domenica 26 febbraio 2012

Il gioco degli angeli



di Ljliana Habjanovic Diurovic

Ho conosciuto Il gioco degli angeli, titolo suggestivo ed insolito come l’argomento che tratta, in occasione della settimana della cultura serba a Roma (organizzata in termini di comunicazione da Zetema) e ho scoperto un mondo poco noto, seppure geograficamente vicino e, forse, più legato di quanto si immagini al nostro, andando a ritroso nella storia medioevale. Il poderoso volume ricorda in certo qual modo l’idea di una saga familiare anche se il racconto serra le file intorno ai protagonisti del nucleo familiare, pur numeroso, divenendo un vero inno all’amore coniugale. Le pagine scorrono piane e veloci malgrado l’impianto del romanzo storico intrecciato al romanzo d’amore. In questo caso tra l’altro i due generi sono funzionali l’uno all’altro nello stile quanto, soprattutto, nel contenuto. In quell’epoca per i nobili la Ragion di Stato era, se possibile, superiore all’etica e ai sentimenti familiari; pertanto la commistione diventa difficile da evitare. In questo libro il valore aggiunto in uno stile classico, con periodi ampi e costruiti a regola d’arte - talora frasi brevissime, di una sola parola, che ripetendosi si ampliano e si approfondiscono – è dato dal punto di vista, orientato sulla protagonista, la principessa serba cristiana ortodossa, Miliza, discendente della santa dinastia dei Nemanidi che tanta parte ebbe nella storia della Serbia medioevale. Al riguardo l’attenzione è all’aspetto psicologico, intimo, con particolare cura per l’analisi della sofferenza che nel romanzo sembra tutta al femminile. Ne esce un personaggio di grande fede e con una profondità di sentimenti rara, unita ad una forte determinazione e volontà, sebbene non abbia nulla di edulcorato. Nel suo essere genuinamente innamorato in modo pieno, completo e anche accorto per il marito Lazzaro, restando più moglie che madre, è ‘tremendamente’ moderna, quanto contraddittoria mamma imperfetta, talora più regina che custode dei figli. Altro tema da menzionare è quello del divino, così prossimo all’umano e non potrebbe essere diversamente dato che si parla di angeli custodi: il libro si sarebbe potuto intitolare anche la voce degli angeli, o il ruolo degli angeli o ancora, gli angeli visti, sentiti da vicino. E, ancora una volta è soprattutto l’angelo di Miliza che ci accompagna nel lungo cammino da quando poco più che bambina sogna gli angeli e i motivi premonitori, rivelazione del suo amore e destino legato a Lazzaro (futuro marito); fino all’angelo della morte che la guida nel suo ultimo viaggio, ormai serena, divenuta suor Eugenia. E’ questa la nota più originale del libro e credo di poter dire della sua eccezionalità nella letteratura. Anche in questo spazio, in certi momenti molto dotto, nella distinzione tra le varie sfere di angeli e i loro compiti, qualche dissertazione teologica appena accennata, il romanzo non si arena mai in una scrittura a tesi o didascalica ma ci fa partecipare del vissuto e dell’emozione dell’incontro con l’angelo, che potrebbe essere anche tradotto laicamente in ‘coscienza’.
Per quanto riguarda il primo dei temi, quello storico, sarebbe interessante poter approfondire la corrispondenza e le scelte del dialogo tra fantasia e realtà nella ricostruzione degli eventi, luoghi, costumi che solo chi conosce la storia di quel paese è in grado di fare e valutare. Quello che mi sembra prezioso è però che il tema dello scontro per il possesso dei territori, l’assurdità della guerra religiosa (contro i turchi), lo scontro di civiltà, attualizzando il linguaggio, sono categorie universali che si ripetono e che l’autrice riesce a rendere temi classici sui quali vale la pena tornare a riflettere. Così è il caso dell’acerrimo conflitto tra i due fratelli Stefano – primogenito destinato a guidare il paese, ad essere principe – e Vuk, educato ad essere secondo e mai rassegnato al non protagonismo. Questa è una delle vicende che personalmente mi ha colpita maggiormente del libro e che mette in luce a mio parere una distorsione del concetto di fede e affidamento quale sottomissione ad un destino. La madre si piega a quanto interpreta come volere divino ma forse oggi potremmo leggerlo come la manipolazione che gli uomini mettono in atto della religione (come se in una guerra ci fosse una parte giusta che rende lecito il nostro combattere). Miliza, infatti, in un frangente con quella che io definisco, crudeltà, cerca di convincere Vuk a cedere alla volontà del Signore che ha sicuramente stabilito il meglio in tal senso. Se lo avesse voluto principe, in effetti, lo avrebbe fatto nascere per primo. E’ la stessa logica inflessibile della dialettica della storia, del predominio dell’essere sull’esistente, del tutto sulla persona (all’origine poi di totalitarismi di varia natura) a far precipitare Miliza nel dolore per non partorire che figlie femmine e a trascurare l’ultima nata che un sogno ingannevole le aveva fatto credere sarebbe stato l’erede agognato. Il testo indubbiamente si nutre anche di una cultura e un sostrato sociale tipicamente medioevale nell’approccio con la religione che sconfina in una credenza magica, seppur la finezza psicologica dell’autrice lo renda decisamente moderno. Forse i passaggi più riusciti sono proprio quelli nei quali emerge il conflitto interiore della protagonista, del suo essere sul crinale della vita che impone una scelta continua, di fronte alla quale anche l’uomo profondamente religioso non sa arrendersi.
La scrittrice, nata nel 1953 a Krusevac in Serbia (dov’è ambientata la vicenda) – forse destinatario vero del romanzo (che potrebbe essere riletto come un inno d’amore alla sua patria) - è molto nota nel suo paese e profondamente amata; super premiata, questo libro è stato riconosciuto il romanzo straniero più venduto in Russia nel 2010.

Il gioco degli angeli
Ljljana Habjanovic Djurovic
SECOP Edizioni
20,00 euro

Sala Umberto


vita di un teatro, storia di un’epoca

di Donatella Orecchia

Il saggio di Donatella Orecchia è un libro prezioso, da sfogliare e risfogliare, piacevole per la ricchezza delle immagini e dei documenti a corredo; ma anche da consultare e di facile lettura. E’ insieme didattico e intrigante, con un parallelismo storico - che ci accompagna in 130 anni di storia di questo celebre teatro romano – tra la biografia della Sala Umberto, la storia del teatro italiano e la cronaca degli eventi politici e, in generale, l’evoluzione del costume della società, dei gusti e dei desideri del pubblico. Il testo è corredato da documenti di archivio, immagini di repertorio, frammenti di cronaca del tempo, testimonianze inedite. Le pagine prendono per mano il lettore dai tempi del Café-chantant e del Varietà; fino alla Rivista; al ritorno al classico aperto alle influenze dell’Europa, dell’America, del jazz e della musica nera; per poi sposare il cinema, intrattenimento dell’Italia del boom; fino al ritorno alle origini. Oggi la Sala Umberto conferma la propria vocazione: un teatro comico d’autore che trova posto per ogni tipo di pubblico. Così era già ai tempi di Ettore Petrolini, quando la sua comicità salace e spesso irreverente era comunque vestita della dicitura ‘spettacoli per famiglie’. Questo teatro è infatti specchio di una Capitale moderna, con tutte le contraddizioni di una grande città: aperto alla tradizione aristocratica di un pubblico colto come alla massa. La scelta della comicità d’altro sposa l’idea che questo genere rivela più di ogni altro un’epoca come un specchio. Oggi la Sala Umberto si è arricchita anche della produzione, dal 2006, aprendosi a lavori non solo comici e al teatro per i ragazzi per rispondere ad una domanda sempre più articolata. Nell’insieme il lavoro dell’autrice è scrupoloso senza essere accademico, alternando il dialogo e le confessioni delle testimonianze, al racconto in un buon mix.
L’esordio di questo luogo è nel 1882, all’indomani dell’Unità d’Italia, e segue da vicino la trasformazione di Roma che assume gradualmente le sembianze di una moderna capitale, quello che dovrebbe recuperare oggi. L’indirizzo è sempre lo stesso, via della Mercede 50, a due passi dal Parlamento. Il teatro accoglie quell’intreccio di cultura alta e bassa, recuperando dalla trascrizione napoletana l’originalità francese del Café-chantant.
Dal 1905 al 1920 è la grande stagione del Varietà, un periodo di grande rivolgimenti: una stagione prodiga come poche altre di scrittori di rilievo e ad un tempo di forte affermazione della cultura di massa. Tale contraddittorietà si riflette anche nel teatro, con un’evidente commistione di generi. E’ il momento della spettacolarità del circo e del teatro di strada insieme con la cultura alta e le prime sperimentazioni cinematografiche. Sono gli anni di Ettore Petrolini, uno dei protagonisti della storia di questo luogo e, dal 1910, di Elvira Donnarumma, cantante che per una lunga stagione apre la stagione della canzone napoletana.
Petrolini, come scrive Bragaglia, scolaro della canzone napoletana, ne supera l’impianto e il gusto ottocentesco con i suoi fronzoli, trasformandola in alluminio e modernità corrosiva. Con Nicola Maldacea, poi, trionfa la macchietta, ovvero la caricatura di un tipo.
Con l’affermazione del fascismo si chiude la stagione del grande Varietà con l’imborghesimento della società e l’ascesa del conformismo nella cultura. Arrivano le sciantose, un certo esotismo di maniera e qualche influenza della musica nera.
Dal 1921 al 1946 è la rivista che trionfa e nel 1943 il sipario riapre con soubrette e jazz. Dopo la Guerra in generale c’è una ritorno alla normalizzazione e allo stesso tempo un desiderio di lusso. Non mancano le eccezioni con personaggi fuori dell’ordinario come Antonio De Curtis, noto come Totò, uno dei protagonisti di quella stagione. Continua l’invasione della cultura americana, anche dopo il 1925, così il teatro segue insieme i binari della tradizione come le innovazioni. Passano da questo teatro personalità come Macario, Titina, Peppino ed Eduardo De Filippo. Per alcuni anni diventa una sala cinematografica e, quando riapre nel 1946, è la volta di Totò-gagà e Anna Magnani-gaganella. Negli anni si succederanno personaggi del calibro di Walter Chiari con una stagione di puro divertimento.
E’ stata a lungo una sala riservata alle proiezioni cinematografiche fin quando nel 1981 Luigi Longobardi rileva l’attività e si trova nelle condizioni di ricostruire un senso. L’anno seguente passa sotto la direzione dell’ETI. Sono gli anni di Peppe Barra, i fratelli Giuffrè, ma anche Paolo Poli, uno degli ospiti affezionati che raccontandosi ha dichiarato “le amenità e le canzonette sono sempre la mia forza”.
Nel 2002, dopo una ristrutturazione, la Sala riapre con lo spettacolo di Peter Stein Femmine fatali, protagonista Maddalena Crippa. Tra i tanti temi di questi anni c’è la commedia napoletana interpretata da Claudio Buccirosso, o la satira graffiante con uno sguardo all’attualità di Francesca Reggiani, fino all’intrattenimento da salotto, allo spettacolo d’autore e molto altro.

Sala Umberto
vita di un teatro, storia di un’epoca
di Donatella Orecchia
Edizioni Progetto cultura
20,00 euro

I cani di Roma


di Conor Fitzgerald

Roma è conosciuta per i gatti e questo titolo suona curioso, ma presto si scoprirà che tutta la vicenda del giallo ruota intorno ai cani, più precisamente alle scommesse clandestine della malavita romana. C’è chi i cani li ama come Arturo Clemente, vittima per il proprio impegno nella battaglia animalista, di un assassinio, apparentemente casuale. Chi, come la sua amante li ama senza impegno; chi – si intuisce – li ama in modo maniacale e più degli esseri umani; chi, infine, li usa come il padre dell’amante del protagonista dell’accaduto. La vittima, lo sapremo dalla moglie, la senatrice Sveva Romagnolo, donna in carriera apparentemente fredda e presa dalla politica più che dallo stesso figlio - tanto che ha finito per tollerare l’infedeltà del marito - amava i cani con buon senso, sapendo che quelli da combattimento vanno soppressi perché non possono vivere nella società umana, essendo stati programmati solo per ammazzare. Dai cani si parte, ai cani si arriva, nell’unica concessione di spazio alla vita privata del protagonista del libro, il commissario Alec Blume, che finisce per essere accompagnato da un cane, in volo per New York, inseguendo una donna che probabilmente non lo stima, consapevole che forse sta sbagliando qualcosa. Certo si lascia alle spalle un collega morto, la diserzione di un altro, un assassino fatto fuori prima di essere catturato; e ancora, la delusione di essere stato distolto dall’indagine principale per occuparsi di una vicenda di gente comune, nella quale si immerge con dedizione per amore di una ragazzina alla quale vuole restituire la verità anche se non potrà mai renderle la perdita che ha subìto. E’ questo un secondo spunto del personaggio discreto che esce dalla penna dell’autore, non un eroe, affascinante, come ormai siamo stati abituati a conoscere dal piccolo schermo il mondo dei commissari. Blume è un tipo discreto, colto ma senza sfoggi, decisamente low profile, che conduce le proprie battaglie controcorrente senza clamori, fuggendo gli stereotipi dell’opposizione e dell’irriverenza, ormai altamente etichettate dalla letteratura di successo. In una scrittura piana, semplice, non priva di padronanza ed eleganza, Conor Fitzgerald, muove i fili di una trama intricata quanto basta per essere avvincente, senza troppi colpi di scena. Nato a Cambridge nel 1964, vive in Italia da molti anni, dimostrando padronanza della lingua e ottima familiarità con l’ambiente romano, sia quello ufficiale della politica, sia quello sotterraneo delle periferie malavitose. Lo scenario, ideale , per una realizzazione cinematografica, mostra come la politica a braccetto con l’informazione tele-pilotata, penetrino le maglie di tutto il vivere sociale della post modernità, nella Capitale, più che altrove.
Gli aspetti più interessanti sono proprio le tessiture non emergenti, dall’intrigo sottile dei piccoli ricatti giornalistici, alla morbosa curiosità senza scrupoli fonte del successo; alla necessità di difendere l’immagine a tutti i costi per il consenso politico, più importante della stima stessa. Ne è prova la rabbia della vedova di Clemente, umanizzata solo nel veder soffrire il figlio, indignata per una trasmissione televisiva che racconta della complicità erotica del marito con la figlia di un certo Innocenzi, nel giro delle scommesse clandestine, che potrebbe danneggiarne l’immagine, inquinare quella di puro animalista, e di conseguenza quella di lei, ora vedova.
Altro pregio del libro, la figura discreta del Commissario, come già accennato, in un mondo che premia solo gli eccessi. E’ un uomo che si apprezza a poco a poco, screditando in parallelo, il mondo delle forze dell’ordine che ci appare l’altra faccia della malavita.
Sullo sfondo, una Roma da cartina ingrandita, con lo stradario in primo piano, lo zoom che si alza e si allarga sui diversi luoghi, caldo e odore di sangue stantio, rumori di traffico, armi da fuoco, suoni di telefonini e l’abbaiare dei cani. Una Roma molto più familiare e vicina di quanto abitualmente si pensi. Non si può fare a meno di pensare a “Romanzo criminale”.
In Gran Bretagna è già uscito il secondo appuntamento del Commissario Blume.

I cani di Roma
di Conor Fitzgerald
Ponte alle Grazie
18,60 euro

sabato 25 febbraio 2012

Non ho più paura


Tunisi. Diario di una rivoluzione

a cura di Francesca Russo e Simone Santi - Gli italiani di Cartagine, Collettivo

Quasi un anno dalla Rivoluzione tunisina e le celebrazioni che si avvicinano portano a rivivere quei momenti soprattutto per chi li ha vissuti in diretta, in modo partecipato anche se non da tunisino.
“Non ho più paura” è in questi giorni in tournée in Italia e toccherà la città di Firenze il 14 gennaio, primo compleanno della rivolta del popolo tunisino. L’occasione è lo spunto per rileggere un libro di amici di amici, conosciuti grazie alla rete che si muove tra Italia, Francia e Tunisia, di persone che scrivono per diletto, per impegno interiore o per mestiere – o per tutte queste ragioni insieme –e immediatamente vicini per l’empatia di un sentire e volere comune.
“Gli Italiani di Cartagine” è lo pseudonimo scelto dagli autori, ma è soprattutto il nome con cui la gente del quartiere si riferiva alla loro famiglia di italiani residenti a pochi isolati dal Palazzo presidenziale, nelle giornate in cui il popolo tunisino proteggeva se stesso e chiunque fosse loro vicino – compresi les italiens - dalle milizie di Ben Ali. Dietro questo collettivo ci sono in particolare Francesca Russo e Simone Santi, che reggono le fila di un gruppo fatto anche di gente comune che si è resa disponibile a testimoniare. E’ infatti un diario corale, dove di volta in volta si isolano delle voci. Gli Italiani di Cartagine sono nella vita di ogni giorno una giovane coppia, lei antropologa e lui economista. Vivono a Tunisi da tre anni con due figli piccoli, dopo oltre dieci anni spesi tra l’Africa, l’Asia e le Americhe seguendo la passione condivisa per i paesi in via di sviluppo e lavorando per varie organizzazioni internazionali. Tra le testimonianze, in presa diretta o raccontate ci sono Stefania Danzi, Najib Chouaibi, Mourad Ben Cheick, Carlo Svaluto Moreolo, Saoussen Ben Romdhane, Silvia Costantini, Simone Santi, Jaouher Dalhoumi e Monique Vassart, alcuni dei quali sono anche miei amici. La scelta degli autori è infatti di lasciare un grande spazio alle voci e alle testimonianze, raccogliendo il sentire a caldo da punti di vista diversi.
Ho ritrovato nella scrittura fresca di pagine che scorrono veloci, preziose per chi si avvicina per la prima volta all’universo tunisino, la ragione di raccontare e rivivere, condividendo, la propria esperienza in quei giorni. In particolare l’idea di questo libro nasce una sera a Cartagine, alla vigilia del 14 Gennaio, una data destinata a cambiare la storia del Paese. “L’atmosfera - si legge nell’introduzione - è quasi surreale: sono le ore che precedono il compiersi di un “evento” non ancora definito, in un’attesa che combina emozioni, aspettative, paure. Impossibile distogliere l’attenzione da questo intensissimo e frenetico flusso di informazioni, che inevitabilmente i giornali on-line rilanciano con timidezza ed in ritardo. E’ più forte di noi, dobbiamo continuare a monitorare le ultime informazioni”. Il clima di sospensione surreale, di incredulità profondo e insieme un dovere istintivo di testimoniare è quello che ha mosso anche me nella scrittura.
Condivido la loro analisi: la rete Internet, finalmente libera dalla censura, si infiamma, mentre i media ufficiali sono lenti, ripetitivi, approssimativi. E’ sconvolgente la distanza italiana da una realtà così prossima. Qui si parla di rivoluzione del pane e la tesi, che verrà sostenuta per mesi, è sbagliata. Non è stato capito nulla.
Il parallelo che scatta immediatamente è con il 9 Novembre 1989, quando con la Caduta del muro di Berlino, si genera l’effetto domino nell’Europa dell’Est; analogo destino è toccato alla Tunisia nel mondo arabo.
Parte così il progetto libro: un viaggio nei 30 giorni che portarono alla caduta della dittatura. “Non ho più paura” è il racconto di una cronaca ma anche il tentativo di capire perché è scoppiata la rivolta, perché in quel momento, in nome di cosa. La risposta è nella ricerca della dignità, Karama, come tutti i tunisini hanno cercato di dire, sentendosi offesi dalle interpretazioni romantiche della “Rivoluzione dei gelsomini” o spicciole, che l’hanno bollata appunto come "Rivoluzione del pane”.
Interessante l’excursus sull’ascesa di Ben Ali, la strumentalizzazione degli organi di stampa di massa, lo spettro dell’islamismo agitato per giustificare l’instaurazione di un regime forte, tanto che, dopo il 2001, la Tunisia diventa il fiore all’occhiello della lotta al terrorismo, complici paesi come l’Italia che hanno aiutato l’ascesa di Ben Ali e il suo colpo di Stato.
Il dramma delle torture è ignorato ma è atroce. Verso gli intellettuali la censura è pesante. Dal 2009 “Le Monde”, ad esempio, non è più distribuito per aver osato criticare i risultati delle elezioni concluse con una maggioranza bulgara, a dir poco sospetta.
La mia posizione è allineata con la sensibilità degli autori e questo dimostra che chi sa guardare ed è disponibile ad ascoltare vede le stesse cose perché sono molto evidenti ma, come io stessa ho denunciato, gli italiani sono stati ingannati dalle vacanze all inclusive, economiche e gustose, gli imprenditori da un regime fiscale sostanzialmente off shore, bassi costi, ambiente favorevole e gradevole.
Intanto la corruzione soprattutto quella legata alla famiglia della moglie, i Trabelsi, dilagava.
Quando comincia realmente la rivoluzione? La scintilla è il 17 Dicembre 2010 ma già la rivolta del bacino minerario di Gafsa nel 2008 aveva posto le basi della ribellione.
Negli ultimi anni l’ascesa della dittatura è vorticosa e sembra inarrestabile, tipica accelerazione progressiva da fine regime. Infatti gradualmente il marciume trapela fuori dai confini del Paese grazie ad intellettuali coraggiosi che fanno da sponda con la Francia. A quel punto un campanello d’allarme suona: il mondo sa. “L’operazione WikiLeaks – si legge in un passaggio del testo - rappresenta un altro passaggio chiave nel preparare il Paese alla rivoluzione: i documenti diplomatici pubblicati nel Dicembre 2010 mostrano a chiare lettere il punto di vista della diplomazia americana riguardo al regime di Ben Ali. Si tratta di un giudizio molto severo che mette in evidenza come la politica tunisina sia troppo concentrata e dipendente dalla figura del Presidente, come la libertà di espressione sia limitata, la corruzione regni sovrana e i problemi sociali siano veri e da risolvere al più presto”. Lo sviluppo dei media è infine un elemento che giocherà un ruolo molto importante nei giorni successivi: nel continente africano, la Tunisia è uno dei paesi più avanzati nelle tecnologie d'informazione e comunicazione. Non a caso è Tunisi ad ospitare il secondo Congresso Mondiale sulla Società dell’Informazione, nel 2005. Ma saranno i Social Networks a giocare il ruolo determinante, Facebook in testa. L’episodio di Sidi Bouzid, evidentemente i tempi sono maturi, mostra la contraddizione tra il Nord e la costa piena di turisti, di attrazioni e di modernità e l’interno del Paese, abbandonato a se stessa. Il cancro del regime appare in tutta la sua evidenza: sotto la scorza della famigerata laicità, della ricchezza, dell’apparenza, tutto è putrescente.
Questa volta la gente non tace: 4/5 grandi famiglie si parlano; l’indomani è il giorno del mercato locale e la notizia si amplifica, quindi dilaga. Poi si accende il megafono di Facebook dalla Tunisia al mondo, andata con ritorno. Due giorni dopo il sacrificio di Mohamed Bouaziz, la stampa tunisina è ancora in silenzio. Nel quotidiano “La Presse”, il più venduto nel paese, non si trova alcun riferimento al sacrificio del venditore ambulante Mohammed Bouazizi. Anzi, le pagine si riempiono di notizie sulle celebrazioni in Tunisia del primo anniversario dell'Anno Internazionale della Gioventù iniziato da Ben Ali, con messaggi diversi di varie personalità che rendono omaggio al presidente per il suo sforzo in sostegno ai giovani.
La rivoluzione nel frattempo è scoppiata, la gente è incontenibile; la violenza della polizia anche ma presto si arrenderà.

Progetto Colors
Parte del ricavato dalla vendita di questo libro verrà devoluto al progetto Colors, che sostiene l’integrazione di bambini tunisini e di altre comunità di immigrati in Italia attraverso il basket
www.progettocolors.com (pagina Facebook “Giovani, culture e colori: l’integrazione fa canestro”). Un’ulteriore iniziativa del Progetto Colors è stata attivata dal 2009 presso un orfanotrofio nella periferia di Maputo (Mozambico).


Non ho più paura
Tunisi, Diario di una rivoluzione

Francesca Russo e Simone Santi, Italiani di Cartagine
Gremese Editore
12,90 euro

Un altro albero di Gulmohar


di Aamer Hussein

Ho conosciuto Aamer Hussein a Roma alla libreria L’Argonauta in occasione della presentazione di questo libro e mi è piaciuto questo scrittore anglo-pakistano, noto in Inghilterra ma ancora poco conosciuto in Italia. Nato nel 1955 a Karachi, in Pakistan, vive a Londra dal 1970. Si è laureato all’University of London dove ha studiato Urdu, Persiano e Storia. Svolge attività di critico letterario e traduttore e ha scritto numerose raccolte di racconti, tra le quali Mirror to the sun (1993), This other salt (1999) e Turquoise (2002). Mi ha colpito di lui la sua dolcezza e semplicità, un tono sornione e così poco impostato tanto da non sembrare un intellettuale, almeno quelli da palcoscenico che ormai imperano nei salotti italiani, soprattutto televisivi.
Ho riscontrato un candore nella sua presentazione, come fosse l’uomo del pianerottolo, il vicino di casa ospitale con il quale fare amicizia, pronto a raccontare la sua storia, una tra le tante. Solo che si tratta di un percorso avventuroso soprattutto linguisticamente parlando. E’ un uomo che si scrive in inglese, pensando in inglese e ritenendo questa lingua non come quella di un colonizzatore ma lo strumento per essere internazionale, a testimonianza che le cose sono anche quelle che si vogliono vedere. Un fine conoscitore dell’urdu, la sua lingua madre, del persiano e fine oratore in italiano. La sua cultura mi è apparsa subito non una forma di erudizione raffinata quanto un gioco dell’animo dove l’inclinazione autentica alla conoscenza, spinge all’ascolto dell’altro e all’empatia, rappresentata prima di tutto dalla lingua. Il suo punto di vista ci appare non semplicemente integrato ma multifocale, metabolizzando le differenze in una sintesi originale che è nuova ed estremamente personale. Lo stesso approccio emerge allorché si immagina di definirlo in un genere letterario, difficile da definire semplicemente romanzo, novellistica, cultura popolare. E’ una narrativa che attinge, cita e rielabora ad un tempo elementi del racconto popolare, del romanzo e della cronaca attuale. Al centro del libro vi è la storia delicata d’amore di due giovani inserita in un contesto di grande attualità: il multiculturalismo, la nostalgia delle origini, la fascinazione della scoperta di un mondo nuovo e talora la difficoltà di superare la diffidenza altrui. In ogni caso emerge, in una scrittura semplice, per certi versi ingenua – lontana da ogni schematismo e volontà di procedere per tesi – il bisogno di imparare la lingua dell’altro per entrare in sintonia. “L’ultimo albero di gulmohar” è una storia d’amore in viaggio dalla Londra del dopoguerra al Pakistan: il viaggio di Lydia per raggiungere l’amato Usman che è anche un cammino ideale alla scoperta del mondo interiore dei protagonisti con rievocazioni di atmosfere fiabesche. Il raggiungimento avverrà con una conversione non richiesta e la scelta di cambiare nome: sunt res in nomina. Ma il viaggio nella geografia antropologica non ha fine: è un percorso a tappe, nel corso del quale ogni tappa successiva diventa un nuovo inizio, con un perdersi e un ritrovarsi che è proprio di ogni storia reale, del superamento costante del sé nel dialogo con l’altro. I due protagonisti al momento dell’incontro sono già entrambi divorziati e, dopo la prima parte più visionaria del testo con l’inserimento tipico della letteratura classica della favola, si è catapultati in una storia di ordinaria quotidianità. Nello stesso tempo questi due cuori già sperimentati hanno l’ingenuità, la delicatezza e una timidezza che li rende personaggi da fiaba, non senza rinunciare ai sentimenti forti. Sullo sfondo il gulmohar, l’albero di fuoco, trapiantato dal Madagascar nel subcontinente indiano, simbolo del fecondo abbraccio tra due culture destinato a generare splendidi frutti, albero del fuoco.

Un altro albero di Gulmohar
Aamer Hussein
LA LEPRE EDIZIONI
16,00 euro

Mamma non si nasce


Diario semiserio di una donna che scopre come si diventa mamma

di Serena Sabella

E’ curioso come sia arrivata a leggere questo libro che dimostra quanto l’informazione circoli in rete. Quest’estate ho ricevuto un sms dall’autrice alla quale aveva lasciato i miei recapiti una mia amica leccese, Alessandra Pizzi, ospite in molti articoli di queste pagine e in diverse foto, organizzatrice di eventi culturali ed in particolare letterari. Lo spunto è stato il concorso letterario che io ho aperto su questo blog “La maternità tra incubo e sogno – la maternità importa e la maternità negata”, nato a sua volta dal mio racconto “Buonanotte ‘Aycha”. Un viaggio lungo e suggestivo, finché ho ricevuto il libro di Serena., giovane scrittrice salentina, sposata a 21 anni e poi in pochi anni due volte mamma, bismamma come recita il suo blog. Fin dalla lettura delle poche righe di biografia – devo ammettere – ho provato un certo sconcerto, piacevole: mi è sembrata una storia singolare al giorno d’oggi. Nella mia vita non avevo ancora conosciuto una ragazza sposata così giovane. E’ il sogno che avevo sempre avuto, battere mia mamma di un anno. Chissà poi perché. In effetti ero ancora in una fase di dialogo competitivo con il femminile e a dire il vero non mi ha tuttora del tutto abbandonata. La sorpresa si è rivelata maggiore quando Serena si è svelata un’autrice pop, fin dalla copertina accattivante, con un linguaggio vicino, direi adesivo, rispetto al mondo Internet e della comunicazione via messaggi. Forse questo contrasta con il mio immaginario di mamma giovane, regolarmente sposata. Improvvisamente mi sono sentita come un’anziana professoressa di lettere, di fronte allo scritto di un’adolescente. Ho sentito nella separazione di poco più di dieci anni, il corso di un’intera generazione. Il libro anche negli inserti, le cosiddette “Pillole rosa”, ovvero consigli sulla maternità e dintorni, è sempre spumeggiante, immediato, con un tono colloquiale che a me appare singolare perfino da usare con se stessi. Malgrado l’ansia confessata in ogni fase sul’argomento figli, ha un singolare tono scanzonato nel vivere la vita e certamente una buona dose di autoironia. Si finisce per ridere perfino nelle situazioni più critiche per la nostra protagonista. Emerge il senso di pienezza, di appagamento generato dalla maternità, malgrado l’estenuante fatica del quotidiano, e il fatto che l’idillio dipinto a tinte pastello sia molto lontano dal reale. Solo che è la nostra vocazione più intima e non se ne può fare a meno, sia essa innata o acquisita, alla fine poco importa. “Mamma non si nasce”, dichiara infatti Serena eppure a me sembra che lei lo sia stata da sempre, anche se rifiutando l’idea di essere quasi destinata dal mondo a questa missione, salvifica per altro del genere umano, in quanto femmina. Una donna che ad appena 21 anni, dopo un mese e mezzo di matrimonio, sente forte la spinta al desiderio di un figlio, la definirei una supermamma, con tanto coraggio. Il problema è semmai disattendere le aspettative altrui o non ricevere dagli altri il supporto che si desidera. Emerge nelle pagine la differenza uomo-donna, nel senso pratico e spicciolo da una parte; romantico e ansioso, dall’altra. Certo è che IlMaritoIdeale, come Serena chiama il proprio, mi sembra davvero tale e di singolare maturità. Altro tema scottante, nel quale mi sento visceralmente vicina, la distanza dei medici dall’unicum del nostro sentire quando si tocca la sfera dell’intimità, dalla loro indelicatezza, alla trascuratezza del pudore e così via. Infine, ripenso al titolo. Mi aveva completamente sviata e avrei immaginato un libro totalmente diversa, una donna adulta che non si è mai sentita mamma e lo scopre a poco a poco. Ma questa è un’altra storia. Serena ci dice semplicemente che il sentimento materno, ancorché ancestrale, è comunque un sentimento umano, con tutte le incertezze e le fragilità per cui non basta fidarsi del proprio istinto. Anche i sentimenti d’altronde vanno educati e coltivati.

Mamma non si nasce
Serena Sabella
red!
10 euro

Tutti i miei no


Opinioni di un uomo libero

di Fabrizio Cerusico

Il formato quadrato di Tutti i miei NO richiama lo stile incisivo ed elegante di molti inviti ed in effetti così può essere interpretato. E’ una raccolta di frasi, immagini, aforismi, quelli del “DoctorC”, lo pseudonimo con il quale Fabrizio Cerusico, medico specializzato in ostetricia e ginecologia a Roma, firma gli eventi e i progetti del’Associazione “La nuvola nella valigia”. L’Associazione ONLUS, alla quale ha dato vita insieme alla moglie e collega Monica Antinori, nel titolo richiama lo stile iconopoietico, semplice e diretto, del libro. E’ il sogno, per l’autore, diritto dovere di ogni persona, leggero come una nuvola ma a portata di mano. E’ il sogno che si può portare in valigia e ha un senso solo se si può portare sempre con noi. I no raccolti nel breve testo rappresentano l’esclusione della cultura della morte o comunque della pietrificazione della vita, rappresentata talora dal vitalismo o dall’attaccamento eccessivo alla vita, come nel caso della competizione sfrenata, alla quale Fabrizio dice, appunto, no.
Ogni no nasconde un sì, all’io più autentico lontano da tentazioni egoiche. L’autore sembra infatti annunciare un unico comandamento, il dovere di difendere la sacralità della vita, dal quale derivano tutti gli altri. Se la vita è sacra, infatti, non esiste ateismo e nell’amore verso il creatore e la creatura c’è insieme amore di sé e quindi amore degli altri. Il libro, come una rappresentazione teatrale per quadri espositivi, è un viaggio in tutte le dimensioni della vita alla ricerca di una dimensione originaria ed essenziale senza semplicismi. Per questo Fabrizio Cerusico dice sì al Cristo e no ai suoi seguaci che si sono allontanati dalla quotidianità della vita; in tal senso il libro, leggibile a più livelli, potrebbe essere un singolare catechismo per l’infanzia al di là di ogni appartenenza religiosa: semplicemente un’alfabetizzazione alla vita, dalla quale, ad esempio, discende l’ecologia.
Nella prefazione di Lorenzo Ostuni il nostro autore appare come un “guerriero moderno”, una connotazione che mi fa riflettere su un tema da me recentemente analizzato, il femminile guerriero e la partecipazione delle donne alle rivoluzioni (Affaritaliani.it, 17 Novembre 2011). Mi sembra, infatti, ci sia un filo conduttore comune nel dire no alla guerra ma sì alla rivoluzione combattuta con le armi della coscienza. Sfogliando le pagine di questo libretto, emerge a mio parere l’essenza più profonda del femminile, come invito all’ascolto degli altri, alla fede nella vita e alla donazione autentica di sé. “Un figlio non è una protesi, non è una stampella: generarlo con queste intenzioni è un atto di narcisismo egoistico”, ci suggerisce in un passaggio. Avvicinandosi al Natale, rileggo un altro passaggio, illustrato con dei girasoli, fiori sacri della vita, “A tutte le religioni, perché hanno sempre torto, mentre tutte le preghiere hanno sempre ragione”.
Tutti i miei No è una sorta di atto unico dove, ad ogni pagina, in alto, la voce della coscienza viene richiamata con un “dico No” scritto su un sipario sospeso di carta nera stropicciata che ricorda certi Cretti di Burri, dove la vita è incenerita. Chi ha il coraggio di vivere quest’invito potrà affacciarsi sulla vita.

L’incasso della serata di presentazione – il 5 Dicembre alla Sala Umberto di Roma, ore 21 - servirà all’acquisto di un’auto Renault Kangoo per la Ryder Italia, l’associazione romana di medici di base, oncologi, psicologi e volontari che assiste quotidianamente a domicilio malati cronici e terminali, sostenendoli sia dal punto di vista medico, sia da quello psicologico.

Tutti i miei NO
Opinioni di un uomo libero

di Fabrizio Cerusico
Progetto ONLUS La Nuvola nella valigia
Ottobre 2011

J'ai tué Schéhérazade


Confessions d’une femme arabe en colère

di Joumana Haddad

Ho trovato questo libro nella libreria Mille Feuilles del quartiere La Marsa a Tunisi e mi ha conquistata la foto di copertina e il nome dell’autrice della quale avevo sentito parlare spesso senza aver avuto l’occasione di leggerla. Certo il titolo è evocativo e il testo ribalta l’immagine che io avevo sempre avuto di Schéhérazade, un simbolo positivo di femminilità, per me l’equivalente della seduzione intelligente, che conquista con la fantasia e il cuore, non con il corpo. La vicenda è nota da Mille e una notte. La principessa non si concede e quindi non firma la propria condanna a morte, rinviata all’infinito, nell’incantamento del suo raccontare che ammalia il principe. Per l’autrice, giornalista e scrittrice libanese, poliglotta, è sì un simbolo di vittoria ma anche di negoziazione, nel senso che è una femminilità che sopravvive perché rinuncia a qualcosa di sé, per essere rispettata dall’uomo. Forse qui, come in altri passaggi del testo, la posizione di Joumana è un po’ esasperata perché credo che una donna sia anche accoglienza del diverso che implica necessariamente un adattarsi per se-ducere appunto, per incontrare il linguaggio dell’altro. Per l’autrice invece mai crimine fu così gioioso e morale perché, pur non definendosi femminista, non ammette nessuna spinta per ricondurre la donna ad un’immagine precostituita, così come ricorda quando lo zio le regalò una bambola e una cucina attrezzata per giocare. Forse chi esce da una situazione di costrizione ha una reazione che non è contenibile e che scivola in una proposta altrettanto estrema, sebbene – è corretto riconoscerlo – Joumana torna a precisare più volte nel corso della narrazione che la femminilità è vivere profondamente la propria vocazione, quale che sia, quindi anche occuparsi solo della casa e dei figli. La domanda iniziale dalla quale parte il saggio, che insieme un’autobiografia, è se esista una donna araba. La risposta è che non si tratta di un genere uniforme e, soprattutto, che non tutte le donne arabe, sebbene religiose praticanti e velate, siano per queste ragioni sottomesse; così come, parimenti, al di là dell’apparenza, non è detto che tutte le donne cristiane siano emancipate e libere. Certo, sottolinea la scrittrice, essere donne arabe oggi, significa aver dovuto elaborare una sorta di schizofrenia. Il mondo arabo sta infatti esercitando una dittatura, che grava in particolare sulle donne, che mira al predominio del gruppo sull’individuo, ovvero sul controllo della libertà e creatività personale. In tal senso l’Islam è il peggiore nemico di se stesso. A questo parametro Joumana si ribella, sfidando le regole del suo mondo, e fondando un magazine, “Jasad”, corpo, per parlare di erotismo. In effetti questo progetto non è che un punto di arrivo, sebbene intermedio, di un percorso che parte dalla fine dell’infanzia nella quale l’autrice si sottrae al mondo dei giochi e perfino di alcune esperienze, per entrare nel mondo dei libri che rappresentano la sua vera trasgressione. Si getta a capofitto quasi con un accanimento in letture che la portano nel mondo trasgressivo di De Sade e della letteratura erotica in genere. E’ un’inclinazione nella quale mi sono riconosciuta ampiamente rivendicando il diritto alla trasgressione intellettuale ché l’arte non può avere confini e limiti che ne castrano l’ascesa, sebbene i confini dei comportamenti devono invece, a mio parere, essere tracciati rigorosamente. Joumana parla di una vera e propria ossessione, anche pericolosa, che ci appare ad un tempo come una difesa rispetto alla vita reale. La sua ribellione si leva contro la sessualità e l’erotismo che sembrano appartenere esclusivamente al mondo degli uomini, mentre nell’universo femminile diventano tosto scandalo e letteratura erotica se non addirittura pornografia. Mentre l’infanzia trascorre libera ma in un mondo parallelo, la vita quotidiana di Joumana si svolge in una Beyrouth blindata dalla guerra ed è per questo che nella sua memoria intima l’infanzia non risveglia il sapore della dolcezza. Ambiguo anche il rapporto con la sua città, che guarda con rispetto e distanza, senza quel senso di appartenenza profondo ed emozionale che spesso è proprio di ognuno di noi. L’analisi è interessante perché osserva con ironia il mito della capitale libanese agli occhi del mondo arabo e soprattutto occidentale che ne conservano il fascino, di chi non l’ha subita come la nostra protagonista. Il futuro di Joumana diventa la scrittura, che condivido essere un grande laboratorio per formare se stessi e creare un dialogo intimo quanto filtrato con il mondo esterno, e soprattutto la poesia che è primariamente libertà, messa a nudo di se stessi, in particolare quella erotica. E ancora torna la critica al mondo arabo che, secondo la Haddad sputa su quello che desidera. Tornando sulla questione della femminilità, l’autrice si definisce una fanatica della sua affermazione che è coestensiva al bisogno di un uomo che non significa la dipendenza dal padre, dal fratello o dal marito. In questo ambito a suo giudizio la religione gioca un ruolo negativo che spinge all’odio tra le persone. Da parte mia mi auguro che il suo cognome, Haddad, sia portatore di una riconciliazione dato che nel mondo arabo è molto diffuso e ci sono haddad musulmani, ebrei, come anche cristiani. L’apertura è alla vita perché vivere, secondo la giornalista è essere fieri di quello che si è anche per le proprie sconfitte e così alla fine del libro torna la domanda sulle donne arabe che oggi appaiono funamboli sospese in alto senza una rete di protezione sotto il filo. C’è una nota nello stile della Haddad che merita attenzione, la sua semplicità che anche nell’estrema effervescenza critica non diventa aggressività e la sua umiltà nel presentarsi con uno scritto che descrive la propria esperienza senza pretendere di diventare un manuale di istruzioni per l’uso.

Gli ingredienti dell’amore


di Nicolas Barreau

La copertina, che – confesso – per me riveste un ruolo di una certa importanza, chiama, invita ad entrare a Parigi: una strada d’autunno, una ragazza in rosso, il mio colore preferito, un segnale per me che cercavo di ritrovare da tempo l’atmosfera di qualche anno fa nella Ville Lumière. Anche la Tour Eiffel che appare insolitamente nella sua parte più bassa ci accoglie con una familiarità non retorica. La quarta di copertina è ancora un invito caldo con il piccolo ristorante, che è uno dei luoghi protagonisti del libro, ben più di un simbolo, Le temps des cerises. Peccato scoprire che l’autore, che ha riprodotto fedelmente luoghi, negozi e locali, si sia ispirato ad un resto con tovaglie a quadri bianchi e rossi, ma abbia inventato poi il luogo di fantasia per ambientare alcune delle scene chiavi del libro.
Peccato anche per il titolo. "Le temps des cerises" sarebbe stato accattivante e fresco come il libro. Titolo vivace, ammiccante certamente, Gli ingredienti dell’amore, è vincente dal punto di vista commerciale ma non rende merito alla penna di Nicolas Barreau. A volte gli editori preferiscono correre dietro al gusto del pubblico piuttosto che guidarlo. Il libro è intrigante, adatto anche ad una trasposizione cinematografica dal gusto tipicamente francese, per un’uscita prenatalizia ad esempio. La scrittura è piana e scorrevole con una vena narrativa originale e fluida.
Non dispiace il lieto fine – per una volta tanto – con l’escamotage dell’autore che dichiara che i suoi finali preferiti sono aperti o tragici perché quelli felici vengono presto dimenticati dal pubblico. Chissà perché allore, ci si chiede, decide di racchiudere i due protagonisti in un abbraccio sotto la neve di una notte di festa, nella scena finale.
Mi ha colpita l’idea del libro che è una rete di conoscenze e di Segni che rimandano ad un’empatia tra persone sconosciute, come a me capita spesso a cominciare proprio da questo volumen. La protagonista dichiara che non ci sono coincidenze solo Segni e nulla sucede per caso a chi sa decifrare e coglierne il significato. Se pensó a me, per non svelare troppo della storia, in un momento di malinconia, pensando a Parigi sono stata attratta proprio da questa copertina e il viaggio mi ha portato nei luoghi che amo di più della Capitale: Saint Germain, Saint Louis et il Marais.
Se la storia ha qualcosa di incredibile per il suo rocambolesco romanticismo, mostra anche degli aspetti del tutto comuni, come nella vita di tutti i giorni e dalla quale l’autore sembra trarre più di un’ispirazione saltuaria.
Avrei una domanda che forse non troverà mai risposta ma confido nelle occasioni della vita, come Aurélie: perché in copertina c’è una ragazzina, molto più giovane delle protagonista, con un completino rosso qualsiasi e degli improbabili infradito? Chi mail i indosserebbe a Parigi in autunno? Una strana dimenticanza quella del cappotto rosso che la storia ci ha messo a disposizione. Sarà forse perché io adoro i cappotti rossi…

Gli ingredienti dell’amore
di Nicolas Barreau
Feltrinelli Editore
15,00 euro

Divorzio all'islamica a Viale Marconi


di Amara Lakhous

Un libro gustoso che restituisce alla leggerezza il suo vero valore: con una vena ironica, un po’ da commedia, mette il dito nella piaga di vizi e difetti del popolo della Capitale, senza esclusione di colpi, che assesta ora agli italiani, ora agli immigrati. La vicenda sembra semplice fino a che non si arriva al colpo di scena finale che induce il lettore a riavvolgere come una pellicola il libro ed appropriarsi della storia in un modo nuovo. I servizi segreti italiani ricevono un’informativa che parla di un nucleo di immigrati che vivono a Roma nella zona di Viale Marconi e che sono intenti a preparare un attentato. Christian Mazzari, un siciliano che conosce a perfezione l’arabo, viene infiltrato sotto il nome di Issa. Vivrà la città come un immigrato, con le difficoltà e le diffidenze che toccano ai ‘diversi’, ma con gli occhi di un italiano. Una singolare esperienza per rileggere la nostra società di fatto multietnica ma non integrata. L’autore, algerino, residente a Roma dal 1995, è invidiabile per come padroneggia la lingua italiana e la sua capacità di stare dentro tutte e due le culture, tanto che a volte viene il dubbio di quale sia la sua reale nazionalità. Un esempio mirabile e divertente di integrazione letteraria e di farciture di italiano e romanesco, con il dialetto siciliano, l’arabo e l’egiziano, modi di dire e proverbi che ci calano nella realtà più spicciola e autentica. Interessante è anche lo zoom sul ritratto matrimoniale della coppia Safia, Sofia per gli amici, e Said, detto Felice, un architetto riciclato pizzaiolo, perché gli immigrati sono costretti spesso a cambiare i loro nomi adattandoli al paese di adozione. Sofia è una donna che vive tutte le contraddizioni del rigore delle tradizioni a confronto con la modernità, coltivando un suo sogno, stretta nelle pieghe di un matrimonio difficile e sottomesso a un’interpretazione miope del Corano. Curiosa, ironica e drammaticamente autentica la lettura che Sofia ci propone dell’Islam dalla parte della donna, così come erroneamente viene data dalla società. Un libro perfetto per una sceneggiatura. Aspettiamo la versione cinematografica, dopo “Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio”.

Divorzio all’islamica a Viale Marconi
di Amara Lakhous
edizioni e/o