre a Rami, altri poeti e musicisti si alternarono sulla scena e nella vita professionale di Umm, tra cui il celebre suonatore di liuto Muhammad al-Kasabji e il cantante e compositore Mohammed Abd el-Wahaab.
Il libro è una testimonianza, seppur romanzata, di un’esistenza grandiosa, quella di una donna che ha segnato la storia di un popolo, lasciando dietro di sé un ricordo personale ed un patrimonio artistico-musicale inestimabili. La narrazione in prima persona, come una sorta di diario postumo dei giorni che furono, rende perfettamente il significato dell’affinità e del sentimento che legò il poeta alla cantante, qui ritratta nella sua grandezza, ma anche nella sua umana fragilità.
“Non chiedevo tanto. Ho cercato di cantare nel miglior modo possibile […]. Ho passato l’esistenza a misurare un lungo, interminabile palcoscenico di legno, che si prolunga di paese in paese. Sono sempre stata dallo stesso lato, in piedi, con la luce dei proiettori negli occhi, a cantare un’unica canzone. Come se avessi vissuto solo un attimo, ma eterno, un’unica nota tenuta a lungo, fino alla fine”.
Sélim Nassib è nato nel 1946 a Beirut e vive a Parigi. In Italia sono stati pubblicati, oltre a Ti ho amata per la tua voce, anche L’amante palestinese e la raccolta di racconti Una sera qualsiasi a Beirut, sempre pubblicati dalle Edizioni e/o.
Ti ho amata per la tua voce, di Sélim Nassib – (Settima ristampa, Tascabili Edizioni e/o, marzo 2010). Traduzione dal francese di Barbara Ferri. Titolo originale: Oum (1994).
mercoledì 16 ottobre 2013
Luigi Bernardi, un editore no solo imprenditore
Ozzano Emilia, 16 ottobre 2013
Questa mattina lo scrittore, drammaturgo e fondatore della casa editrice Perdisa Pop Luigi Bernardi, è scomparso.
"Alberto Perdisa, con tutto lo staff della casa editrice, ricorda Luigi Bernardi, fondatore di Perdisa Pop, di cui ha diretto le collane per lungo tempo. La scomparsa del grande scrittore e intellettuale, sempre avanti di un passo nell'intuire nuove tendenze e forme letterarie, costituisce una grave perdita per tutta la cultura nazionale", ha dichiarato l'editore" .
martedì 15 ottobre 2013
"Chiamarlo amore non si può"
Il 25 novembre prossimo, giornata contro la violenza nei confronti delle donne, uscirà il libro "Chiamarlo amore non si può", i cui proventi andranno per l'associazione Aidos e per un programma in Burkina Faso dedicato a mamme e ragazzi e alla mutilazione dei genitali femminili.
Ilaria Guidantoni partecipa al libro con il racconto "Chéhérazade non abita qui".
lunedì 14 ottobre 2013
Editoriaraba - La parola al traduttore arabista. Intervista con Ramona Ciucani
Continua la rubrica dedicata alle interviste con i traduttori letterari italiani dall’arabo. L’ospite di oggi è Ramona Ciucani, arabista e traduttrice letteraria (la biografia completa si trova in fondo all’intervista).
Editoriaraba: Come sei diventata traduttrice editoriale dall’arabo: è stata una scelta o una passione che si è trasformata in professione?
Ramona Ciucani: Un incontro fortuito e fortunato. Nel 2005, grazie a un’iniziativa letteraria in provincia di Macerata, ho incontrato la traduttrice Elisabetta Bartuli e sono venuta a conoscenza del Master di traduzione editoriale-letteraria dall’arabo della Scuola Superiore per Mediatori linguistici di Vicenza, che ho frequentato nel 2005/06 e con cui ho la fortuna di collaborare dal 2009.
Avevo sempre avuto l’estro e la curiosità per la traduzione, ma prima del master non avevo mai avuto la possibilità di metterla in pratica o di pensarla come una possibile professione. Lo stimolante confronto con quelle che da insegnanti e guide sono diventate mentori e colleghe ha dato il via a un percorso che ha ridisegnato le mie prospettive lavorative e mi sta offrendo notevoli occasioni di crescita sia nel rapporto individuale “corpo a corpo” con i testi tradotti, sia nello scambio collettivo che si instaura durante le lezioni del Master con gli studenti.
La scelta di fare della traduzione una professione non è automatica, soprattutto in Italia, che non definirei un “paese per traduttori” purtroppo.
Comunque spero di poter continuare a tradurre perché è un lavoro appassionante dal punto di vista intellettuale.
Ea: Quali sono secondo te le principali difficoltà nel tradurre dall’arabo in italiano, dal punto di vista linguistico, e quali invece i vantaggi che l’italiano ha come lingua rispetto ad altre lingue europee, come ad esempio l’inglese e il francese?
RC: Linguisticamente l’arabo e l’italiano sono lingue distanti per via della diversa struttura logica, le differenze in fatto di costruzione-ordine della frase, di consecutio temporum, di sistema di coesione (l’arabo tende alla paratassi) si fanno sentire nell’atto del tradurre.
A mio avviso, altri due aspetti socio-culturali che possono dare filo da torcere sono: i riferimenti al sostrato culturale classico o popolare (es.: citazioni, versi di poesie classiche e modi di dire caduti in disuso), che non sempre il traduttore coglie al volo o riesce a ricreare con la stessa incisività originaria, e, in secondo luogo, la resa dell’oralità. Ultimamente, infatti, l’uso del dialetto è sempre più praticato dagli autori contemporanei, sia nei dialoghi sia nei resoconti orali, per rendere più autentici i personaggi o l’opera.
Eppure credo che l’italiano sia una lingua molto “ospitale” nei confronti dell’arabo, oltre che in fatto di ricchezza lessicale anche nella grande varietà di registri stilistici (dialettale, colloquiale, standard, aulico) che può offrire al traduttore italiano.
Ea: Hai tradotto due romanzi molto complessi dal punto di vista della lingua, ovvero Il gioco dell’oblio di Muhammed Barrada e Rapsodia irachena di Sinan Antoon: come hai affrontato il lavoro di traduzione e quali sono stati gli ostacoli nel tradurre i giochi linguistici di entrambi i libri in italiano?
RC: Devo ammettere che tradurre Il gioco dell’oblio è stato un battesimo di fuoco, anche se la prosa poetica di Darwish e i giochi di parole di Antoon non sono meno complessi.
Come in tutte le traduzioni, all’inizio cerco di conoscere meglio l’autore e recuperare tutte le notizie e i libri che lo riguardano. Mi piace molto questa fase di “studio-ricerca”: credo che mi sia indispensabile per entrare in sintonia con la poetica dell’autore e dare all’opera un’interpretazione/traduzione che sia in linea con l’universo letterario del suo creatore. Poi c’è un lungo confronto con il testo e il suo stile, infinite riflessioni che man mano si trasformano da linguistiche in estetiche, fino alla fase della revisione finale in cui ho sempre l’impressione di non aver finito. Spesso le parole adatte arrivano appena decido di non rileggere più.
La sfida in Il gioco dell’oblio era data dalla struttura narrativa sperimentale che poteva disorientare o spaventare il lettore, e dall’uso del dialetto marocchino per raccontare la storia del cognato del protagonista. In quel caso, ho scelto di non usare un dialetto italiano perché non volevo trasformare il personaggio in una macchietta e screditarlo agli occhi dei lettori. Ho optato per un registro più colloquiale con alcune esclamazioni gergali, ma senza eccedere. Come lettore, rimarrei straniata se sentissi un personaggio indiano o cinese parlare in barese o in triestino stretto. E di questo mi assumo tutte le responsabilità di traduttore che è libero di scegliere secondo la propria sensibilità. Pratico la grande possibilità che offre l’italiano ai traduttori dall’arabo, come dicevo prima, ossia quella di rendere il dialetto della lingua d’origine attraverso la scelta di un registro più “basso”.
Per quanto riguarda l’ironia e i giochi di parole, sono da sempre uno dei punti più ostici per tutti i traduttori, da ogni lingua. Di solito, cerco di calibrare il guizzo di fantasia con l’efficacia dell’espressione che deve trasmettere l’ironia al lettore d’arrivo (come l’autore la comunica al lettore di partenza). Per non dilungarmi troppo su questo punto, rimando a un intervento più dettagliato al riguardo disponibile nel blog della Zanichelli La parola al traduttore.
Ea: Come valuti il mercato editoriale italiano rispetto alle traduzioni dall’arabo? Secondo te si potrebbe fare di più e se sì, come? E che contributo posso dare i lettori (se possiamo)?
RC: Negli ultimi dieci anni, l’interesse per la letteratura araba è evidentemente cresciuto. Non solo nel catalogo dei piccoli editori, ma anche in quello dei grand. Sono comparsi in numero sempre più consistente titoli di autori arabi.
Mi auguro che l’interesse continui ad aumentare, perché credo che la letteratura sia un importantissimo strumento di mediazione culturale e di avvicinamento all’Altro; allo stesso tempo però spero che crescano l’attenzione e la cura verso la selezione dei testi e delle traduzioni dall’arabo, perché la qualità della traduzione fa la differenza. E non mancano prove in questo senso. Da una parte, capita che alcuni testi di autori affermati siano stati sfregiati da traduzioni di scarsa qualità ed è incredibile come gli editori non se ne siano accorti. Dall’altra, altri piccoli editori hanno in catalogo delle vere e proprie gemme, ma non avendo accesso alla distribuzione la fatica di molti rimane invisibile.
C’è un grande lavoro da fare sulla professionalità, su più fronti. Ogni passaggio editoriale è fondamentale: dallo scouting, alla revisione, alla promozione, alla distribuzione. Se uno di questi anelli langue, rischia di penalizzare il risultato finale.
Sicuramente si potrebbe fare di più e sarà così: infatti il catalogo di opere arabe tradotte in italiano sta raggiungendo la ricchezza e la significatività di quello inglese o francese.
Molti blog, come questo, stanno facendo molto sul fronte della sensibilizzazione e della promozione alla lettura ed è importante. Spero, però, che si ricordino di citare sempre i traduttori e di andare più a fondo nelle recensioni.
Ai lettori oltre a leggere, non so cosa potremmo chiedere ancora. Mi piacerebbe che la passione per la lettura diventasse contagiosa nel nostro paese.
Iosif Brodskij ha detto: “Ci sono crimini peggiori del bruciare i libri. Uno di questi è non leggerli”.
Ea: Durante il festival Philastiniat (Milano, ottobre 2012) avevi annunciato di stare lavorando alla traduzione di alcune opere di Mahmoud Darwish. Come sono stati scelti i testi da tradurre, visto che la produzione di Darwish è ricchissima e in Italia ne è stata tradotta ancora solo una piccola parte?
RC: Sì, ho appena consegnato due romanzi: Diario della tristezza ordinaria e In presenza d’assenza che faranno parte, insieme a Memoria per l’oblio, della Trilogia palestinese ideata e curata da Elisabetta Bartuli per le Comete della Feltrinelli.
L’idea è quella, oltre che di omaggiare uno scrittore simbolo della letteratura araba moderna, anche di raccogliere in un unico volume le tre opere in prosa di Mahmud Darwish, in un percorso narrativo che dagli anni ’60 arriva fino al 2006.
La scelta della prosa è stata motivata dal fatto che due dei testi erano ancora inediti in italiano e si voleva proporre un Darwish prosatore, semi-inedito rispetto al Darwish poeta (apparso in italiano per i tipi di Epoché, S. Marco dei Giustiniani, e in diversi articoli accademici), ma altrettanto magnetico e acuto.
Effettivamente è un peccato che, al momento, non siano disponibili per i lettori italiani raccolte o antologie poetiche di Darwish. Mi auguro che, in futuro, qualche editore voglia cimentarsi nell’impresa o recuperare quello che ormai è fuori catalogo.
Ea: Nel 2012 lo scrittore iracheno Sinan Antoon ha vinto il National Translation Award (USA) assegnato dalla American Literary Translators Association proprio per la sua traduzione di In presenza dell’assenza di Darwish. Pensi che sarebbe utile istituire anche in Italia un premio per la traduzione letteraria che sia specifico per l’arabo e che si prefigga l’obiettivo di incentivare le traduzioni dall’arabo e ampliare la conoscenza e la diffusione della letteratura araba?
RC: Non so quanto un premio specifico possa incidere nel panorama della traduzione dall’arabo. Il Banipal Prize for Arabic Literary Translation, ad esempio, è arrivato dopo un lungo lavoro di sensibilizzazione e ricerca, e ha dietro una rivista consolidata con decine di collaboratori famosi.
Un premio assegna e basta, non insegna. Invece, secondo me, c’è ancora molto da fare prima di proporsi un obiettivo così prestigioso.
In Italia, c’è bisogno di altri passi e di perseguire una visione di lungo termine riguardo alla traduzione editoriale dall’arabo.
Prima di tutto lo sviluppo della formazione e dell’aggiornamento professionale. Per coltivare figure di qualità (ossia buoni traduttori, buoni revisori dall’arabo – quasi introvabili –, buoni critici) occorrono corsi di specializzazioni dedicati e professionalizzanti che al momento le università italiane non offrono; occorrerebbero workshop e corsi di aggiornamento periodici, borse di studio, incentivi alle traduzioni, riviste specializzate nella pubblicazione di saggi di traduzioni (penso a una specie di “Quaderni di traduzioni” per l’arabo), in modo da promuovere con un raggio più ampio anche una riflessione critica sulla letteratura araba contemporanea. Questo “spazio letterario” che, come una vetrina, proponga assaggi di poesie, racconti, estratti di romanzi in traduzione non c’è ancora in Italia.
D’altro canto, ritengo che bisognerebbe sdoganare la traduzione letteraria dall’arabo da curricula o specializzazioni prettamente arabisti (ancora poco orientati sul contemporaneo) e avvicinarla al versante della teoria e della pratica della traduzione moderne. È un peccato, ad esempio, che nell’attuale filone di studi sulla world literature, i contributi e le connessioni sulla produzione letteraria araba siano ancora scarsi.
Certamente, la situazione attuale non è delle più promettenti, persino le istituzioni italiane a sostegno della traduzione da altre lingue sono ancora poche e in fase di consolidamento grazie all’impegno diretto e personale di alcuni traduttori e di alcune associazioni.
Senza incastonarlo in un percorso di sostegno più articolato e in una prospettiva che guardi al futuro (e non solo a riconoscere carriere già affermate), un premio per la traduzione dall’arabo, secondo me, lascerebbe il tempo che trova.
Ea: C’è un autore arabo ancora non tradotto in italiano che secondo te dovremmo tenere d’occhio?
RC: Ce ne sono molti ancora non tradotti, eppure meritevoli, soprattutto in generi (poco allettanti per gli editori italiani) come la poesia, i racconti brevi e il teatro.
Inoltre, molti “classici” arabi del XX secolo non sono ancora disponibili in italiano.
Ea: L’ultimo libro di uno scrittore arabo tradotto in italiano che hai letto?
RC: L’ultimo libro che ho letto è stato Il cacciatore di larve del sudanese Amir Tag Elsir tradotto da Samuela Pagani per Nottetempo. Adesso, sto leggendo con piacere Vertigo di Ahmad Mourad tradotto da Barbara Teresi per Marsilio.
Ea: Progetti futuri a cui stai lavorando e di cui ci vuoi parlare?
RC: Mi piacerebbe continuare a tradurre i nuovi romanzi degli autori che ho avuto la fortuna di tradurre, ma anche lavorare sulla poesia contemporanea. I progetti sono molti, ma non sempre si riescono a concretizzare. A volte passano anni prima di trovare l’occasione giusta e l’editore “accogliente”, come è stato per Dunyazad di May Telmissany.
Ea: Che consiglio ti sentiresti di dare ai giovani che vogliono cominciare questo tipo di carriera?
RC: Con gli studenti, durante le lezioni iniziali, riflettiamo sempre su cosa significa essere un traduttore, e nonostante la motivazione, spesso è la pratica quella che parla chiaro e mostra i limiti o le potenzialità.
In questo momento, onestamente non credo che sia una carriera molto allettante per i giovani arabisti. Richiede molto impegno, passione e oserei dire anche un po’ di talento, ma offre prospettive incerte e scoraggianti a livello economico, a discapito di un grande lavoro personale di formazione continua.
L’unico consiglio che mi sento di dare è quello di essere informati sui propri diritti e di agire senza svendersi. Se i sogni e le aspirazioni non sono in vendita, nemmeno lo sforzo e l’impegno dev’esserlo.
_________________________________________
Ramona Ciucani è arabista e traduttrice letteraria. Ha lavorato come insegnante e catalogatrice. Dal 2009 insegna traduzione passiva presso il Master in Traduzione editoriale-letteraria dall’arabo a Vicenza. Ha lavorato come lettrice di romanzi arabi presso la Feltrinelli e ha collaborato con L’ Indice dei libri del mese.
Ha tradotto alcune poesie di ‘Ali Ja‘afar ‘Allaq e Sinan Antoon e i romanzi Diario della tristezza ordinaria e In presenza d’assenza di Mahmud Darwish (Feltrinelli, 2014), Rapsodia irachena di Sinan Antoon (Feltrinelli, 2010), Dunyazad di May Telmissany (Ev Casa editrice, 2010), Il gioco dell’oblio di Muhammad Barrada (Mesogea, 2009). È socia di STRADE (Sindacato Traduttori Editoriali). La sua email è: ramona.ciucani@gmail.com
domenica 13 ottobre 2013
Se la poesia salverà il mondo
100 Thousand
Poets for change
Italia, 28 settembre 2013
Prefazione Ottavio
Rossani
Presentazione
dell’iniziativa Michael Rothenberg e Terri Carrion
Una pubblicazione
singola, una raccolta collettiva di poeti, ognuno dei quali ha scelto una
lirica inedita di impegno civile su temi di attualità dalle guerre, alle
ingiustizie sociali, alla corruzione politica, fino ai danni ambientali e alle
violenze sulle donne. Fin qui un’iniziativa di pregio come potrebbero essercene
altre. L’originalità è che questa pubblicazione si inserisce in un’iniziativa
internazionale e sposa una filosofia controtendenza: un movimento di poeti per
il cambiamento. I poeti che sono coloro in grado di dire quello che tutti
sentono ma non sanno esprimere, i poeti che parlano con il cuore, con l’emozione,
al di fuori degli schemi e del linguaggio della logica. I poeti sono i megafoni
del popolo anche se sembrano non servire
a nulla. Della poesia si ha infatti un’idea edulcorata, di ornamento o di
profondità sentimentale ma senza utilità; se poi la si guarda dal punto di
vista del mercato, la poesia, soprattutto in Italia, è poco letta e non è un
genere sul quale scommettere. Albeggi
Edizioni scommette con uno scopo diverso, l’impegno civile, l’amore per la
cultura nella convinzione che siano una cura anche per noi, per tutti noi, una
cura dell’anima della quale c’è bisogno e se funziona, l’utilità è assicurata.
Le copie, come è scritto
dall’editrice nelle prime pagine sono “Destinate a rappresentanti delle
Istituzioni italiane e dei mezzi di informazione, con l’obiettivo di ridare
dignità e importanza alla poesia come mezzo di espressione della denuncia… affinché
si torni a mettere al centro del dibattito e dell’azione politica il bene
comune e i bisogni dell’uomo”. La raccolta è stata stampata in un numero di
copie limitate senza scopo di lucro ed è scaricabile sul sito gratuitamente.
Nella prefazione
Ottavio Rossani, poeta a sua volta – oltre che scrittore, critico ed
occasionalmente regista teatrale - e per 40 anni giornalista del “Corriere
della Sera”, sottolineando la modernità e l’importanza della poesia di impegno
civile in un mondo in crisi evidenzia la necessità di sgombrare il campo da un
equivoco ovvero che la poesia impegnata sia tale solo se politica, nel senso di
nutrita dall’ideologia. In un breve excursus storico, passando da Giuseppe
Giusti ad Alessandro Manzoni, fino Ugo
Foscolo e Giacomo Leopardi in Italiana citando anche poeti internazionali come
Garcia Lorca e Bertold Brecht o Pablo Neruda, l’autore mette in luce l’importanza
dell’equilibrio tra denuncia e pietà nella poesia, simboleggiato da versi di
Giovanni Raboni.
Nella presentazione si
narra della nascita dell’iniziativa, avvenuta nel marzo 2011 con una call to action su face book ad opera di Rothenberg
e Terri Carrion, il cui primo appuntamento fu fissato per il 24 settembre
successivo. La missione era poesia, pace, sostenibilità, consapevolezza e
sensibilizzazione attraverso l’unione di comunità di poeti isolate, di tutto il
mondo. Chi avrà voglia leggerà la crescita del movimento fino all’edizione 2013
ma quello che è sorprendente è la moltiplicazione, la diffusione e l’entusiasmo
che ne è seguito a riprova che i sogni di possono realizzare e che talora manca
solo lo stimolo e il sostegno ad andare avanti o a farsi avanti. Evidentemente
qualcuno ha chiamato rispondendo ad una propria esigenza ma interpretando il
bisogno di molti che ancora non avevano trovato la giusta canalizzazione. Per
riprendere la definizione di poeta, qualcuno è stato più poeta di altri, o
prima poeta di altri, facendosi megafono di altre voci.
Delle 29 poesie non è
questa la sede per discuterne con un’analisi
appropriata e meticolosa anche perché in questo tipo di composizione più che in
altri è molto difficile un commento stilistico, essendo certamente versi
insoliti, talora molto vicini alla prosa, talvolta immagini tradotte in parole,
istantanee, articoli ridotti all’essenziale, emozione bruta che diviene
manifesto, fatto di cronaca scomposto nel dolore del vissuto. Sì di sofferenza,
declinata in mille modi, sempre si tratta, di malinconia, di rabbia, di
sconforto, di mancanza di speranza, sui temi con i quali ogni giorno ci
confrontiamo senza farcene una ragione. Non si può parlare di ‘bella poesia’
non certo nel senso abituale del termine, l’armonia è dimenticata, con una
difficoltà che talora sembra programmatica anche per chi è abituato a leggere poesia
contemporanea.
Ho letto e riletto i versi,
in un senso, in un altro, ricominciando da chi avevo già incontrato per vie e
strade diverse e poi “Ha scelto la poesia”, di Lucianna Argenitno, nata a Roma
e autrice di opere in poesia e prosa. E’ un inno alla poesia stessa e racconta
la sorpresa dell’autore che si chiede ‘come sia stato possibile il trasformarsi
delle cose, visibili e invisibili, in parole – la cosa nella parola cosa, l’amore
nella parola more e così via… perché i poeti sanno che nessuna poesia cambia il
mondo ma può svelarne la bellezza. Ha scelto la poesia perché sia possibile
trapiantare un gelso in mare”.
Vorrei ancora
soffermarmi sulla composizione “Stefania” di Francesco Sassetto al di là dell’emozione
che è riuscito a trasmettermi con quella naturalezza delicata con la quale
svela come di sorpresa in un crescendo un dramma; perché racconta la violenza
su una donna che non si può chiamare amore perché non ha scusanti e sto
lavorando su questo tema che in questi giorni dopo l’approvazione della legge
sul femminicidio, per quanto possa essere considerata solo un punto di
partenza, è di scottante attualità; e in particolare perché è scritta da un
uomo. Credo che tutto quello che si scrive sulle donne e sul femminile sia
principalmente indirizzato a degli uomini ed è solo così che la poesia è una
speranza.
giovedì 10 ottobre 2013
Editoriaraba - Elias Khoury: la fine è il mio inizio
![]() |
| (Fonte: pagina Facebook di Elias Khoury – credits @arabpress su twitter) |
Al Festival Internazionale di Ferrara Elias Khoury ha parlato di letteratura insieme alla Prof.ssa Bartuli, arabista, traduttrice, docente dell’Università di Venezia nonché sua “voce” in italiano.
di Giacomo Longhi
A Ferrara, il Festival di Internazionale ha avuto quest’anno un ospite d’eccezione: lo scrittore e intellettuale libanese Elias Khoury. Tra le maggiori voci intellettuali del mondo arabo, Elias Khoury oltre ad essere romanziere è giornalista e professore di Letterature comparate alla New York University. Internazionale traduce e pubblica periodicamente le column settimanali che scrive per il quotidiano panarabo al-Quds al-Arabi e lo ha invitato quest’anno a partecipare a due panel, uno più politico, e il secondo dedicato alla sua attività di scrittore.
Sabato scorso, davanti a un pubblico straripante (Editoriaraba e altri non sono riusciti ad accedere all’evento), Khoury ha quindi dialogato con Gad Lerner di politica in Medio Oriente. Domenica pomeriggio, invece, in una sala sempre al completo, l’autore di Il viaggio del piccolo Gandhi è stato intervistato da Elisabetta Bartuli, la traduttrice di Elias Khoury in Italia, accompagnando il pubblico in un affascinante viaggio letterario.
L’intervento di Elisabetta Bartuli è partito dall’analisi dell’ultimo romanzo di Khoury, Sinalcol (2011), in corso di traduzione in italiano: Bartuli ha osservato come quest’opera concluda il pensiero dell’autore sulla guerra civile libanese. Il titolo (dallo spagnolo “senz’alcol”) è ispirato al nome di un leggendario combattente, la cui ombra aleggia sulla storia dei due fratelli protagonisti del romanzo. Fortemente legati al padre, in apparenza simili ma profondamente diversi, durante la guerra andranno a combattere su fronti opposti: uno si unirà alle milizie fasciste, l’altro a quelle di sinistra. Col loro incontro, dieci anni dopo, comincia un percorso a ritroso nei ricordi che, dagli anni Cinquanta a oggi, traccia la storia della generazione che nella guerra civile è andata incontro al proprio fallimento. Ma Sinalcol è anche un’animatissima tale of two cities, Beirut e Tripoli, luoghi simbolo delle contraddizioni libanesi.
Sebbene i romanzi di Khoury sembrino ancorati ad un localismo preciso, i loro significati sono universali. È questo, secondo Elisabetta Bartuli, il pregio della buona letteratura: prestarsi a più letture e, usando le parole di Khoury, “poter migrare".
“Se i testi non migrano non hanno valore” ha affermato lo scrittore, il quale ha anche ricordato come quella che a suo avviso è la più grande opera letteraria mai scritta, Le mille e una notte, non sia altro che il risultato di migrazioni letterarie.
Scritte in arabo, Le mille e una notte sono anche persiane, indiane e cinesi. Khoury rifiuta l’idea di una letteratura autentica, ancorata a un’identità nazionale. La letteratura, per sua natura, è ambigua, sfugge alle classificazioni. Altrimenti, non sarebbe stato possibile per Khoury assistere a New York ad una rappresentazione teatrale sui migranti in America Latina dove ogni singola battuta era tratta da La porta del sole.
Se il romanzo che racconta la storia Palestina, dalla Nakba agli accordi di Olso, è valso al nostro autore il riconoscimento del grande pubblico, la presa di coscienza di essere, sì, un vero scrittore è avvenuta per Khoury scrivendo Facce bianche, il romanzo che narra dell’esperienza palestinese in Libano durante la guerra. Beirut allora era in piena guerra civile e Khoury militava nei gruppi di sinistra vicini all’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina).
Quando il romanzo uscì nel 1982 l’OLP lo mise all’indice per le forti critiche espresse sul movimento.
“È stato l’unico libro che l’OLP abbia mai censurato. Ho realizzato solo allora quanto fosse fondamentale per uno scrittore dire sempre la verità, qualunque essa sia”.
All’inizio l’idea era di scrivere solo un racconto, ma poi la storia “è cresciuta tra mie mani fino a diventare quel romanzone di oltre duecento pagine che è”.
È quasi un miracolo che Facce bianche sia stato scritto e pubblicato. L’autore ricorda che un giorno, mentre stava lavorando alla stesura del romanzo disteso sul suo letto, sua moglie l’aveva chiamato dall’altra stanza per riparare un guasto al televisore. “Evidentemente era convinta che, quanto a tecnologia, fossi più esperto di lei”. Mentre era intento ad armeggiare con i cavi, la camera da letto fu sfondata da una bomba:
“Ho veramente scritto quel libro sotto il costante rischio di morire!”.
La morte rimane per l’autore, “ateo incorreggibile”, una domanda aperta, un affaccio sul vuoto che, come nella poesia preislamica, pervade l’esistenza col sentimento dell’ignoto. Eppure è anche un punto di partenza:
“La fine è cosa nota, si muore. Forse per questo, nei miei romanzi, preferisco cominciare dalla fine. Gli inizi, paradossalmente, sono molto più problematici”.
__________
Nota bibliografica a cura di G. Longhi
Di Elias Khoury sono al momento disponibili in italiano quattro romanzi, tutti tradotti da Elisabetta Bartuli:
Yalo, Einaudi 2009
Facce bianche, Einaudi 2007
La porta del sole, Einaudi 2004
Il viaggio del piccolo Gandhi, Jouvence 2001
Suoi contributi sono contenuti in:
Libano. Frammenti di storia, società, cultura, cura di E. Chiti, Mesogea 2012
Samir Kassir, L’infelicità araba, cura di E. Bartuli, Einaudi 2006
Id., Primavere. Per una Siria democratica e un Libano indipendente, cura di E. Bartuli, Mesogea 2006
Lo sguardo libanese. Rappresentare il Mediterraneo, Mesogea 2002
Nel 2014, oltre alla traduzione di Sinalcol, per Feltrinelli è prevista la ristampa di La porta del sole nell’Universale Economica
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