martedì 12 novembre 2013
La Marsa, Tunis
A la Librairie Millefeuilles
Samedi 16 Novembre, à 18 heures
Rendez-vous avec Samir Toumi, pour une rencontre autour de son récit "Alger le cri", paru aux éditions Barzakh
La présentation sera assurée par notre ami Raouf Medelgi.
«Cette ville m’assaille, elle monte et elle descend. Chaotique, elle m’épuise, ses pulsations désordonnées sont les miennes, miroir de mon incohérence, de mon chaos. Alger, ville éclatée. Alger, ville éclatante au soleil, empoissée dans la grisaille. Violente, on dit cette ville violente, je pense être violent, comme ma ville»
S. T.
«Je cherche le cri» annonce d’emblée la voix. Hypnotique, elle dit «je», parle d’Alger, sa passion, entre amour et haine.
Le narrateur, se dévoilant au fil des pages, raconte sa ville, qu’il fuit parfois pour Tunis, mais regagne toujours. Arpenteur infatigable, il emprunte chaque rue, scrute les maisons, épouse le sol avec ses runnings, explore sa terre et ses paysages –ceux du dehors et du dedans. Ce texte introspectif, par ailleurs gorgé de sensualité, bat au rythme de l’intime et des pulsations du monde. Entre ses lignes, s’immiscent des photographies, formant ainsi un album personnel et insolite.
Alger, le cri est le récit d’une quête: quête de soi, quête des origines. Car au gré de cette confidence, le lecteur assiste à la métamorphose du «je», à sa lente mue. Aux tourments du «moi», répondent en écho ceux d’une ville, d’un pays, et au-delà, d’une région entière.
Un texte qui interpelle, sensible et déroutant.
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Né en 1968, Samir Toumi vit et travaille à Alger où il dirige une entreprise de conseil. "Alger, le cri" est son premier livre.
lunedì 11 novembre 2013
venerdì 8 novembre 2013
Editoriaraba - Il Prix de la jeune littérature arabe va a Jabbour Douaihy per “San Giorgio guardava altrove”
Lo scrittore libanese è conosciuto in Italia per due romanzi, entrambi pubblicati da Feltrinelli e tradotti da Elisabetta Bartuli: Pioggia di giugno (2010) e San Giorgio guardava altrove, uscito in italiano lo scorso anno e con cui Douaihy ha vinto il premio.
Il Prix de la jeune littérature arabe era stato lanciato a giugno di quest’anno dal famoso Institut du Monde Arabe di Parigi e dalla Fondazione Jean-Luc Lagardére per promuovere gli scrittori arabi che scrivono in francese o che sono stati tradotti in francese dall’arabo, come nel caso di Douaihy.
I romanzi avrebbero dovuto raccontare il tema dei giovani nel mondo arabo e difatti il libro dell’autore libanese ha come protagonista Nizam, giovane libanese nato in una famiglia sunnita ma adottato da una famiglia cristiano-maronita. Allo scoppio della guerra civile nel 1975, tutte le contraddizioni del Libano esplodono e Nizam e la sua doppia “identità” non potranno non esserne toccati.
Gli altri finalisti sono stati:
Je suis né huit fois di Saber Mansouri (Éditions du Seuil); Amir di Nabil Naoum; tradotto dall’arabo da Luc Barbulesco (Actes Sud / Sindbad); Chibani di Ahmed Dich (Éditions Anne Carrière); Le dernier été d’un jeune homme di Salim Bachi (Flammarion);Biculturels. Se construire entre deux cultures di Hayat El Yamani (Éditions Anne Carrière); Le dernier seigneur de Marsad di Charif Majdalani (Éditions du Seuil); La Garçonne d’Alia Mamdouh; tradotto dall’arabo da Stéphanie Dujols (Actes Sud).
Della giuria invece facevano parte nomi noti anche a noi: gli scrittori marocchini Mohammed Berrada, Mahi Binebine (Prix du Roman arabe 2010) e Fouad Laroui (Prix Goncourt de la nouvelle 2013). E anche: Mustapha Bouhayati (direttore di Brunswick Art), Jean-Pierre Elkabbach (Europe 1), Gilles Gauthier (ex ambasciatore di Francia in Yemen e traduttore dei libri di Al-Aswani), Kaoutar Harchi (scrittore), e Alexandre Najjar (scrittore e avvocato).
San Giorgio guardava altrove, sesto romanzo dello scrittore, è stato anche nominato nel 2012 per il Prix international du roman arabe e nel 2011 aveva vinto il premio Hanna-Wakim 2011 come miglior romanzo libanese. Nel 2012 era risultato finalista anche al premio per la narrativa araba (IPAF/Booker arabo), assegnato poi ad un altro libanese, Rabee Jaber.
Douaihy l’anno scorso era stato invitato dalla Scuola Holden di Torino a tenere una lectio magistralis e poi dal Circolo dei Lettori per presentare il suo libro, appena uscito in traduzione italiana.
Qui potete rileggervi quello che Giacomo aveva scritto per il blog: Le storie vere di Jabbour Douaihy.
"Il giro d'Italia in 80 vini" Un viaggio in 20 tappe con Daniele Cernilli
Giovedì, 07 Novembre 2013 Ilaria Guidantoni
Un libro per raccontare i vitigni del mondo, un viaggio per raccontare l’Italia attraverso il vino. Daniele Cernilli, giornalista, sommelier, insegnante di Storia e Letteratura, una laurea in Filosofia, ci porta a spasso facendoci da Cicerone con il vino e la vite come guide. Le sue parole e passione disegnano geografia e storia dei luoghi. Il libro è un dizionario non per addetti ai lavori che compie il giro del mondo, soffermandosi su paesaggi, storia e aneddoti che narrano un modo nuovo e forse insolito per parlare di un territorio e introducono chi si occupa di vino professionalmente, ma forse in modo troppo tecnico, nel suo ambiente naturale e in una dimensione culturale. Il giro d’Italia sarà scandito da 20 tappe regionali con una lezione, racconto e una degustazione presso il ristorante il Baccano nel centro di Roma tutti i martedì.
Una guida di viaggio insolita quella scritta dal collega Daniele Cernilli con Dario Cappelloni, “Vitigni del mondo – Catalogo ragionato delle principali varietà di uve da vino” – pubblicato da Edizioni La Conchiglia – che è rivolto a tutti i curiosi del mondo della tavola quando ancora è natura e per i quali mangiare non è solo nutrirsi fisicamente ma arricchirsi culturalmente e divertirsi con le curiosità, Nasce da questa idea di unire il racconto all’esperienza, una performance gustativa, la scelta del direttore del Baccano Fabio Casamassima, di ospitare Daniele Cernilli in un appuntamento – tutti i martedì sera dalle 18.00 – www.baccanoroma.com; info@baccanoroma.com – pensando alla cucina come ad un ingrediente della cultura e dell’intrattenimento.
L'articolo integrale su Saltinaria.it
giovedì 7 novembre 2013
Editoriaraba - Editoria araba vs editoria persiana
| Poster di Farhad Fozouni |
Editoriaraba: Ha senso parlare di editoria persiana? E se sì, quali paesi comprende?
Felicetta Ferraro: Ha senso parlare di editoria persiana se con questa definizione si intende fare riferimento alle pubblicazioni in lingua persiana, lingua che, come molti forse già sanno, è parlata ufficialmente oltre che in Iran, anche in Afghanistan e in Tagikistan. Possiamo però parlare anche di editoria iraniana, editoria afghana e naturalmente editoria tagika, comprendendo in questa definizione le pubblicazioni in altre lingue riconosciute a vario livello. Ad esempio il pashto in Afghanistan è una lingua ufficiale, ed esiste una letteratura consolidata, anche se non molto vasta, in questa lingua. In Iran, il persiano è l’unica lingua ufficiale, ma la Costituzione riconosce il diritto all’utilizzo parlato e scritto delle lingue “locali” e di conseguenza c’è una certa produzione anche in altre lingue, come ad esempio l’azeri.
Ea: Esistono differenze tra la produzione che viene dall’Iran, dall’Afghanistan e dal Tagikistan?
FF: Iran, Afghanistan e Tagikistan condividono un immenso patrimonio letterario comune. Un’eredità rimasta inalterata anche con l’affermarsi dei singoli stati nazionali. Ma se parliamo di produzione recente, diciamo a partire dalla fine del XIX secolo, allora sì, le differenze sono tante. Mentre l’Iran ha sviluppato un’editoria fiorente in tutti i settori, gli altri due Paesi hanno in un qualche modo segnato il passo, soprattutto il Tagikistan dove una moderna letteratura stenta ad emergere.
Ea: Chi sono gli autori e/o le opere più rappresentativi dei tre paesi oggi?
FF: Per l’Iran è veramente difficile a dirsi. Elenco i nomi di alcuni dei miei autori preferiti, ma non è certo una classifica: Jalal Al-e Ahmad, Ahmad Mahmud, Simin Daneshvar, Hushang Golshiri, Sadeq Chubak, Gholam Hossein Saedi, Mahmud Dowlatabadi… Poi ci sono gli autori più recenti, quelli che Ponte33 ha deciso di tradurre per primi, proprio per dare un’idea del panorama letterario iraniano di oggi: Fariba Vafi, Mostafa Mastur, Nahid Tabatabai, Soheila Beski, Sara Salar, Mehdi Rabbi e tanti altri che abbiamo già inserito nel nostro progetto editoriale. Per l’Afghanistan, sicuramente Atiq Rahimi, Asef Soltanzadeh e poi c’è Mohammad Hossein Mohammadi, uno scrittore che amo in maniera particolare. Il suo I fichi rossi di Mazar-e Sharif che Ponte33 ha pubblicato alla fine del 2012 è, a mio avviso, uno dei libri più belli scritti negli ultimi anni in persiano.
Ea: Il caso Khaled Hosseini: come ti spieghi il suo successo? Il fatto che viva negli USA e che scriva in inglese ha aiutato secondo te? E si può definire letteratura persiana/afghana o è letteratura inglese ammantata di un tocco di Afghanistan?
FF: Non ci sono dubbi che il successo di Khaled Hosseini sia legato al fatto che viva negli Stati Uniti e che scriva in inglese. Dietro un successo planetario come quello de Il cacciatore di aquiloni c’è uno sforzo immenso,una grande macchina pubblicitaria, un grosso investimento finanziario, che si fa in genere per prodotti ritenuti “sicuri”. Dietro c’è’ la macchina di produzione dei best seller che funziona sempre, quando si mette in movimento.
Definire i libri di Khaled Hosseini letteratura persiana/afghana? No, direi di no. Non ho mai sentito un iraniano definirli tali e neanche un afghano. Sicuramente ci sono dei riferimenti culturali forti, che l’autore non può non avere, essendo nato e cresciuto in Afghanistan, ma niente più di questo.
E’ un’altra cosa, così come è una cosa diversa dalla letteratura persiana contemporanea quella mole di romanzi autobiografici, soprattutto di donne, dai titolo esotici ed accattivanti, che rimandano a sofferenze inenarrabili sofferte nelle prigioni della repubblica islamica o per mano di rozzi barbuti vestiti di nero.
La memorialistica è un genere serio, che ha un suo spazio preciso all’interno della produzione letteraria. E si capisce che eventi come quello registratisi in Iran negli ultimi 35 anni (una rivoluzione, una guerra, un cambio politico e sociale di enorme portata, famiglie che si sono ritrovate catapultate in Iran o fuori dal Paese in situazioni completamente diverse) possano spingere molti ad aggiungere la loro “testimonianza” alla Storia – in fondo l’espressione “ne ho passate tante, che la mia vita potrebbe essere un libro” la sentiamo in continuazione ovunque -, ma pretendere che questa sia la letteratura di quel Paese, non mi sembra giusto. E’ questo è il motivo per cui è nata Ponte33: pubblicare autori iraniani che scrivono in persiano, in primo luogo nel loro Paese, e poi eventualmente anche all’estero, definendo in questo caso i contorni di una letteratura della diaspora.
Ea: Per quanto riguarda i libri dell’area persanofona tradotti e pubblicati in Italia negli ultimi anni trovi che vi sia un’attenzione particolare a libri che parlano di donne, Islam e veli, come accade anche per la letteratura araba?
FF: Sì, anche nel caso dell’Iran il miscuglio Islam/velo/donna funziona decisamente. Basta guardare le copertine: donne bellissime, avvolte in veli da cui spuntano occhi dallo sguardo esotico, e colori azzurri o cipriati: la solita immagine di un Oriente lontano e seduttivo. Per questo le nostre copertine sono altro: artisti contemporanei che interpretano il libro con la sensibilità di persone che vivono e condividono un unico ambiente culturale. Che partono dal libro, non da quello che forse il lettore straniero vorrebbe trovare in quel libro.
Ea: Quali sono le difficoltà di far conoscere in Italia la letteratura persiana? Esistono pregiudizi come per la letteratura araba?
FF: Pregiudizi? Non so se sia il termine esatto per descrivere la situazione. No, le difficoltà sono più di natura culturale e pratica. Diciamo che i lettori italiani, a differenza, ad esempio, di quelli francesi, non hanno in generale molta conoscenza dell’Iran, della sua società, della sua cultura, se non appunto alcune conoscenze stereotipate. E’ difficile, ad esempio, che la televisione italiana mostri un documentario sull’Iran di oggi, a meno che non sia qualche servizio in vicinanza delle elezioni. Si sa qualcosa del cinema, ma anche in quel caso solo il cinema di registi che hanno trovato modo di farsi conoscere nei festival, tipo Kiarostami, o Panahi e Farhadi, la cui vittoria all’Oscar ha sorpreso molti. Di conseguenza, convincere il pubblico a comprare il libro di un autore iraniano sconosciuto non è facile. Soprattutto perché non è facile passare per i canali pubblicitari di un libro: le recensioni sui giornali, le rubriche televisive, i passaggi in programmi TV importanti. Penso ancora a Mohammadi e a I fichi rossi di Mazar-e Sharif: un libro sull’Afghanistan martoriato di oggi, raccontato in maniera mirabile, con un grande talento letterario. L’autore è stato invitato da Incontri di Civiltà, la manifestazione del comune di Venezia che riunisce ogni anno scrittori di tutte le parti del mondo, eppure non siamo riusciti ad ottenere che un’intervista con Radio3 Mondo. La vera difficoltà è questa.
Ea: Quanto incide la censura sull’editoria in Iran? Quali temi o autori in particolare sono stati censurati negli anni?
FF: La censura incide molto, in senso negativo, ma paradossalmente anche in senso positivo. Le forbici del censore in Iran colpiscono soprattutto il sesso. Un po’ meno la critica sociale, almeno fino al secondo mandato di Ahmadi Nejad. Gli scrittori si sono quindi sforzati di dire comunque quello che volevano dire lavorando di più sul testo, sulle atmosfere, sull’uso delle parole. E’ stato bellissimo, ad esempio, sentire da Fariba Vafi quanto ha lavorato al suo libro, Come un uccello in volo, per parlare di una violenza che la protagonista ha subito da bambina, senza che la censura avesse da ridire. Dopodiché, mi auguro fortemente che gli scrittori iraniani, come tutti gli scrittori ovunque, possano scrivere liberamente, senza doversi preoccupare delle forbici di nessun censore.
Posso però dire che dopo l’elezione del presidente Rohani, qualcosa sta cambiando. Si respira un’atmosfera di maggiore libertà e si parla per la prima volta in maniera seria del problema della censura e di come eventualmente risolverlo.
Vorrei aggiungere una cosa che molti ignorano, a proposito di limitazioni alla pubblicazione dei libri in Iran: la penuria di carta provocata dalle sanzioni ha fatto molti più danni della censura. Negli ultimi tempi, le pubblicazioni sono diminuite drasticamente per questo motivo e i pochi libri pubblicati hanno raggiunto un prezzo proibitivo per moltissimi lettori. Tanti editori, soprattutto i più piccoli e i più indipendenti, sono stati costretti a chiudere e molti altri stanno per farlo. Una situazione paradossale che dovrebbe far riflettere chi sostiene l’applicazione di sanzioni all’Iran per sostenere la “democrazia”. E questo stesso discorso vale per tutto il mondo della cultura: l’impennata dei costi di qualsiasi produzione che le sanzioni hanno comportato sta mettendo a dura difficoltà il mondo culturale iraniano.
Ea: Giacomo, tu hai potuto girare e conoscere le fiere del libro di Beirut e di Teheran: quali sono le principali differenze in termini di numero degli stand, degli editori internazionali, della presenza di pubblico, di titoli di editoria islamica, di conferenze/dibattiti organizzati durante i giorni delle fiere?
Giacomo Longhi: Entrambe, Tehran e Beirut, sono “città del libro”. A Tehran si concentrano le più importanti case editrici iraniane, Beirut è tuttora un polo indiscusso per l’editoria del mondo arabo. Tuttavia, se la fiera di Beirut si deve confrontare con la concorrenza di iniziative più recenti, come quelle del Golfo, quella di Tehran mantiene il monopolio sull’area persanofona ed è di dimensioni decisamente più ampie (è uno degli eventi editoriali più importanti in Asia). La mia impressione è che anche in Iran le fiere editoriali siano concepite più per vendere che per tessere rapporti commerciali o per fare una vera e propria promozione dei libri. Non ci sono, ad esempio, conferenze e dibattiti veri e propri con gli autori, che piuttosto presenziano un paio d’ore presso lo stand dell’editore e firmano copie dei propri libri.
Eppure queste fiere sono eventi estremamente vivaci, molto frequentati dai giovani. A Tehran gli stand delle principali case editrici di narrativa sono decisamente più affollati di quelli, seppur numerosi, dell’editoria religiosa. Durante gli orari di punta avvicinarsi agli stand di Ofoq o Niloufar, alcuni dei maggiori editori di letteratura in Iran, è praticamente impossibile per il sovraffollamento.
C’è anche da dire che dal 2011 è stato interdetto di partecipare alla fiera ad uno dei più importanti editori iraniani, Cheshmeh, che pubblica tra le migliori opere di narrativa persiana contemporanea oltre che autori stranieri tradotti. Chissà se con il cambio di rotta delle politiche culturali Cheshmeh otterrà di nuovo il permesso di partecipare alla fiera.
Ea: Sei un lettore sia di letteratura araba che di letteratura persiana, sia in traduzione italiana che in lingua originale: è possibile tracciare, in linee generali, un paragone tra le due produzioni letterarie (letteratura persiana e araba contemporanea) a livello di temi e di scrittura?
GL: Per certi versi la letteratura araba e quella persiana hanno intrapreso cammini paralleli. Per entrambe, ad esempio, è stato fondamentale l’apporto delle traduzioni di opere letterarie occidentali, in particolare dei romanzi, per formare un nuovo genere e il contributo della stampa per sviluppare una lingua il più possibile fluente e leggibile. Questo lavoro sulla lingua, di ricerca di equilibrio tra eleganza e leggibilità, continua ancora oggi. Spesso gli autori contemporanei privilegiano uno stile vicino al parlato. E se l’arabo si frammenta nelle varianti locali, che inevitabilmente influenzano lo stile di chi scrive, non da meno in Iran gli scrittori spesso giocano con i dialetti parlati nelle diverse zone del paese.
Le tematiche affrontate non sono poi così diverse da altre letterature. C’è di tutto: dal romanzo sociale, a quello storico, al fantascientifico, fino alle letterature di genere, come thriller o romanzi rosa. Anche da questo lato di mondo i lettori sembrano non farsi mancare nulla. Ho però notato, sul mercato persiano, una maggiore presenza di letteratura straniera tradotta rispetto al mercato arabo.
Ea: Visto che ora ti trovi proprio in Iran, sai dirci chi sono oggi gli autori che vendono di più?
GL: Tra gli autori che vanno per la maggiore spiccano nomi di scrittrici. Ne cito una su tutte, Zoya Pirzad, il cui romanzo Spegnerò le luci (Cheragh-ha ra man khamush mi konam, 2002), incentrato sulla quotidianità di una donna di origini armene in una città di provincia, è diventato in Iran un vero e proprio bestseller, accolto a pieno favore da pubblico e critica. Tra i romanzi che accattivano maggiormente i lettori, ci sono quelli che rivisitano la recente storia del paese e affrontano tematiche spirituali.
Tra questi, un autore particolarmente apprezzato è Reza Amirkhani (in foto a destra), che ha dedicato alcune sue opere alla guerra Iran-Iraq e ai sentimenti che hanno animato gli iraniani in quegli anni. Si tratta di romanzi che vendono bene, ma a volte sono anche tacciati di essere inclini a una certa retorica religiosa.
Un altro romanzo “spirituale” che ha avuto un enorme successo è Dona un bacio al lunare volto di Dio (Ru-ye mah-e khadavand ra bebus, 2000) di Mostafa Mastur. Tra i bestseller del passato, Requiem (Savushun, 1969) di Simin Daneshvar, e Zio Napoleone (Da’i-e jan Napelon, 1973) di Iraj Pezeshkzad. Quest’ultimo, come altri classici persiani contemporanei, è stato messo al bando con l’avvento della rivoluzione, ma le sue fotocopie rilegate circolano a cielo aperto per le bancarelle informali sparse attorno all’università di Tehran. Va poi detto che in Iran generi come il racconto breve e la poesia sono a volte campioni di vendite ben più dei romanzi.
Ea: Se un lettore volesse cominciare oggi a leggere la letteratura persiana tradotta in italiano, da quali libri gli consiglieresti di partire?
GL: I lettori italiani hanno finora a disposizione poco meno di una trentina di titoli di narrativa contemporanea tradotta dal persiano all’italiano. La scelta, dunque, per il momento è molto limitata. Un’antologia oggi ancora valida (non più in commercio, ma vale la pena recuperarla in biblioteca) è I minareti e il cielo. Racconti persiani del Novecento, curata da Filippo Bertotti per Sellerio. Qui il lettore potrà familiarizzare con i maggiori nomi della letteratura persiana del secolo scorso. Tornando al presente, il romanzo tradotto in italiano che finora ha meglio incontrato il mio gusto personale è stato Osso di maiale e mani di lebbroso di Mostafa Mastur, abilmente tradotto da Bianca Maria Filippini per la casa editrice Ponte33. È un romanzo breve ambientato in un condominio tehranese che evoca perfettamente una certa atmosfera cupa, grigia e fumosa della capitale iraniana, le tormentate routine dei suoi abitanti.
Segnalo anche l’importanza del lavoro di Anna Vanzan, che ha reso disponibili nella nostra lingua diversi romanzi e raccolte di racconti, come Il colonnello di Mahmoud Doulatabadi (Cargo, 2011) e Tre donne di Goli Taraghi (Lavoro, 2009).
Ea: C’è ancora qualcuno che fa confusione tra letteratura araba e letteratura che viene dall’Iran o dall’Afghanistan: secondo te perché succede? E cosa si può fare per evitare che la confusione continui?
GL: Secondo me ci sono diverse cause. Il pubblico italiano è stato abituato a leggere una parte di mondo, soprattutto quello mediorientale, attraverso la voce di lingue occidentali, come inglese o francese, mentre è lampante la scarsità di traduzioni dall’arabo e ancor più dal persiano. Questo è forse il principale elemento di confusione. Non prestare attenzione alla lingua in cui un determinato paese legge e scrive significa anche non prestare attenzione alle rappresentazioni in cui si riflettono i lettori di quel paese. Continuare a leggere e tradurre solo autori che scrivono in lingue occidentali crea una sorta di circolo vizioso, crea l’illusione di conoscere senza realmente conoscere. La responsabilità in parte è degli editori, in parte anche degli studiosi che hanno fin troppo limitato lo studio di queste letterature al periodo classico, guardando con sospetto o sufficienza le produzioni contemporanee. Gli studiosi dovrebbero impegnarsi in un serio lavoro di divulgazione, che implichi un confronto con le politiche delle case editrici italiane. Gli editori non pubblicano letteratura da lingue per cui non dispongono di validi consulenti e, purtroppo, spesso colmano il vuoto con opere concepite e scritte in lingue occidentali per soddisfare le aspettative e l’immaginario del pubblico occidentale. L’apertura all’editoria “generale”è ormai avviata per quanto riguarda la letteratura araba, mentre, sul fronte del persiano, il lavoro è ancora tutto da costruire. Non c’è da stupirsi, dunque, che con solo una trentina di traduzioni da questa lingua il pubblico italiano trovi difficilmente riconoscibile la letteratura che viene da Iran, Afghanistan e Tagikistan e la confonda a sua volta con i surrogati sostitutivi offerti dal mercato o, addirittura, la associ alla fetta di mondo considerata più vicina a questi paesi, quello arabo.
Ea: E’ di pochi giorni fa la notizia riportata dal Guardian che, in linea con il nuovo corso liberale intrapreso dal nuovo Presidente Rouhani, la censura in Iran sulla letteratura verrà allentata: come cambierà il mercato – penso soprattutto alle fiere del libro e alle importazioni di libri stranieri?
FF: E’ ancora presto per capire se ci saranno ripercussioni immediate sul mercato e sulle fiere del libro. Certo, i miei amici scrittori ed editori mi dicono che già da adesso qualcosa si sta muovendo e questo non potrà che avere ripercussioni positive. Ho intenzione di partecipare alla prossima Fiera del libro di Tehran. Magari ne riparliamo al ritorno.
GL: Se la censura verrà effettivamente allentata credo che gli effetti saranno soprattutto sulla produzione interna piuttosto che sulle importazioni. In Iran si traduce molto, gli scrittori occidentali sono arcinoti al pubblico. Dai gialli di Agatha Christie a Delitto e castigo di Dostoevskij, da Paul Auster a Danielle Steel, tanto per intenderci. A volte, come è accaduto per il famigerato Cacciatore di aquiloni, queste opere escono in traduzione integrale e vengono censurate in un secondo momento, quando il libro è ormai in circolazione e può essere riprodotto anche dopo il suo ritiro dal mercato. Quanto alle opere degli scrittori iraniani, sono numerosi i manoscritti che giacciono inediti negli uffici degli editori e non è detto che qualcuno non andrà finalmente in stampa nei prossimi anni. Gli autori iraniani però sono consapevoli delle norme vigenti nel paese, che spesso aggirano adottando tecniche stilistiche adeguate ad affrontare certi argomenti. Ma bisognerà chiedere soprattutto agli editori, nei prossimi mesi, quale sia il riflesso concreto di queste nuove aperture.
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* Felicetta Ferraro, iranista di formazione (laurea in lingue orientali, dottorato in Studi Iranici, post-dottorato presso l’Istituto Universitario Orientale), esperta di storia e società iraniana, ha insegnato Storia dell’Iran presso l’IUO, è stata addetto culturale dell’ambasciata italiana in Iran e consulente MiBac per i progetti in Iran. Nel 2010 ha fondato, insieme ad altri, la casa editrice Ponte33, dedicata esclusivamente alla letteratura persiana contemporanea. Svolge un’intensa opera di divulgazione della cultura iraniana contemporanea in Italia, anche attraverso l’organizzazione di eventi (cura la sezione Iran/Afghanistan di FilmMiddle East Now) e la consulenza ad enti ed istituzioni.
* Giacomo Longhi è studente di Lingue e istituzioni economiche e giuridiche dell’Asia e dell’Africa Mediterranea all’università Ca’ Foscari di Venezia. Si occupa di letteratura contemporanea araba e persiana e attualmente sta svolgendo uno studio sull’editoria in Iran.
mercoledì 6 novembre 2013
Mehdi Kattou "Chronique d’une révolution avortée"
Tunisi, La Marsa
Librairie Millefeuilles
Vendredi 8 Novembre, à 18heures
présentation de "Chronique d’une révolution avortée", de Mehdi Kattou
Ce livre s’adresse à tous ceux qui ont cru en un idéal républicain, aux patriotes, les vrais, aux Partisans d’une Nation émancipée du joug de la dictature et incluse dans une véritable démocratie, loin mille lieues du simulacre et des parodies et surtout des visions obscurantistes et intruses.
Ce livre s’adresse à tous ceux qui ont cru et qui croient, encore et toujours, en une Tunisie nouvelle, démocratique, intelligente, débarrassée des intégrismes en tout genre et des extrémismes de tout bord. Ce livre s’adresse aux Tunisiens qui croient en un avenir meilleur pour leur progéniture, mais aussi en un présent radieux, ou du moins stable et serein. Ce livre ne s’adresse pas aux agneaux de Panurge, ni aux obtus idéologiques et encore moins, aux adeptes du conformisme qui ânonnent la propagande qu’on leur sert, se privant, ainsi, de la faculté de s’interroger, de questionner, de réfléchir et de choisir.
L’auteur livre dans cet ouvrage un témoignage poignant, direct et franc, sans fioriture ni ornement. Évitant la langue de bois, mais également les assaillies injustifiées et les insultes de bas étage, il tente de développer une réflexion, certes subjective, mais fondée sur les faits et surtout …les résultats et les bilans de presque trois ans de vie politique et sociale mouvementée avec ses soubresauts, ses voltefaces, ses niaiseries autres opprobres.
L’objet et l’objectif de l’ouvrage ne consiste, point, à verser dans l’invective ou dans l’outrage, mais à présenter le point de vue du journaliste et animateur télé et radio, mais aussi du citoyen qu’il est, et de la façon avec laquelle il a vécu, parfois de l’intérieur, quelques événements, et perçu l’évolution et la métamorphose du pays, à travers le prisme du bilan de ses politiques et à l’aune des cataclysmes survenus de temps à autre. N’occultant pas le fait que la Tunisie évolue dans un espace géographique et à un moment historique donnés, et qu’elle soit « soumise » à des considérations géostratégiques exogènes, l’auteur tente de comparer, de questionner et mène parfois le parallèle avec les pays limitrophes et autres contrées, ayant connu d’autres « Révolutions».
martedì 5 novembre 2013
Editoriaraba - Intervista a Suad Amiry: la casa, l’assenza, la presenza e l’ossessione palestinese della perdita nel suo nuovo libro “Golda ha dormito qui “
La scrittrice palestinese ha girato un po’ di città italiane nei giorni scorsi per presentare al pubblico la traduzione del suo ultimo libro. Annamaria ha assistito a quella di Napoli ed è riuscita ad ottenere un’intervista con l’autrice che poi ha proposto per il blog Editoriaraba. Ai lettori romani ricordo intanto l’appuntamento di oggi alle 18 alla Feltrinelli di Galleria Colonna: insieme a Suad Amiry ci saranno Giuseppe Cederna, Francesca Corrao e Tiziana Lo Porto.
di Annamaria Bianco
Giovedì 31 ottobre 2013, Napoli. Arrivo in Feltrinelli mezz’ora prima della presentazione ufficiale di “Golda ha dormito qui” per intervistare Suad e me la trovo davanti in tutta la sua non indifferente altezza. È una figura magnetica, e non soltanto per il caftano nero ed oro che indossa, ma soprattutto per il suo sguardo ed il suo sorriso. Ci stringiamo la mano e scambiamo qualche parola di saluto e di conoscenza in arabo, prima di passare all’inglese e procedere entrambe più spedite nella nostra conversazione.
Annamaria Bianco: Qual è il suo rapporto con la tradizione? Da palestinese, pensa che la tradizione sia una forma di resistenza ? È questa l’idea che emerge dal libro?
Suad Amiry: No, l’idea alla base di questo libro in verità è di parlare delle perdite personali e psicologiche degli individui che formano la Palestina. Finora nei miei libri o, più in generale, le persone hanno parlato di Palestina principalmente come di un conflitto politico: questo lavoro è un tentativo di passare dal raccontare la storia di una nazione e di un gruppo a quella delle singole persone.
AB: È per questo che parla di buyut …
SA: Sì, esatto. È un libro che riguarda le buyut, le case e, soprattutto, parla di cosa significa per qualcuno perdere la propria abitazione, quali sono gli effetti psicologici o il trauma di dover lasciare la propria dimora. Il tentativo che sta alla base dell’opera è quello di condurre i lettori verso i veri problemi dei palestinesi, ma non per renderli tristi o per incolpare gli israeliani (che andrebbero incolpati). In primo luogo, la scrittura per me è come una terapia: quando i palestinesi nel 1948 hanno perso le loro case e il loro paese, erano sempre in grado di raccontare la loro storia a livello politico, ma non sempre anche a livello personale. Scriverne fa sì che questi sentimenti vengano condivisi.
AB: Una sorta di personificazione, dunque?
SA: Una personificazione della situazione, sì. Perché quando si subisce un trauma non sempre si è in grado di parlarne: ci sono voluti diversi anni perché i palestinesi iniziassero a parlare non più soltanto della perdita del loro paese… Un altro concetto che emerge da questo libro, eloquente in tal senso, è quello di “assenti”. La prima cosa che hanno fatto gli israeliani, in quanto potenza colonizzatrice, è stata fingere che in quella terra non vi fossero più palestinesi.
AB: Come se fossero stati dei fantasmi?
SA: Sì, sono come dei fantasmi per loro. È una storia che va avanti da molti molti anni, a partire dal movimento sionista, da quando hanno dichiarato questa terra “una terra senza popolo per un popolo con una terra”.
Hanno fatto finta che i palestinesi non esistessero, e questo è ciò che ho raccontato nel mio libro: come gli israeliani vogliono non vederci per non darci i nostri diritti, così come è stato per gli indiani d’America, i neri in Sud Africa e gli aborigeni in Australia.
È importante sapere che nel 1948 il 90% dei palestinesi fu cacciato dal paese e che solo il 10% rimase lì.
Per accertarsi che nessuno sarebbe tornato, gli israeliani fecero due cose: demolirono 420 villaggi e quando i palestinesi fuggirono dalle loro case sotto i bombardamenti, senza prendere nulla perché non avrebbero mai immaginato che quella situazione sarebbe stata persistente, li dichiarano “assenti” e le loro proprietà risultarono come “proprietà di assenti”. Anche i palestinesi rimasti furono considerati tali. Ma nel 1967, quando gli israeliani occuparono di nuovo tutto il paese, si resero improvvisamente conto che quegli “assenti”, assenti non erano affatto. Erano proprio lì, a Gaza.
AB: Si riferisce al personaggio di Hoda, adesso?
SA: Sì, esattamente. Gli israeliani hanno scoperto tutti i rifugiati palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, ma hanno continuato a dichiararli(ci) assenti e non ci hanno ridato indietro le nostre cose. Esistiamo quando bisogna pagare le tasse o occupare il nostro paese, ma siamo assenti quando dobbiamo riavere indietro ciò che ci appartiene. Questo libro tratta di quattro o cinque personaggi tra cui me stessa , la mia famosa suocera il primo architetto della Palestina Andoni Baramki, e la giovane Hoda: ho raccontato le loro vicende per mostrare come ognuno abbia reagito a suo modo allo shock, a cominciare da me.
Non sono ancora pronta a recarmi a casa mia, che è a soli 30 km da Ramallah, a Giaffa, per vedere quale è la famiglia israeliana che vive lì, perché quando mio padre l’ha fatto è stato molto male. Assistendo alla sua tristezza ho deciso di non imitarlo e di non sottopormi a questa pena.
Qualcuno come Hoda invece – che è la Giovanna d’Arco di Palestina – ha deciso di prendere di petto la cosa: da quando era una bambina e aveva visto suo padre piangere perché non poteva entrare in casa sua, ha continuato a far visita alla famiglia occupante ogni settimana, con insistenza.
AB: È come un’ossessione.
SA: Sì, il libro si focalizza molto su questo tema, soprattutto nelle ultime due pagine.
AB: A proposito delle ultime pagine, alla fine del libro c’è una sorta di poesia…
SA: Sì, ma in realtà è molto divertente. Quando l’ho scritta non ho pensato che fosse una poesia, l’ho scritta e basta. Anche molti dei miei amici mi hanno fatto delle domande a riguardo ed io gli ho risposto: “Davvero? Non me ne ero nemmeno accorta!”
AB: Perché scrive in inglese ?
SA: È per il modo in cui sono diventata una scrittrice. Il mio primo libro Sharon e mia suocera è venuto fuori per puro caso. Non avevo intenzione di essere uno scrittore e ho scritto come terapia per sostenere le due occupazioni sotto cui mi ritrovavo: quella di mia suocera e quella degli israeliani. Stavo scrivendo e-mail, e io di solito uso l’inglese nelle e-mail. Dopo il successo di Sharon e mia suocera ho deciso di continuare a scrivere in inglese. Ma la cosa più difficile per me è quando i miei libri vengono tradotti in arabo! Non lo faccio da sola perché so che altrimenti cambierei le storie…
AB: Però compaiono comunque delle espressioni in arabo nel libro.
SA: Sì, ci sono. C’è un arabo palestinese ed uno standard, come per Habibi. Vi ricorro quando voglio esprimere i miei veri sentimenti. Scrivo in inglese perché voglio rendere più internazionale il mio pubblico, ma con mia grande sorpresa, i miei libri sono venduti molto bene in arabo. Scrivo in inglese anche perché mi trovo spesso ad usarlo per lavoro e anche se faccio degli errori ci sono gli editors. Se scrivo in arabo posso fare errori perché, come si sa, è una lingua molto complessa, e potrei finire col concentrarmi più sulla grammatica o sulla scelta dei vocaboli che sulla storia stessa. Dal momento che mi considero prima di tutto un Hakawati (narratore), la storia è più importante del linguaggio che scelgo di utilizzare. Questo è tutto.
Il traduttore è Maria Nadotti, citata nei ringraziamenti.
lunedì 4 novembre 2013
Editoriaraba - Il Salone del libro francofono di Beirut si apre all’editoria araba
A Beirut è di nuovo la volta del Salone del libro francofono, che celebra la “vitalità e il ruolo” della francofonia nel paese levantino. Organizzato dall’Institut français du Liban e dal Syndicat des importateurs de livres, il salone rimarrà aperto fino al 10 novembre al BIEL.
Il tema di quest’anno è “Les mots des autres”, a simboleggiare l’ampiezza e la diversità della letteratura francofona nel mondo (saranno ospiti anche autori da Haiti e dal Canada, ha annunciato il nuovo direttore dell’Institut Henri Lebreton in un’intervista tv), ma anche l’apertura al mondo editoriale libanese arabofono.
Per la prima volta infatti, saranno presenti anche alcune case editrici libanesi che pubblicano in arabo e che hanno pubblicato opere francesi tradotte in arabo. Le 12 case editrici* che hanno risposto all’invito del Salone sono presenti in Fiera all’interno di uno stand collettivo a loro dedicato. Ma non solo: come racconta L’Orient Littéraire, in occasione di questo evento “un catalogo in francese che recensice le ultime pubblicazioni in arabo è stato pubblicato dall’Institut français du Liban in collaborazione con L’Orient des Livres al fine di far conoscere meglio la produzione libanese al mondo francofono e incoraggiare gli editori stranieri a pubblicare di più i libri dei libanesi arabofoni. Inchallah”.
Non è certo l’arabo a minacciare lo sviluppo e il ruolo del francese nel Libano, bensì l’inglese, che “avanza del 20% in più ogni anno in Libano” e che è diventata la lingua d’espressione della gioventù libanese.
Il francese, dunque? Una lingua elitaria, secondo Joumana Haddad, Mazen Kerbaj e Faten Fadel che ne hanno parlato proprio ieri davanti alle telecamente di Maghreb Orient Express.
http://www.youtube.com/watch?v=4QcUbh2rJsc&feature=youtu.be
In Italia la letteratura libanese, francofona e arabofona, è molto presente, conosciuta e amata.
Lo scrittore Jabbour Douaihy parteciperà a due conferenze: Destin Meurtris (5 novembre) e Écrivains dans deux cultures (9 novembre); Elias Khuri sarà ospite della conferenza Les 50 ans de l’Institut d’études palestiniennes e presenterà la traduzione in francese del suo ultimo romanzo Sinalcol, pubblicato in Francia da Actes Sud (6 novembre).
Amin Maalouf, scrittore francofono di origine libanese, torna in Libano per la prima volta in qualità di membro dell’Accadémie française, ospite d’onore all’edizione. Anche i suoi libri sono stati tradotti in arabo da Dar al Farabi, editore libanese.
Da non perdere per chi si trova nella capitale libanese è l’incredibile performance di quell’artista eclettico e brillante che è Mazen Kerbaj (musicista, intellettuale, disegnatore) il quale sta attaccando al muro, come in un enorme mosaico lungo 16 metri, i 382 disegni fatti nel 2012, uno (o più) per ogni giorno di quell’anno.
Il suo “Journal illustré” nel 2014 potrebbe diventare un libro vero. Inoltre, mercoledì e sabato Mazen presenterà al pubblico del Salone il suo ultimo libro illustrato, dal titolo Lettre à la mère, pubblicato quest’anno da Apocalypse.
Infine, vi segnalo che ieri lo scrittore francese Sorj Chalandon ha vinto la seconda edizione del Prix littéraire francophone régional «Liste Goncourt / Le Choix de l’Orient» con il suo romanzo Le quatriéme mur sulla guerra civile libanese.
Il libro di Chalandon, votato da una giuria di studenti provenienti da 5 paesi del Medio Oriente, come premio verrà tradotto in arabo e il suo autore l’anno prossimo patrocinerà l’edizione 2014 (come ha fatto il vincitore dello scorso anno, Mathias Enard).
Insomma, politiche culturali per rafforzare i legami tra il Libano e l’ex madrepatria e favorire gli scambi tra i due paesi in nome di quella francofonia bistrattata in patria, la Francia, ma esaltata all’estero.
Aspettando la fiera arabofona del libro che si terrà a Beirut il mese prossimo.
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* Tra le case editrici libanesi arabofone: Dar Al Adab, Dar Al-Hadaek, Dar Al-Ilm LilMalayin, Dar Al-Saqi, Dar An-Nahar, Dar Onboz, Dar Oueidat, Dar Saer Al-Mashrek, Dar al Farabi.
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