sabato 25 febbraio 2012

Viaggio di nozze a Teheran


di Azadeh Moaveni

Un romanzo autobiografico, anzi una biografia che ha il sapore e lo stile del romanzo. Azadeh ha un cuore iraniano ma è nata in California e la sua vita è una dialettica tra il mondo delle origini, più persiano che iraniano, come il suo nome e l’adesione all’Occidente più avanzato. Un’ambivalenza che ha la ricchezza delle contraddizioni ma anche la lacerazione della dialettica tra mondi molto diversi, quando l’autenticità dei due poli impedisce di sacrificarne uno. Così è in fondo la sua famiglia, a cominciare da sua madre che ha chiesto il divorzio, che è indipendente ma per certi aspetti profondamente legata al paese di origine così come lo ricorda e al contrario il padre che non vuole più tornare in Iran perché spaventato. Questa duplicità la ritrova anche nell’amore, Ashar, persiano che ha vissuto in Germania. La protagonista, giornalista impegnata, sceglie di occuparsi di Medioriente ma vivendo nella parte più internazionale, in Libano, dove lei stessa racconta che al di fuori degli impegni professionali passava i pomeriggi tra aperitivi e lezioni di pilates. Alla vigilia delle elezioni che portarono al potere Ahmadinejad si reca in Iran e da lì inizia una nuova vita. Incontrerà l’uomo che sposerà e dal quale avrà un figlio, che condivide con lei amore, passione e impegno civile. Gli episodi diventano escamotage per raccontare le contraddizioni e le difficoltà della storia attuale del paese, la negazione della libertà, l’invadenza dello stato che tracima nel privato: nel modo di vestirsi, nella ricerca di un ginecologo, nell’attenzione a tener nascosta una gravidanza perché non si è sposati, nell’impossibilità di informarsi sul tumore al seno che colpisce la madre di Azadeh perché una serie di parole che ad esempio interessano le parte del corpo sono censurate in Internet. Emerge così la tensione che porta la protagonista a non poter rinunciare al proprio lavoro ma a combattere con l’impossibilità a rassegnarsi, a farsi schiacciare dal regime, fino alla paura che paralizza ogni energia e la scelta di lasciare il paese per la Germania, quasi una fuga. Sarà così la volta della scoperta forse più dolorosa: non è vero che la libertà è tutto. L’amore e il calore della famiglia, di una comunità a volte sono molto consolatori e così ad un certo momento la protagonista tornerà con il proprio bambino per far visita alla famiglia del marito. Sembra scontato ma autentico pensare che il paradiso non sia di questa terra. La chiusura è delicata e struggente: la vita non può essere per un’occidentale un ripiegamento nella cultura del passato ma può attingere nutrimento dall’inesauribile ricchezza del sapere, così come Azadeh rilegge le fiabe persiane e pensa con tristezza al fatto che una civiltà grandiosa come la Persia sia stata sepolta ma nello stesso tempo con fiducia immagina che prima o poi un popolo che è stato capace di far emozionare dopo secoli e secoli generazioni rialzerà la testa. Un testo ricco, pieno di spunti e anche di facile lettura, che riassume decenni di storia attuale, forse solo un po’ troppo pieno di dettagli e di storie parallele.

Viaggio di Nozze a Teheran
Azadeh Moaveni
Newton Compton Editori
6,90 euro

Storie d’amore inventato


di Loredana De Vitis

Libro chiama libro. Ho incontrato l’autrice – che mi ha fatto dono di questo libro – perché si è resa disponibile a presentare il mio libro a Galatina. Uno scambio di due storie di donne attraversi u propri scritti come due mamme che si incontrano grazie ai propri figli nella stessa scuola o al parco giochi.. Per quel poco che conosco Loredana, Giornalista e scrittrice pugliese, laureata come me in filosofia, “Storie d’amore inventato”, racconta molto di lei a cominciare dal titolo, ironico, vitale e forse anche autoironico. L’autrice è giovane ma ha smesso di prendersi sul serio da molto tempo. E’ un libro autoprodotto – viva l’umiltà! – minimalista nell’abito con una copertina tenera e spiritosa insieme. Sono pagine di istantanee di storie, inventate – così almeno dichiara l’autrice – che sembra averne dimestichezza da poterle sottoscrivere a mio parere. Sono amori di oggi, di tutti i giorni, così vivi e familiari che appaiono tridimensionali e ti chiedi se il vicino di casa incontrato sulle scale la mattina sia uscito da quelle pagine e Loredana lo abbia forse incontrato prima di raccontarlo. D’altronde la vita – in amore soprattutto – ha più fantasia della nostra immaginazione. Colpisce il modo di scrivere così diretto, quasi brusco, con una vena che potrei definire maschile, anche se c’è tutta la sensibilità femminile, quasi sempre ferita che però ha un riscatto nella propria sincerità e franchezza, in grado sì di usare il linguaggio e le armi degli uomini ma lontana dalla loro indifferenza e mediocrità. Mi viene in mente quello che ho sentito dire che gli uomini vivono ma le donne sentono, che gli uomini hanno bisogno di provare ma non sanno riconoscere. Per associazione penso gli uomini fanno la guerra, consumano la vita; le donne sono la guerra e la vita. Piccoli quadri incisivi perché evocativi dal punto di vista dell’immagine anche grazie all’uso ‘spregiudicato’ della punteggiatura che rende la scrittura non ornamento ma puntello perché il contenuto possa animarsi. Spunti di una prossima sceneggiatura?

Storie d’amore inventato
di Loredana De Vitis
Libro pubblicato dall’autore
8,00 euro

Immagini e parole di Lulù



Niccolò Fabi, Shirin Amini

Un libro che è anche un album, un racconto attraverso immagini sul filo delle emozioni, nel quale immergersi. Ho incontrato Shirin Amini, autrice con il cantautore Niccolò Fabi e l’ho sfogliato con lei, ripercorrendone la nascita. Quell’alba è venuta dopo una notte scura, lunga e forse troppo breve ad un tempo, dolorosa e pungente, dalla quale qualcuno poteva pensare non sarebbe più sorto il sole. E invece no quella luna rossa ne ha prodotti tanti di piccoli soli che cresceranno. E’ un libro da vivere, nel quale perdersi che ci chiede di condividere la sofferenza per poter gioire davvero inseguendo un aquilone che è l’immagine che io mi sono fatta della piccola Olivia, detta Lulù. Ho incontrato Shirin Amini, mamma autrice e il titolo che si potrebbe dare al libro, quello raccontato tra di noi, suona più o meno così “Per non perdere la nostalgia dell’infanzia”. E’ stato presentato al Salone del Libro di Torino e poi ha fatto una tappa a Lecce alla Libreria Liberrima quindi comincia il suo viaggio tra i lettori.

Com’è nato questo libro? E’ nato per fissare un momento irripetibile, quello del concerto nella data del compleanno di Lulù, non con l’idea di ripetere ma di condividere. L’immagine è quella del cerchio, dell’abbraccio collettivo che ho sentito stringersi intorno a me e a Niccolò, con la volontà non di celebrare il dolore che è intimo e solo nostro perché Olivia è la nostra bambina. Una parte però, quella dell’empatia profonda, abbiamo deciso di condividerla.

Dall’ispirazione all’intenzione: a chi è dedicato il libro oltre ovviamente che a Lulù? Alla realizzazione di fondi per il nostro ospedale in Angola, a Chiulo, nell’estremo sud del paese quasi al confine con la Namibia. Oggi vi lavorano 3 medici del Cuam e ci sono 400 posti letti. I nostri sforzi si sono concentrati sul reparto pediatrico che era il più disastrato in un paese dove un bambino su 5 non arriva ai 5 anni di età.

Qual è l’origine di questa scelta? Al momento del concerto ci siamo chiesti a chi devolvere i fondi ma dato che Niccolò era già legato al Cuam, è diventata la nostra strada. L’idea in ogni caso era di rivolgerci all’infanzia per una vicinanza empatica con la nostra esperienza, un dolore che ha colpito una bambina. Così dall’idea siamo passati al progetto fino alla realizzazione della Fondazione Parole di Lulù una onlus che opera nella sanità rivolta ai più piccoli.

Cosa ‘racconta’ il libro? Una storia fotografica di una giornata realizzata principalmente da Mirta Lispi, Simone Cecchetti e Stefano Caporilli insieme con me arricchita dalle persone che ho sentito più vicine e con le quali sono più in confidenza con un messaggio. Per delimitare le emozioni ho chiesto un sms o una mail con un pensiero legato alla giornata del concerto, dalla preparazione, all’attesa, alla serata.

C’è un filo conduttore? L’unico criterio è quello dell’amicizia e anche gli artisti che hanno partecipato al concerto sono tutti amici almeno per Niccolò e il risultato è stato molto forte perché la parola pur lieve come un pensiero, un battito di ciglia e un sussurro, non è digeribile e arriva dritta.

E’ strano perché di solito si esalta sempre la forza delle immagini mentre la parola ha una sua mediazione. Niccolò come ha contribuito al libro?
Ha scritto la prefazione mentre io la postfazione. L’introduzione è il suo punto di vista della giornata concerto dalla parte del papà della festeggiata.

Nel libro si incontra Lulù direttamente e come? La scelta di mettere una foto della piccola è stata una decisione molto sofferta perché avevamo un certo pudore però capivamo che c’era qualcosa di strano in una pubblicazione nel nome di qualcuno che non si vedeva. Così abbiamo inserito una foto nell’ultima pagina sotto l’ala della copertina, con Lulù appena sveglia illuminata con la luce del mattino.

Lo chiameresti un libro di ricordi o in memoria di una persona cara? Mi sembra che ci sia una certa reticenza in te nel definirlo… In effetti è lontano da me e da Niccolò l’idea di celebrare una persona, di pensarla al passato. Direi piuttosto che è la testimonianza di una giornata speciale per vivere e rivivere l’emozione di quelle ore, un viaggio anche per chi non ci conosceva e non ha potuto esserci.

Cosa ricordi in particolare di quel giorno? La cosa più bella l’umanità che è come io vorrei che fosse, tutti uguali insieme stetti in una grande abbraccio collettivo. Così anche nel libro abbiamo cercato di restituire la fisicità tipica dell’infanzia. E’ un oggetto da toccare, che va piano ma entra dentro a poco a poco, con una certa timidezza e ritrosia. In questo sento che mi assomiglia.

Quanta musica c’è nel libro? Direi che c’è solo musica che lega le pagine del libro e le ore di quel giorno in un abbraccio continuo e spontaneo che si rinnovava.

Non abbiamo parlato del titolo che ha invece una lunga storia. Lulù era il soprannome della bambina che amava molto la canzona di Mina Parole, parole, parole. Dopo quello che è successo ci è capitato per caso di accendere la radio in macchina e di sentire quella canzone. Poi rientrando a casa abbiamo trovato una lettera della cantante che non conoscevamo e che si è detta molto colpita da quello che ci era accaduto e ci manifestava il suo calore. Le abbiamo risposto raccontando la predilezione di Lulù per quella canzone ed è nata una seconda incisione a due voci con Niccolò (anche se non si sono incontrati fisicamente) ed il resto è facilmente intuibile.

Al di là dei sentimenti più intimi e riservati, comunque vada la vita si resta genitori per sempre e nessuna lingua parla al passato dei figli, ne nomina l’assenza. E’ una parola tabou perché in effetti non c’è una corrispondenza nella realtà. L’essere genitore non è a tempo. Cosa resta, cosa manca, cosa accade di quello che si può raccontare e che il vostro impegno per l’infanzia testimonia? Quello che posso rivelare è che Lulù mi ha fatto sentire la nostalgia dell’infanzia e quella tenerezza che ho ritrovato non voglio perderla più. E’ tutto.

Immagini e parole di Lulù
di Niccolò Fabi, Shirin Amini
Kowalski Feltrinelli
16,00 euro
Una parte del ricavato è dedicato al progetto sanitario in Angola

Il silenzio del colore nero


di Serena Frediani

Un bel libro, a cominciare dal titolo suggestivo che per me è stata la calamita che mi ha attratto. La copertina conferma questa scelta, decisa, forte e raffinata ma anche essenziale, come il nero appunto, che contrasta con il sorriso aperto e dolcemente malizioso di Serena, la scrittrice, ma è un gioco che si ripropone nel libro tra innocenza e trasgressione, dolcezza e violenza e un tentativo di composizione. Forse è banale definire un libro “bello” ma pensando alla cultura classica e la bellezza è armonia e questo libro per me è questo, intreccio di componenti che stanno tutte in equilibrio, appunto dalla copertina, al titolo, allo stile, all’originalità della storia. Pensando al libro come a una rete di libri e soprattutto come rete di persone, non posso non pensare al nostro incontro grazie alle nostre piccole creature. Con “Prima che sia Buio”, il colore diventa metafora di uno stato, tanto che si sarebbe dovuto intitolare Rosso quasi bianco e il nero è nell’allusione del buio preceduto dal rosso dell’incandescenza del tramonto e nell’essere cruciale di un momento che è spartiacque. Anche le due copertine risuonano con una donna in bianco e rosso su sfondo nero.
Una storia di tutti i giorni che poi svela qualcosa di incredibile, forse un po’ torbido, senza però nessun compiacimento ed è questa l’originalità: sta nel modo di guardare la vita, anzi di penetrarla e di accorgersi che una persona qualunque, forse un po’ sciatta, che sceglie di fare la modella di un pittore in crisi, affetto da “inappetenza creativa”, apparentemente solo perché ha bisogno di lavoro, di un lavoro qualunque, ci apre un mondo infinito e riesce anche a scoprirci come solo l’intimità può fare.
E’ un libro che non delude mai, in crescendo, come raramente sono i romanzi di cui spesso trascuro la fine. Gli spunti tanti ma anche tutti riconducibili a quello che io chiamo il viaggio che non ha termine, l’unico per cui valga la pena vivere: la conoscenza dell’altro. E’ questa, sembra, l’unica strada che può portare alla felicità. Il protagonista si chiede più volte che cosa sia e si risponde ad un certo punto riconoscendo quel momento nel quale non si vorrebbe nulla di più e c’è un misto di pace, di armonia e eccitazione. E’ che a volte la si scopre solo nel ricordo.
Un ragazzo – che dovrebbe essere un uomo vista l’età – borghese, in lotta e ribellione con un padre affermato architetto che ama omologando gli altri a sé, sceglie la via dell’arte dove l’evasione diventa deriva. Il rapporto forte e profondo con una madre debole che porta nel giovane pittore il rifiuto ad amare per timore di essere posseduto e annullato dall’altro e così la fuga dalle responsabilità. Poi l’incontro, occasionale e a suo modo carnale anche se per una lunga fase platonicamente con una giovane donna che nel suo non essere bella, nel suo essere dolente porta alla luce le proprie ferite e nell’umiltà di chiedere aiuto provoca nell’altro la possibilità di mettersi a sua volta a nudo e in gioco. Resta la sfida dopo aver conosciuto il dolore, di farsene carico, di prendere le responsabilità del bisogno dell’altro e le redini della propria vita per provare a costruire una felicità. E’ di grande sottigliezza l’esame del percorso e della rivoluzione interiore che interessa il protagonista per non pensare che la scrittrice abbia lavorato a lungo su sé stessa, arrivando a conoscere bene i meccanismi della rabbia e dell’orgoglio tra padre e figlio; di complicità dannosa tra madre e figlio; di negazione per paura tra uomo e donna; di arte come fuga da sé prima che di laboratorio del sé.
Considero questa storia a lieto fine anche se ha un epilogo drammatico perché nella mia ottica chi comprende con il cuore oltre che con la mente e ha occasione di dividere l’amore e di riconoscerlo, ha trovato la strada e individuato la meta, anche se magari la manca. Non sempre tutto è perduto ed è un testo che dà speranza al di là del fatto che la vita se ne vada da un’altra parte, perché fino all’ultimo si può sempre farcela. Il padre e il figlio si ritrovano e a quel punto il dolore e lo strappo di anni si risolve come con la nascita si dissolve e si dimentica il dolore del parto, anzi si scopre che la sofferenza ci ha fatti crescere anche per gli errori.
L’autrice è una fine conoscitrice della psicologia che sgorga con naturalezza, senza pedanteria dalle sue pagine: Serena si immerge nella vita in tutte le sue forme e ha una vera curiosità e pietà per l’essere umano come quando fa dire al protagonista: “non era colpa di mio padre se per lui amare voleva dire livellare, rendere gli oggetti del suo amore come lui li desiderava…”. Riconoscendo le debolezze altrui si impara a perdonarsi e ad accogliere l’altro se animato da sincerità, come nell’incontro finale.
Assolutamente accurato l’accompagnamento alla confessione della coprotagonista, Flavia, che si mette a nudo in senso stretto svelando i segni del proprio dolore, quasi umiliandosi nel senso nobile, dando prova di umiltà, gridando a suo modo il bisogno di aiuto che spesso l’orgoglio di nascondere la propria fragilità non riesce ad avere. E’ il colore nero che in sé ha tutti i colori solo che li ha assorbiti senza riuscire a restituirli, “non sa parlare”. E sono tanti i particolari, come la delicatezza, la speranza e il sostegno per ricostruirsi che possono dare dei bambini.

Il silenzio del colore nero
Serena Frediani
Avagliano
15,00 euro

Agapornis, Suite Hitchcock


di Pia Arletti e Franco Ferrini

Romanzo improprio, quasi una sceneggiatura dove la realtà declina improvvisamente nella finzione con un deragliamento ironico senza facili colpi di scena, fatto di sottigliezze e di uno scivolamento impalpabile ma che ad un certo punto sorprende con l’in-credibile…come nei migliori noir e parlo più di letteratura che di filmografia.
L’esempio non è casuale dato che il protagonista è un regista del genere, come Alfred Hitchcock e la sua psicanalista, l’ebrea Mary Romm, realmente esistita, conosciuta e non amata da Alfred – con la quale collaborò forzatamente in occasione della preparazione del film “Io ti salverò”, anche se dalle testimonianze non risulta che Hitchcock sia mai stato in analisi. Certo è che il personaggio che emerge – pauroso, ossessionato dalla puntualità, complessato della sua pinguetudine nei confronti delle donne – che scorre come un fiume in piena e incolla il lettore alle pagine con la suspence tipica del cinema o teatro, con un andamento quasi esclusivamente dialogato, è tipico soggetto da terapia.
Interessante in questa scrittura “tutta esposta”, senza praticamente riflessioni fuori campo, la presa diretta aliena da cedimenti didascalici da parte degli autori che sembrano attori più che registi manovratori, in un intreccio di realtà e finzione difficile da sciogliere e consegnare ad un’interpretazione univoca. Un andamento che non è pura fiction né ammiccamento nei confronti del lettore spesso costretto a seguire la vicenda (come la vita) per quello che è, magari smarrendosi nelle “false piste” come negli stessi film di Hitchcock. Per chi ama il cinema e la critica cinematografica è un testo curioso senza pedanteria ma neppure la noia che in me ad esempio provoca il vezzo della finzione spacciata per vero, quella fatica di apprendere note sull’autore che scrive piuttosto che sul soggetto raccontato.
L’abilità è di costruire e giocare sul doppio, inteso come reale e immaginario, già nel laboratorio di scrittura: un’analista donna e uno sceneggiatore uomo che si confrontano in un alterco parallelo alla coppia narrata che a tratti emerge sovrapponendosi alla dialettica delle sedute di terapia. Il doppio credo sia una delle possibili chiavi di lettura di “Agapornis”: uomo-donna non tanto come dialettica degli opposti ma una doppia modalità di leggere la complessità dell’io; così come paziente e terapista, forse semplice metafora del dialogo tra io consapevole e inconscio; e ancora il vissuto e il sogno che si sdoppia nella confessione di Hitchcock che è a sua volta un gioco (?) - che lascio scoprire al lettore – fino alla soppressione del proprio doppio, il gemello e quindi il ricongiungimento trasfigurato nel matrimonio che è per Alfred simbiosi con Alma, nata nel suo stesso giorno (come una gemella appunto).
E per chiudere il titolo, con una sua suggestione enigmatica, colto ma con una punta di ironia e di gioco, nell’allusione agli uccelli di piacere che sono inseparabili come Hitchcock e la moglie, ma sono anche un regalo insolito e scomodo alla psicanalista come a rivelare che il paziente conosce meglio del terapista la soluzione del proprio problema, la difficoltà di relazione del regista ma anche il suo impasse creativo.
Così si aprono altre porte quali la critica alla psicanalisi – quella più autentica è il cammino che ognuno può fare da solo – che è strumentale come gli attori al regista. In altri momenti la terapia appare come una grande messa in scena dove nel recitare il proprio ruolo si sblocca la vita come la miglior tradizione del teatro terapia a partire dalla tragedia greca.

Agapornis,Suite Hitchcock
di Pia Arletti e Franco Ferrini
Collana Velvet
NO REPLY
12,00 euro

Dieci lune


Uomini e spettri

AAVV
BAE EDIZIONI
Prefazione di Armando Rotondi, Direttore editoriale di Bel-Ami Edizioni
Introduzione di Alex Visani
Illustrazioni di Francesco Perchiazzi, Artista napoletano


“Dieci lune” è la raccolta di dieci racconti legati al mondo che in senso ampio definiamo horror. Fin dal titolo si annuncia l’ambiguità che questo genere racchiude, proprio come la luna, a mio parere, perché è l’immagine per eccellenza del femminile, romantico e puro, ispirazione di tanti poeti; ma è anche l’allegoria dell’inconscio oscuro, Lilith, la luna nera. Non sono due realtà ma due in una, due facce della stessa medaglia, contigue e ambigue proprio come uomini e spettri.
Lo spettro è il fantasma che, come ci racconta l’origine etimologica, è un’apparizione della fantasia, il morto che torna in una costante discontinuità di opposti che sono strettamente intrecciati e che si nutrono uno dell’altro: la vita e la morte.
Lo spettro è anche l’altro da sé che è allo stesso tempo la parte più profonda dell’io, in certo senso la più autentica e misconosciuta (nel doppio senso di non riconosciuta e rifiutata) che per questo spesso appare aliena. Ed è questo l’aspetto che colpisce di più nella lettura dei racconti editi da Bel-Ami Edizioni: non tanto lo spavento, il sangue ma quell’orrore sottile ed invisibile che contamina il quotidiano e che non è percepibile finché non esplode e ci colpisce.
E ancora, l’orrore è spesso in noi. In tal senso la lettura dell’horror è per me difficile perché è facile smarrirsi, entrare in confusione perdendo la definizione tra reale e surreale.
Da notare che gli autori sono tutti giovani, sotto in 40 anni, ed appaiono dalle note biografiche introduttive, semplici, con mestieri per lo più lontani dal mondo strettamente culturale e dello spettacolo – ben 3 sono ingegneri – e una sola firma femminile della quale non ci sono dati dettagli autobiografici.
Seguendo l’idea dell’introduzione rileggerò in poche righe i racconti in un ordine differente, non in ordine di apparizione, cominciando proprio dall’unica autrice donna, Floriana Niobe Puccini che ci racconta il fantasma interiore di un’illusione allucinante che consuma nel fisico e nell’anima una giovane donna. Non c’è orrore ma lo spettro delicato e terribile che si annida nella malattia dell’anima che si auto divora lasciando impotente anche la madre della protagonista, “Presto, molto presto”.

Francesco Rago ne’ “I cuori di Flora” propone ancora un orrore al femminile, quello della vendetta che è sì orrida ma si cela purtroppo nella quotidianità diffusa di un eros malato, di un dolore che non è riuscito a farsi proposta esprimendo la creatività in rabbia.
Ho ritrovato Marco Caudullo – del quale ho recensito in questo spazio “Valneve” – con le sue atmosfere malinconiche in “Pioggia”, quelle di un ragazzo abituato al sole del sud che si perde, irrimediabilmente attratto, dalla spettralità del nord. Anche in questo racconto torna la natura protagonista che è anche una metafora dell’interiorità, la pioggia e uno stile volutamente confuso dove non si coglie il confine tra sonno e veglia, eppure ricco di particolari che rendono la vicenda quasi domestica, come i gusti letterari dei protagonisti. I personaggi vivono storie d’amore qualunque, quelle che ci circondano, banali e talvolta tragicamente e torbidamente “eccezionali”.
E’ l’avidità di una donna, ancora una volta protagonista dell’orrore, in “Una madre e una figlia” di Antonino Alessandro. Un narrare delicato e classico che si rovescia in un giallo. In effetti sono molte le donne protagoniste cruente dei racconti maschili che sembrano richiamarsi ad una certa tradizione popolare del femminino diabolico. E’ l’allucinazione psicoanalitica nel vortice di racconto in cui si fatica a trovare il filo, la vera protagonista di “Legami” di Simone Corà. La dissoluzione dell’io nella frantumazione schizzofrenica di tanti personaggi che sono uno nell’altro, e l’uno anche l’altro. “Il buio è dentro di me” di Daniele Puccini è una dichiarazione di intenti che concentra l’obiettivo sul terrore e orrore che sono in noi. “E’ come se il buio mi penetrasse dentro. E li vedo. La loro vita è la nostra morte. Vivono di sangue e di dolore e si nutrono della paura e della sofferenze, inalano gli effluvi dell’ira e della vendetta, aggirandosi tra noi invisibili e con la morte dell’anima. Io solo so. Io solo li vedo. I figli delle tenebre”. Le parole del Diario di Remo Scienza protagonista di questo ‘episodio’ mi sembrano la chiave di interpretazione del libro: un dolore non curato e non risolto trasforma la sofferenza propria in distruzione dell’altro e ci ricordano molte fiabe nelle quale il brutto e cattivo spesso non è che sfortunato e ferito. E gli spettri sono protagonisti in “Quando ritornano” di Matteo Poropat che mi ha richiamato alla memoria lo splendido “Cecità” di Josè Saramago, una metafora sociale tra allucinazione e catastrofe che la solidarietà può curare. E’ sottile il filo che ci separa dall’al di là nell’ambiguità dei rapporti umani ne’ “La notte delle falene” di Nicola Roserba. Con “Lucifero in provetta” di Francesco Stefanacci al centro si pone il tema dei bambini inquietanti a dispetto dell’apparente tenerezza…e forse non a caso la protagonista è una bambina dall’intelligenza acuta. Si accenna anche al tema delicato del rischio di intervento dell’uomo sulla natura. Chiude la raccolta Andrea Viscusi con “La bella lavanderia” che propone, citando nel titolo una nota filastrocca, la commistione tra folclore e horror molo diffusa nella tradizione letteraria popolare, basti pensare alle fiabe dove la bellezza – leggi felicità – che sembra a portata di mano nasconde qualcosa più dell’amaro, il doppio fondo dello specchio delle illusioni.

Dieci lune
Uomini e spettri

BAE EDIZIONI
10 euro

Col fiato sospeso


Aspettando il risveglio del sassofonista della Slammer Band

di Edoardo Inglese

Ho letto questo libro perché ho conosciuto l’autore, Edoardo Inglese, laureato come me in filosofia e con un mestiere creativo nel senso che se l’è inventato e non ha un nome riconducibile ad una classifica, più o meno come è successo a me. Edoardo Inglese, con il quale condivido anche l’età, è laureato in filosofia estetica, una nutrita cultura cinematografica, cantante e musicista, oggi scrittore ‘involontario’, ha realizzato il format RadioLivres, la prima radio dal vivo che è l’occasione per la quale l’ho conosciuto.
Ho scoperto così che anche il suo primo libro parlava di sicurezza stradale, ma certamente in modo molto diverso dal mio saggio, in stile musicale.
E’ nata così la curiosità di leggere “Col fiato sospeso”, il diario implacabile di una tragedia, quella di un incidente stradale – l’impatto tra una bicicletta guidata dal protagonista e un camion - e un quasi racconto surreale della forza dell’amicizia, del pensiero e, soprattutto, della musica, uno dei protagonisti di questo racconto quasi involontario e sui generis. Il racconto è involontario, come ci spiega lo stesso autore, nel senso che nasce da un blog tra amici sparsi in vari paesi e del quale conserva tutta l’immediatezza, talora sgrammaticata e irriverente, che diventa la rete della solidarietà e del conforto per l’amico comune, in coma, il sassofonista e percussionista della Slammer band che ha comunque accettato la pubblicazione, mettendosi a nudo nella fragilità della malattia, un atto che trovo di grande coraggio e umiltà.
E’ una storia tragicamente vera ma è anche un laboratorio terapeutico, quello che offre la scrittura emozionale al dolore, che da disperazione e rabbia, diventa proposta ed empatia, soprattutto se condivisa. E’ un racconto che nella sua forma è ad un tempo contenuto: la testimonianza della forza dell’affetto e della creatività che si intreccia con la grande protagonista del libro la musica che è terapia, vita, linguaggio universale e immediato, elemento unificatore soprattutto nei momenti drammatici. Eppure sono pagine nelle quali non si avverte la tristezza che è esorcizzata da una voglia di vivere che tracima, che sprigiona energia ed ironia come grande arma per affrontare il quotidiano ed ha qualcosa del delirio di onnipotenza adolescenziale. Facendo un po’ di calcoli, i protagonisti sono più che trentenni ma sembrano molto più giovani forse perché la musica mantiene giovani. E mi sono divertita a cercare il filo che mi raccontasse la programmazione di un’estate romana musicale cercando anche di cogliere tendenze e gusti di un gruppo di musicisti, un lavoro sotterraneo e prezioso, messo insieme con spontaneità e freschezza senza nessuna voglia di esibizione, quello di Edoardo che racconta le avventure di essere musicisti ‘non raccomandati’ se non dalla qualità.
La presentazione è di Fulvio De Nigris, Direttore del centro Studi per la Ricerca sul Coma “Gli Amici di Luca” di Bologna ed evidenzia che il coma del protagonista, Maurizio De Antonis in Parnaselci, detto “Pasticcio”, in quanto malattia è comunque un elemento di vita, “nel momento in cui si palesa. In fondo è un indicatore…il coma ti solleva e ti sospende, ti sottrae a un impatto che comunque per sé e forse anche per gli altri sarebbe stato gravoso. E’ comunque una via d’uscita”.
Certo sono parole dure da metabolizzare che se da un lato aprono alla speranza, alla necessità forse di trovare una ragione al dolore, dall’altra sconcertano. In effetti, De Nigris, leggendo questa storia di una tragedia e di un miracolo – sono le parole di Edoardo – dice che è l’attesa con il fiato sospeso, appunto, di un miracolo che potrebbe non arrivare e che mette a nudo la vita che a volte promette morte.


“Pasticcio” è il soprannome del protagonista ed è anche la forma letteraria, una somma spuria di tanti generi a loro volta non etichettabili che perdono i confini nella scrittura del blogger ed è anche il titolo del cd allegato. Un libro da leggere, ascoltare e sentire come una terapia per perdersi e ritrovarsi dalla strada così familiare, ad un corridoio d’ospedale, fino alla resurrezione su un palcoscenico per un concerto.

Col fiato sospeso
Aspettando il risveglio del sassofonista della Slammer Band

di Edoardo Inglese
Erickson Narrativa
17,50 euro
Allegato CD Audio “Il pasticcio”

Onde


Diario di un immigrato

di Francesco De Palo

E’ un racconto lungo o anche un romanzo breve ma si tratta di una definizione che si lega solo alla durata e si motiva con la convenzione di definire gli scritti secondo generi letterari con un’etichetta. In effetti la dimensione è quella del raccontare che, per lo stile schietto e per l’argomento, si avvicina al reportage giornalistico. In fondo potrebbe essere una storia raccolta da un giornalista, di quelli veri con un po’ di tempo a disposizione ed impegnato in prima linea, con la voglia di capire l’uomo che sta dietro il ruolo, come ne esistono sempre meno. Per certi versi è anche una fiaba moderna, per il lieto fine certo, ma anche per il dipanarsi della vicenda che sembra snodarsi secondo il filo di un processo didascalico con i diversi personaggi che incarnano un tipo a ricostruire un microcosmo nel quale ognuno è un tassello funzionale al quadro della vita. La mia impressione è che il lieto fine non sia semplicemente una nota di speranza e un modo per alleggerire il dolore dell’accaduto ma proprio il messaggio centrale, l’invito all’impegno e all’assunzione di responsabilità perché la ‘buona volontà’ se non può tutto, può molto ed è determinante. C’è nella trama – che qui tralascio affidando il piacere della scoperta al lettore – la naturalezza della sorpresa e la consapevolezza per cui nulla accade per caso mentre nessuno può esimersi dalla responsabilità di vivere la vita che si sceglie e che contrasta con un certo qualunquismo e omologazione diffusi. In effetti la casualità, che nello scritto di Francesco De Palo, è un incidente stradale è sempre in agguato nelle vita ma la sfida è trasformare la minaccia in occasione, la sciagura in opportunità come per i due protagonisti. Al centro dello svolgersi dell’azione l’incontro-scontro tra due sconosciuti e quindi misconosciuti per ragioni diverse: Mohamed perché in terra straniera; Paolo perché straniero a se stesso. In questo caso però, in un rapporto che per ragioni sociali e di contesto è asimmetrico, almeno all’inizio, uno funge da specchio per l’altro, una dimensione nella quale perdersi per poi ritrovarsi…inevitabilmente diverso, anzi diversi. Perché ogni relazione – è questo emerge chiaramente dallo scritto di De Palo – comporta sempre una qualche reciprocità che ci cambia nostro malgrado. L’incontro è a mio modo di vedere una metafora del viaggio che è la vita, non necessariamente inteso come uno spostamento nello spazio, anche se uno dei due personaggi affronta il rischio del cambiamento con un viaggio verso quella che definisce la terra promessa. Il viaggio può iniziare, come nel caso di Paolo, dietro casa, basta uscire da sé e dal proprio solito percorso per aprirsi all’altro in modo autentico: attraverso l’ascolto, prima; l’accoglienza poi. Ci sono casi nei quali si resta impermeabili come spettatori distaccati come turisti senza mai diventare autentici viaggiatori. I primi intraprendono un viaggio pensando al momento nel quale torneranno a casa; i secondi non hanno né la certezza di tornare, né conoscono la data; talora neppure sanno esattamente dove arriveranno. Nel racconto “Onde” l’occasione come più spesso capita è un impatto forte, uno choc che offre l’occasione di un cambiamento di rotta come al politico Paolo; ma a volte può essere fatale, come all’amico e avvocato personale, Luca, che soccombe perché non riesce a convivere con l’assenza di controllo.
Tra l’altro emerge dal racconto che non sempre chi cerca aiuto non sia poi colui che presta soccorso anche inconsapevolmente, magari con la semplice testimonianza del proprio esistere come Mohamed. Un libro essenziale, dando il peso giusto all’effetto sorpresa, senza la voglia di stupire a tutti i costi con vicende estreme, ché la quotidianità di per sé è già un racconto avvincente. Basta abbandonarsi alle onde, per richiamarsi al titolo, mantenendo ferma la rotta, con coraggio e determinazione, di fronte alle difficoltà della vita, sembra dire l’autore. Mentre il sottotiolo fa da specchio agli eventi: chi è il vero protagonista di questa navigazione impervia? Come rintracciare la causa e l’effetto? Ma forse questo poco importa. Finendo di leggere le “Onde” lascio le immagini che il racconto anima e penso che non sia da tralasciare l’idea di una sceneggiatura.

Onde, Diario di un immigrato
Francesco De Palo
Aletti Editore
12,00 euro

Una terra che nessuno ha mai detto


di Irene Ester Leo

E’ la poesia di una giovane donna salentina che chiama con la suggestione di un titolo che si rivela la citazione di un verso di Cesare Pavese all’interno di un piccolo brano dell’autore che Irene Ester Leo mette in chiusura del libro e chiude il cerchio. Anzi lo lascia aperto disorientando il lettore anche se da un certo punto di vista tutto è molto confezionato e ornato. Pavese sembra autore amato, citato nei versi dell’opera e citato con i versi. Il tema della citazione è forte nel libro a più livelli e sarebbe interessante capirne la ragione. Una rete di rimandi e suggestioni tra scrittori? Ma non tutte le poesie si aprono con citazioni di altri poeti. Un puro ornamento? Ma sembra contrastare con lo stile del verso spezzato, senza regole. Un modo per raccontarsi? Le proprie passioni, la propria formazione? E forse è l’unica indicazione che ci dà di se stessa l’autrice. Traspare una cultura classica in un’oscillazione che talora attinge all’accademia, tal altra si abbandona a suggestioni che ci appaiono addirittura confuse, volutamente tali. Centrale appare comunque la parola che trascina il lettore e lo cattura per se stessa più che focalizzarlo sul contenuto. L’impero della parola si annuncia nella citazione di Pavese se la si legge per esteso e sembra suggerirci una chiave di interpretazione: il poeta è come la terra che nessuno ha mai detto; aspetta solo la parola che dà i frutti agli alberi. Il potere fecondo della parola è ovunque e si annuncia fin dall’introduzione dell’autrice, con il titolo di Magnificat: è la follia la via della verità, della scoperta mentre “La ragione è la panacea dei morti”. In effetti è la parola come suggestione, come sogno che cattura e ci fa perdere dentro i versi, tanto che è difficile seguire il filo e rispondere alla domanda: “di cosa parla la poesia”? Forse Ester ci dice che la poesia vale proprio per incantare l’animo, per uscire dallo schema della ragione, per perdersi, non per istruirci, raccontarci qualcosa. Singolare in tal senso la Prefazione di Andrea Leone, poeta a sua volta che ci avvicina alla poesia di Ester parlando di un Sud greco, apollineo, dove prevale la dimensione del ‘vedere’ che entra in contatto con le cose alle quali si rivolge con un ‘tu’, con una forma di personalizzazione: “Sogna alberi mi diceva la vita”. Chi firma queste prima pagine ci dice che siamo di fronte ad una mistica del concreto dove la follia orienta lo sguardo. Mi sono avvicinata guidata da queste parole e ho scoperto un altro volto, decisamente dionisiaco, folle appunto, nel senso che oltre passa la ragione. C’è forse anche un giocare tra lingue diverse che si intrecciano che talvolta si rivelano come un mosaico che sembra ricostruire qualcosa, un filo che ci porterà un messaggio; ma d’altra parte sembra solo giocare e trovare in questa vertigine il senso. Ricorrono albe e tramonti, momenti di passaggio, la luce che spesso ferisce e che, ancora una volta, non appare come simbolo di armonia apollinea. Altre immagini che tornano sono quelle della terra, delle radici e della memoria che rimandano all’attaccamento ma anche alla paura di perdere il proprio porto. C’è ancora la paura di perdersi, di essere perduta nel senso di dimenticata – e si chiede di essere toccata – ma anche l’irresistibile desiderio a perdersi nell’innamoramento che è dimenticanza per eccellenza del sé per ritrovarsi nell’altro. Come in “Margherita”, probabilmente l’unica composizione dedicata ad una figura umana, ammesso che non ci sia un gioco di animazione floreale. Margherita “Si è innamorata di una pena,/di una favola appena,/della libertà dell’esser niente,/dell’esserlo serenamente./Innamorata è la clausola non corrotta,/o ami o sei morta.” E ancora ricorre il mare e una natura animata che è benigna e maligna ad un tempo e che diventa antropomorfa, oltre che animata, talora spaventosa, quasi mai consolatoria ma incantatrice.. Leggere le pagine di Ester talora è faticoso, tortuoso in uno sfumare continuo dalla poesia alla prosa.

Collana Poesia
Edizioni della Sera
10,00 euro

Sia pure il tempo di un istante


di Cristina Tirinzoni

Il titolo suggestivo e delicato ci introduce direttamente nella raccolta di liriche che meglio si potrebbero definire prose poetiche che della poesia hanno la struttura incisiva e breve, quasi una rappresentazione grafica. L’espressione per altro non è casuale essendo l’autrice poetessa e pittrice insieme. La prima parte dell’opera presenta anche qualche racconto che a dire il vero sono vicino ad un’istantanea, un vero quadro. Le prime due parti, delle tre, delle quali si compone la raccolta, restituisce il tempo di un attimo, quello dell’occhio della scrittrice incantato, ma anche distante, la giusta distanza del pittore. Lo stile è soave e quotidiano e racconta con la semplicità di tutti i giorni senza la preoccupazione di impreziosire la parola quello che si trova di fronte; con quell’incantamento dell’adolescente che ci restituisce lo sguardo sulla vita senza filtri, dicendoci tutto, senza potersi trattenere, come in una confessione; senza metafore né filtri. Ci racconta così la grandezza dell’istante che sa di eternità come nella poesia ‘Sia pure il tempo di un istante‘ che dà il nome all’intera raccolta dove scrive ‘per un attimo qualunque’ ma che evidentemente è significativo, tanto da meritare una dedica.
Al centro di questi bozzetti di vita, l’incontro tra uomo e donna, colto nell’attimo dell’inizio di un amore, nel culmine della passione o nel suo illanguidirsi o ancora nel momento della separazione. L’atmosfera è intrisa di malinconia profonda e viene in mente l’acqua che è l’elemento più presente e che anche al livello simbolico è la fluidità del sentimento con il suo carico di gioia che fa da contrappeso al dolore e il senso del fluire che un po’ scivoa e un po’ trattiene con tutta l’incertezza della vita. Spesso l’acqua diventa mare, ma è sempre il confine della battigia, mai l’oceano o il mare nella sua immensità; è piuttosto il lambire, quell’attimo che è una linea sottile tra terra e acqua appunto. A volte è solo acqua, o pioggia o fiume o comunque c’è un rimando nelle immagini che rinviano all’acquaticità, perché ad esempio sono nuvole a forma di vascello.
L’acqua è anche quella del colore scelto per le illustrazioni, acquerelli appunto.
Impossibile per me non avvertire l’affinità con alcune composizioni della mia raccolta ‘Prima che sia buio’, anche se lo stile, il modo di restituire il sentito, il vissuto sono totalmente altro. Ma è sulle tematiche che pongo l’accento: l’incontro con l’altro al centro della vita, anche se Cristina lo restituisce distillato dall’emozione come il regista di un film. E ancora la presenza del mare come nella composizione ‘Giù, in fondo al mare’ che inizia con il verso ‘Non ci si stanca mai di guardare il mare/ inesauribile e rinascente/ Mare e pensiero non stanno mai fermi un attimo’. Non posso fare a meno di ricordare l’inizio del mio monologo ‘Prima che sia buio’ che dà il titolo allopera omonima: ‘resterei ore a guardare il mare/che non mi annoia …in perenne movimento…’.
Un altro spunto interessante che forse non tutti noteranno ma che la mia deformazione professionale di giornalista attenta alla comunicazione della sicurezza stradale mi ha fatto notare è la composizione ‘Dunque è così’ che inizia con i versi ‘Dunque è così che finisce un vita/ Sull’asfalto/in una sera di ferro e sangue’. E si conclude dicendo ‘L’ambulanza lampeggia, a intermittenza/con la vita che entra ed esce.’
La terza parte, quella che io ho preferito, è intrisa di un sentimento vivo, dove l’autrice è dentro, totalmente immersa e sommersa e ho un certo pudore in questo apprezzamento che accoglie l’autrice nel suo dolore per la perdita della madre. E’ un dolore immenso ma anche composto che non perde mai la grazia e si fa preghiera, lettera, semplice e confidenziale come l’affetto di una figlia. Voglio sottolineare che nella poesia di Cristina non c’è mai rabbia, lacerazione ma sempre una sofferenza che porta con sé dolcezza. C’è un aspetto che mi sembra valga la pena di sottolineare e che ancora una volta mi fa entrare in empatia con la prima parte della mia raccolta ‘Il rumore del cielo’ dove c’è la riscoperta dell’altro grazie all’assenza, una mancanza definitiva e senza appello e il dovere di ricordare: il diritto al dolore quando l’autrice dice ‘No, non ditemi che con il tempo si dimentica’. E ancora: ‘voglio silenzio/per conservare intatto il dolore’ che ha un che di prezioso e che vale la pena custodire e che ha in sé forza perché oltre la morte non c’è più paura. E’ paradossale ma l’autrice ci dice una grande verità: nella vita si è costretti a convivere con la paura della perdita ma quando la perdita ci coglie senza rimedio, ci addolora ma ci nutre con la propria memoria. Dipende solo da noi trasformare il dolore in ricchezza, la rabbia in accoglienza.

Sia pure il tempo di un istante
di Cristina Tirinzoni
Neos Edizioni
12,00 euro