domenica 13 ottobre 2013

Se la poesia salverà il mondo


100 Thousand

Poets for change

Italia, 28 settembre 2013

Prefazione  Ottavio Rossani
Presentazione dell’iniziativa Michael  Rothenberg e Terri Carrion

Una pubblicazione singola, una raccolta collettiva di poeti, ognuno dei quali ha scelto una lirica inedita di impegno civile su temi di attualità dalle guerre, alle ingiustizie sociali, alla corruzione politica, fino ai danni ambientali e alle violenze sulle donne. Fin qui un’iniziativa di pregio come potrebbero essercene altre. L’originalità è che questa pubblicazione si inserisce in un’iniziativa internazionale e sposa una filosofia controtendenza: un movimento di poeti per il cambiamento. I poeti che sono coloro in grado di dire quello che tutti sentono ma non sanno esprimere, i poeti che parlano con il cuore, con l’emozione, al di fuori degli schemi e del linguaggio della logica. I poeti sono i megafoni del popolo anche se sembrano non  servire a nulla. Della poesia si ha infatti un’idea edulcorata, di ornamento o di profondità sentimentale ma senza utilità; se poi la si guarda dal punto di vista del mercato, la poesia, soprattutto in Italia, è poco letta e non è un genere sul quale scommettere.  Albeggi Edizioni scommette con uno scopo diverso, l’impegno civile, l’amore per la cultura nella convinzione che siano una cura anche per noi, per tutti noi, una cura dell’anima della quale c’è bisogno e se funziona, l’utilità è assicurata.

Le copie, come è scritto dall’editrice nelle prime pagine sono “Destinate a rappresentanti delle Istituzioni italiane e dei mezzi di informazione, con l’obiettivo di ridare dignità e importanza alla poesia come mezzo di espressione della denuncia… affinché si torni a mettere al centro del dibattito e dell’azione politica il bene comune e i bisogni dell’uomo”. La raccolta è stata stampata in un numero di copie limitate senza scopo di lucro ed è scaricabile sul sito gratuitamente.

Nella prefazione Ottavio Rossani, poeta a sua volta – oltre che scrittore, critico ed occasionalmente regista teatrale - e per 40 anni giornalista del “Corriere della Sera”, sottolineando la modernità e l’importanza della poesia di impegno civile in un mondo in crisi evidenzia la necessità di sgombrare il campo da un equivoco ovvero che la poesia impegnata sia tale solo se politica, nel senso di nutrita dall’ideologia. In un breve excursus storico, passando da Giuseppe Giusti ad Alessandro Manzoni,  fino Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi in Italiana citando anche poeti internazionali come Garcia Lorca e Bertold Brecht o Pablo Neruda, l’autore mette in luce l’importanza dell’equilibrio tra denuncia e pietà nella poesia, simboleggiato da versi di Giovanni Raboni.

Nella presentazione si narra della nascita dell’iniziativa, avvenuta nel marzo 2011 con una call to action su face book ad opera di Rothenberg e Terri Carrion, il cui primo appuntamento fu fissato per il 24 settembre successivo. La missione era poesia, pace, sostenibilità, consapevolezza e sensibilizzazione attraverso l’unione di comunità di poeti isolate, di tutto il mondo. Chi avrà voglia leggerà la crescita del movimento fino all’edizione 2013 ma quello che è sorprendente è la moltiplicazione, la diffusione e l’entusiasmo che ne è seguito a riprova che i sogni di possono realizzare e che talora manca solo lo stimolo e il sostegno ad andare avanti o a farsi avanti. Evidentemente qualcuno ha chiamato rispondendo ad una propria esigenza ma interpretando il bisogno di molti che ancora non avevano trovato la giusta canalizzazione. Per riprendere la definizione di poeta, qualcuno è stato più poeta di altri, o prima poeta di altri, facendosi megafono di altre voci.

Delle 29 poesie non è questa la sede per  discuterne con un’analisi appropriata e meticolosa anche perché in questo tipo di composizione più che in altri è molto difficile un commento stilistico, essendo certamente versi insoliti, talora molto vicini alla prosa, talvolta immagini tradotte in parole, istantanee, articoli ridotti all’essenziale, emozione bruta che diviene manifesto, fatto di cronaca scomposto nel dolore del vissuto. Sì di sofferenza, declinata in mille modi, sempre si tratta, di malinconia, di rabbia, di sconforto, di mancanza di speranza, sui temi con i quali ogni giorno ci confrontiamo senza farcene una ragione. Non si può parlare di ‘bella poesia’ non certo nel senso abituale del termine, l’armonia è dimenticata, con una difficoltà che talora sembra programmatica anche per chi è abituato a leggere poesia contemporanea.

Ho letto e riletto i versi, in un senso, in un altro, ricominciando da chi avevo già incontrato per vie e strade diverse e poi “Ha scelto la poesia”, di Lucianna Argenitno, nata a Roma e autrice di opere in poesia e prosa. E’ un inno alla poesia stessa e racconta la sorpresa dell’autore che si chiede ‘come sia stato possibile il trasformarsi delle cose, visibili e invisibili, in parole – la cosa nella parola cosa, l’amore nella parola more e così via… perché i poeti sanno che nessuna poesia cambia il mondo ma può svelarne la bellezza. Ha scelto la poesia perché sia possibile trapiantare un gelso in mare”.

Vorrei ancora soffermarmi sulla composizione “Stefania” di Francesco Sassetto al di là dell’emozione che è riuscito a trasmettermi con quella naturalezza delicata con la quale svela come di sorpresa in un crescendo un dramma; perché racconta la violenza su una donna che non si può chiamare amore perché non ha scusanti e sto lavorando su questo tema che in questi giorni dopo l’approvazione della legge sul femminicidio, per quanto possa essere considerata solo un punto di partenza, è di scottante attualità; e in particolare perché è scritta da un uomo. Credo che tutto quello che si scrive sulle donne e sul femminile sia principalmente indirizzato a degli uomini ed è solo così che la poesia è una speranza.

giovedì 10 ottobre 2013

Editoriaraba - Elias Khoury: la fine è il mio inizio

(Fonte: pagina Facebook di Elias Khoury –
credits @arabpress su twitter)

Al Festival Internazionale di Ferrara Elias Khoury ha parlato di letteratura insieme alla Prof.ssa Bartuli, arabista, traduttrice, docente dell’Università di Venezia nonché sua “voce” in italiano. 

di Giacomo Longhi

A Ferrara, il Festival di Internazionale ha avuto quest’anno un ospite d’eccezione: lo scrittore e intellettuale libanese Elias Khoury. Tra le maggiori voci intellettuali del mondo arabo, Elias Khoury oltre ad essere romanziere è giornalista e professore di Letterature comparate alla New York University. Internazionale traduce e pubblica periodicamente le column settimanali che scrive per il quotidiano panarabo al-Quds al-Arabi e lo ha invitato quest’anno a partecipare a due panel, uno più politico, e il secondo dedicato alla sua attività di scrittore.

Sabato scorso, davanti a un pubblico straripante (Editoriaraba e altri non sono riusciti ad accedere all’evento), Khoury ha quindi dialogato con Gad Lerner di politica in Medio Oriente. Domenica pomeriggio, invece, in una sala sempre al completo, l’autore di Il viaggio del piccolo Gandhi è stato intervistato da Elisabetta Bartuli, la traduttrice di Elias Khoury in Italia, accompagnando il pubblico in un affascinante viaggio letterario.

L’intervento di Elisabetta Bartuli è partito dall’analisi dell’ultimo romanzo di Khoury, Sinalcol (2011), in corso di traduzione in italiano: Bartuli ha osservato come quest’opera concluda il pensiero dell’autore sulla guerra civile libanese. Il titolo (dallo spagnolo “senz’alcol”) è ispirato al nome di un leggendario combattente, la cui ombra aleggia sulla storia dei due fratelli protagonisti del romanzo. Fortemente legati al padre, in apparenza simili ma profondamente diversi, durante la guerra andranno a combattere su fronti opposti: uno si unirà alle milizie fasciste, l’altro a quelle di sinistra. Col loro incontro, dieci anni dopo, comincia un percorso a ritroso nei ricordi che, dagli anni Cinquanta a oggi, traccia la storia della generazione che nella guerra civile è andata incontro al proprio fallimento. Ma Sinalcol è anche un’animatissima tale of two cities, Beirut e Tripoli, luoghi simbolo delle contraddizioni libanesi.

Sebbene i romanzi di Khoury sembrino ancorati ad un localismo preciso, i loro significati sono universali. È questo, secondo Elisabetta Bartuli, il pregio della buona letteratura: prestarsi a più letture e, usando le parole di Khoury, “poter migrare".

“Se i testi non migrano non hanno valore” ha affermato lo scrittore, il quale ha anche ricordato come quella che a suo avviso è la più grande opera letteraria mai scritta, Le mille e una notte, non sia altro che il risultato di migrazioni letterarie.

Scritte in arabo, Le mille e una notte sono anche persiane, indiane e cinesi. Khoury rifiuta l’idea di una letteratura autentica, ancorata a un’identità nazionale. La letteratura, per sua natura, è ambigua, sfugge alle classificazioni. Altrimenti, non sarebbe stato possibile per Khoury assistere a New York ad una rappresentazione teatrale sui migranti in America Latina dove ogni singola battuta era tratta da La porta del sole.

Se il romanzo che racconta la storia Palestina, dalla Nakba agli accordi di Olso, è valso al nostro autore il riconoscimento del grande pubblico, la presa di coscienza di essere, sì, un vero scrittore è avvenuta per Khoury scrivendo Facce bianche, il romanzo che narra dell’esperienza palestinese in Libano durante la guerra. Beirut allora era in piena guerra civile e Khoury militava nei gruppi di sinistra vicini all’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina).

Quando il romanzo uscì nel 1982 l’OLP lo mise all’indice per le forti critiche espresse sul movimento.

“È stato l’unico libro che l’OLP abbia mai censurato. Ho realizzato solo allora quanto fosse fondamentale per uno scrittore dire sempre la verità, qualunque essa sia”.

All’inizio l’idea era di scrivere solo un racconto, ma poi la storia “è cresciuta tra mie mani fino a diventare quel romanzone di oltre duecento pagine che è”.

È quasi un miracolo che Facce bianche sia stato scritto e pubblicato. L’autore ricorda che un giorno, mentre stava lavorando alla stesura del romanzo disteso sul suo letto, sua moglie l’aveva chiamato dall’altra stanza per riparare un guasto al televisore. “Evidentemente era convinta che, quanto a tecnologia, fossi più esperto di lei”. Mentre era intento ad armeggiare con i cavi, la camera da letto fu sfondata da una bomba:

“Ho veramente scritto quel libro sotto il costante rischio di morire!”.

La morte rimane per l’autore, “ateo incorreggibile”, una domanda aperta, un affaccio sul vuoto che, come nella poesia preislamica, pervade l’esistenza col sentimento dell’ignoto. Eppure è anche un punto di partenza:

“La fine è cosa nota, si muore. Forse per questo, nei miei romanzi, preferisco cominciare dalla fine. Gli inizi, paradossalmente, sono molto più problematici”.

__________

Nota bibliografica a cura di G. Longhi

Di Elias Khoury sono al momento disponibili in italiano quattro romanzi, tutti tradotti da Elisabetta Bartuli:

Yalo, Einaudi 2009

Facce bianche, Einaudi 2007

La porta del sole, Einaudi 2004

Il viaggio del piccolo Gandhi, Jouvence 2001

Suoi contributi sono contenuti in:

Libano. Frammenti di storia, società, cultura, cura di E. Chiti, Mesogea 2012

Samir Kassir, L’infelicità araba, cura di E. Bartuli, Einaudi 2006

Id., Primavere. Per una Siria democratica e un Libano indipendente, cura di E. Bartuli, Mesogea 2006

Lo sguardo libanese. Rappresentare il Mediterraneo, Mesogea 2002

Nel 2014, oltre alla traduzione di Sinalcol, per Feltrinelli è prevista la ristampa di La porta del sole nell’Universale Economica

mercoledì 9 ottobre 2013

“Come di solo andata” di Marisa Cecchetti


Poesie che uniscono nella loro propensione alla prosa tutto il lirismo dei versi, la capacità iconopoietica della sintesi poetica e la narrazione della scrittura libera. La raccolta prende il titolo da un verso come di sola andata, all’interno di una poesia della prima delle tre parti nelle quali si divide il testo. E’ in qualche modo il simbolo delle 28 composizioni, tutte senza titolo, senza dedica, senza data eppure fisse come minuti di un calendario interiore del dramma. La forza del comporre dell’autrice è proprio nel suo essere scarna, nel togliere, a mio parere, ogni elemento didascalico che attenuerebbe la forza drammatica. Dico di più. Senza introduzione, contestualizzazione, si viene gettati dentro il dolore e si è come smarriti, ci chiede dove si sia e cosa stia succedendo. Ad un tratto si realizza e si materializza tutto intorno a noi e ci avvolge fino quasi a farci soffocare. Non c’è però disperazione ma addirittura l’umiltà nell’accettare questa amara sorpresa. Viene da pensare che sia il frutto di un’esperienza personale, diretta o indiretta, che abbia in qualche modo catapultato l’autrice nella malattia e nello sconforto, in quell’essere un numero e soprattutto prigionieri di letti e di un mondo negato. Tutto sta fuori, a portata di mano quanto irraggiungibile, come il sole che tramonta e dà lo struggimento di un incontro con un amante furtivo che non si può cogliere fino in fondo e si deve lasciar andare. Domina il senso della forzata passività e dell’impotenza, del rischio di perdere la propria dignità, i confini del proprio corpo che si estende fino alla coscienza. “Essere trasportati/da portantini verdi/è andare nudi/alla sorgente/mano che ti ghermisce/e ti precipita/in un buio fondo/come di solo andata./Violata nel corpo/di cui non sei padrona…”. E’ il senso di diventare estranei a sé, di aspettare il passato – recita un verso di grande incisività – perché mentre ci si chiede cosa ci succederà qualcuno ha già esaminato il nostro corpo e prevede il nostro futuro inesorabile. Sono poesie sulla fragilità e l’impotenza umana della quale ci si accorge solo quando qualcosa del nostro meccanismo smette di funzionare, facendoci sentire non più padroni del tempo e terribilmente soli. La vita è fuori dal vetro di una stanza. E’ molto interessante come Marisa costruisce l’effetto di drammatico stupore, un po’ come nell’estetica barocca quando dai vicoli si accede ad una piccola piazza con un’immensa fontana (Fontana di Trevi) o al contrario in una grande piazza si rincorre un percorso di rimandi tra fontane e chiese (Piazza Navona). Non si dichiara subito dove siamo, non si annuncia nulla, si vive direttamente l’esperienza di un incontro sempre inaspettato, talora indesiderato: questa è la vita e la poesia ha il pregio dell’incisività che la prosa non ha. Mima, non racconta; contrae, non distende; mostra, non spiega. Non solo ma il poeta si limita ad essere testimone, non messaggero; non ha pretesa di istruire il lettore o di affermare una verità, semplicemente si mette a nudo per partecipare empaticamente al dolore, a dire quello che spesso l’uomo non riesce a narrare o non ha il coraggio di chiamare con il proprio nome. La seconda parte, più breve, più secca nella scrittura, tutta distesa in orizzontale, con incidentali che contrappongono due piani, l’azione e la riflessione; il fatto e il sentito c’è il richiamo ad un altro dolore, al male della nostra contemporaneità, alla malattia dell’informazione che ci bombarda e ai sentimenti inquinati e contraddittori che ne scaturiscono. La terza parte infine, la più sottile, come fosse ancora incompiuta, sembra aprirsi all’altrove che nella camera d’ospedale era restato fuori, è la speranza che si affaccia e forse da qui quel senso di indeterminatezza che mi suggerisce. La sensazione, non so dire perché, è quella di essersi trasferiti in un ambiente dove la natura domina e si espande anche se non necessariamente con un moto vitale, solare, ma esce dalle strettoie e dal ritmo serrato urbano della prima parte della raccolta.
Alla Libreria Baroni di Lucca con la professoressa Marisa Cecchetti
Il commento in quarta di copertina, ho scoperto, è della collega e amica, giornalista e scrittrice, Stefania Nardini, che conosce bene la difficoltà di narrare certe sensazioni, il bisogno e il pudore di condividerle.

Marisa Cecchetti, che ho conosciuto un pomeriggio di maggio, la scorsa primavera a Lucca, perché mi ha fatto il regalo di presentare il mio ultimo libro, è nata a San Giuliano Terme, in provincia di Pisa. Insegnante di lettere, ha collaborato con la rivista letteraria “Stilos” e attualmente scrive per varie testate. Scrittrice sia di prosa che di poesia.



“Come di solo andata”
di Marisa Cecchetti
Edizioni Il Foglio
Orizzonti 
Euro 10,00



martedì 8 ottobre 2013

Editoriaraba - Leggiamo di Siria


Due libri, due approcci differenti, un obiettivo: cercare di approfondire quanto sta succedendo in Siria oggi. Lorenzo Trombetta, giornalista italiano e ricercatore, fondatore di SiriaLibano e collaboratore dell’ANSA e di Limes, tra gli altri, e Shady Hamadi, giornalista e attivista italo-siriano, sono stati tra gli ospiti del Festival di Internazionale di quest’anno.

Sabato 5 ottobre a Ferrara, all’interno di tanto gelido quanto suggestivo Mercato Coperto, un folto e attento pubblico li ha ascoltati mentre parlavano di Siria, e presentavano i loro due libri, rispettivamente: Siria. Dagli Ottomani agli Asad. E oltre (Mondadori, 2013) e La felicità araba. Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana (Add editore, 2013).

lunedì 7 ottobre 2013


Librarie Millefeuilles
La Marsa - Tunis
Samedi 12 Octobre, à partir de 17h

Présentation du premier roman de l’écrivain tunisien Saber Mansouri, «Je suis né huit fois», paru aux Editions du Seuil.

Le souffle d’une vie naît d’une rencontre entre un enfant devenu jeune adulte, Massyre, et un lieu, la Montagne Blanche, particulièrement apprécié par tous les conquérants venus visiter la Tunisie, y compris les frères protecteurs armés français. Le lieu est unique. Massyre est multiple. Il y a d’abord ses sept sœurs et leur destin qui le regardent en silence, lui, le garçon, le huitième. Et puis, il y a ses huit métiers : suiveur de chèvres jusqu’à l’abattoir, chercheur d’Helix aperta, l’escargot souterrain, vendeur de fruits sauvages, d’eau à la criée, de boissons gazeuses, négociant en journaux au kilo et fripier. Tout en commerçant, Massyre va à l’école puis à l’université, fait une rencontre déterminante avec la problématique et l’Histoire, et devient professeur au lycée de sa région natale. Mais, sauf à partir ailleurs, au-delà de la Montagne Blanche, peut-on enseigner le passé dans le lieu de son commerce et de sa propre histoire ?

A propos de l’auteur
Né en 1971 en Tunisie, Saber Mansouri enseigne à l’Ecole pratique des hautes études. Helléniste et arabisant, il est l’initiateur et le directeur de la collection “Maktaba” lancée chez Fayard en mai 2003 et destinée à faire connaître des textes inédits de la culture arabo-musulmane.
Actes Sud / Sindbad a publié son essai L’Islam confisqué (2010).

Editoriaraba - “Parlo tutte le lingue, ma in arabo”. Il Marocco e il suo “multilinguismo” nel saggio di Abdelfattah Kilito


di Annamaria Bianco

Il Marocco è una terra da sempre crocevia di culture, lingue e popoli mediterranei (e non solo). Districarsi tra l’arabo classico, il darija (il dialetto) e le lingue europee è una sfida che mette alla prova qualsiasi arabista, e per questo motivo il Marocco si configura come una tappa obbligata per gli studiosi di linguistica.
L’ultimo libro di Abdelfattah Kilito*, Je parle toutes les langues mais en arabe (Parlo tutte le lingue, ma in arabo, Actes Sud, 2013), non ancora tradotto in italiano, costituisce una formidabile riflessione su questa realtà quotidiana, fondata sull’esperienza personale dello studioso marocchino, sui suoi viaggi ed i suoi studi letterari. Tuttavia il lavoro, offrendo importanti spunti di linguistica interculturale, può risultare d’interesse anche per altri ambiti di ricerca.
Mi ci sono imbattuta per caso fra gli stand di Actes Sud, alla Fiera del Libro di Parigi alcuni mesi fa, ed il titolo - preso in prestito da Kafka - mi ha folgorata, spingendomi ad acquistarlo. Leggerlo è stata un’esperienza incredibilmente arricchente. Articoli, atti di conferenze e appunti redatti tutti alla prima persona, con erudizione ed umorismo, sono raccolti in tre sezioni composte di brevi capitoli, che costituiscono le tappe principali del pensiero di Kilito nei confronti di problemi che affliggono la letteratura araba sin dall’età classica, inquadrati nella secolare dialettica identità/alterità della civiltà islamica: Comment peut-on être monolingue? (Come si può essere monolingue?), Tu ne me traduiras pas (Tu non mi tradurrai) e Dia-Logos.

Partendo dal presupposto che non ci si libera mai del tutto dalla propria lingua madre, almeno nella dimensione dell’oralità, l’autore affronta le tematiche della traduzione, del bilinguismo letterario, delle origini del romanzo arabo e dell’evoluzione della letteratura marocchina contemporanea negli strascichi del colonialismo.
Le sue considerazioni si alternano agli esempi forniti dai capolavori della letteratura mondiale come Don Chisciotte, il classico de Le Mille e una notte, i grandi scrittori arabi e non, fra cui Ǧāhiz, Petrarca (il quale ha bistrattato un po’ la poesia araba), Goethe, Ibn al-Muqaffa’, Dante, Ma’arrī e Roland Barthes; fumetti e altri personaggi come Hercule Poirot o Amélie Nothomb: il risultato è un insieme di analogie e collegamenti inaspettati ma efficaci nella loro forza comunicativa.
Particolarmente interessante è il suo approccio all’esistenza di un patrimonio letterario endogeno, di cui non si dichiara certo, o almeno non ancora. Una storia della letteratura locale manca, così come mancano testi d’appoggio e manuali, anche e soprattutto, sostiene lo studioso, a causa dell’ingerenza del francese e della presenza di professori egiziani nelle scuole, che prediligono la loro eredità culturale.
“Non sappiamo niente della letteratura marocchina, antica o moderna, niente di quel mondo parallelo, riflettente, duplicatore, che è solitamente una letteratura. Viviamo nell’idea che la nostra lingua madre sia bastarda, degenerata, indegna della letteratura e della scrittura. Certo, a casa si imparano canzoni, ci raccontano storie, indovinelli, filastrocche, proverbi, massime e detti, ma questa è letteratura?”(p. 45)
Interrogativi legittimi ma che conducono a loro volta ad un’altra fondamentale domanda: in che lingua scrivere?

Al francofono si chiederà perché non scrive in arabo, tenendo presente che l’arabo è il collante di un’intera area geografica che va dall’ “Oceano al Golfo”. Ma chi scrive in arabo non verrà mai posto dinanzi al problema opposto: non deve giustificarsi né legittimare la propria decisione linguistica. Ma si tratta davvero di una scelta libera?
La domanda, per Kilito, non acquista senso effettivo se non completata da un’altra, erroneamente trascurata: in che lingua leggere?
Chi non è perfettamente bilingue avrà difficoltà nell’approcciarsi ai testi originali e non sarà in grado di cogliere delle sfumature che vengono necessariamente perse nella traduzione. Ciò che conta per Kilito tuttavia non è la fedeltà di un testo, bensì gli effetti che quest’ultimo suscita nel lettore, che non si troverà dinanzi ad una limitazione vera e propria nella sua esperienza di lettore, ma a delle differenze. Obbligate, ma comunque belle. Da cui discende l’importanza e la responsabilità che il ruolo del traduttore porta con sé.
I traduttori di tutto il mondo sono avvisati.
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*Abdelfattah Kilito è nato nel 1945 a Rabat ed è docente presso la Facoltà di Lettere dell’Università Mohammed V, ma ha insegnato anche a Parigi, Princeton e Harvard. È autore di una decina di saggi, alcuni dei quali tradotti in italiano: L’autore e i suoi doppi. Saggio sulla letteratura araba classica(Einaudi, 1988) e L’occhio e l’ago. Saggio sulle Mille e una notte (Il Nuovo Melangolo, 1994); di un romanzo,La Querelle des images (1995), ed una raccolta di racconti, En quête (1999).
Più recentemente sono apparsi per Mesogea: Esplorazioni (2006) e Tu non parlerai la mia lingua (2010). Nel 1989 ha vinto il Grand Prix du Maroc e nel 1996 il Prix du Rayonnement de la langue française attribuito dall’Accademia di Francia.

Anoressia, malattia sociale - Incontro/dibattito a Milano, 16 ottobre ore 17.00


domenica 6 ottobre 2013

Se il conflitto generazionale diventa un archetipo



L’occasione

di Marco Baliani

Ho scritto di questo libro prima di leggerlo e l’ho acquistato sull’onda dell’entusiasmo per aver assistito alla presentazione presso il teatro Filodrammatici di Milano con Claudio Annese. Ho scritto del racconto dell’autore e del commento del collega. Al termine della chiacchierata ho chiesto a Marco Baliani se lo avesse scritto per la sua generazione, un romanzo dedicato ai padri e ai figli degli anni della lotta armata o per i ragazzi di oggi che non conoscono, non si interessano della storia recente e forse nemmeno di quella attuale. Lo scrittore ha scritto per i giovani di oggi, forse non perché si impari dalla storia, spesso non accade nemmeno per la propria storia. Altrimenti la psicoanalisi farebbe miracoli. Ma capire arricchisce, se non aiuta, anche se in ritardo. Nella dedica che mia ha voluto scrivere ha messo “A Ilaria che conosce dove fioriscono i conflitti”. Mi è sembrata preziosa e originale, per quelle poche parole che ci siamo scambiati e mi ha confermato l’idea di un uomo pronto a far fatica per capire che non scrive ‘con affetto’ o ‘con simpatia’ ad una sconosciuta, tanto per mettere nero su bianco. Mi è sembrato un segno, un’occasione appunto, come si dice sul libro: a volta basta qualcosa, una parola o un gesto detto da qualcuno, come nel francescanesimo, la vera missione della vita: cercare di capire, ricercare la verità, insegnare quel poco che impariamo, condividerlo e parteciparvi. Alla fine della lettura del libro mi sono detta che forse i conflitti fioriscono e si risolvono prima di tutto e alla fine di tutto dentro di noi ed è per questo che non si risolvono quasi mai, come le mie rivolte arabe.
Le pagine scorrono rapide, incisive, dure, senza violenza. Credo di aver contato una sola parolaccia, una rarità di questi tempi. Marco non ha bisogno di effetti speciali. Il suo stile asciutto – come ha rilevato Annese - e piano – aggiungo si nutre della forza del contenuto. Non ci sono neppure scene di sesso, se non la tenerezza immaginata di due corpi che si stringono nel freddo umido della notte, nel buio della disperazione di un rifugio improvvisato di tossicodipendenti. Non c’è, infine, neppure quel voyerismo morboso di rimestare nel torbido, nel dolore, nel sudicio di una società malata.
Il conflitto centrale di un figlio con il proprio passato nascosto – un padre che non ha conosciuto e che ha sempre creduto morto in un incidente stradale – tanto da dimenticarlo e sua madre che gli ha nascosto la verità per troppo tempo: ventitré anni. Poi trova l’occasione ed entra in conflitto con il figlio, cerca in un tossico dipendente, suo ex allievo un altro figlio, sperando di non arrivare tardi, troppo tardi. Diventa il conflitto di due generazioni, coloro che hanno cercato di cambiare il mondo e sono falliti contro quelli che non hanno neppure provato a cambiarlo; e ancora tra quelli animati dalla passione, a volte da una fede cieca e gli altri, così tiepidi da lasciarsi galleggiare nella vita. Il conflitto on si risolve e nel lettore c’è un moto di fastidio. Vorremmo sempre le soluzioni dagli altri e invece siamo costretti a vivere nell’incertezza, dalla parte del figlio, Matteo, che ora ha due versioni e deve scegliere quella a cui credere e chi salvare. Eppure io mi sono anche vista scrittrice e so che ho sempre lasciato in sospeso la verità, non per creare un effetto speciale ma perché mi sono innamorata della ricerca e ho capito che alla fine non sapevo più neppure io quale fosse. A volte la meta è proprio nella ricerca ed è in quel cammino faticoso che si conquista la forza della verità. Grazie Marco (Baliani) per questo esercizio ‘spirituale’ che costringi a fare, senza stare dalla parte di nessuno. Se mi consenti non sono d’accordo su un punto con te. Quando raccontando il tuo libro dici che nessuno ammette di sbagliare, nessuno si pente di quella generazione preferisce dire che sono i giovani a non capire. Forse questo è vero per Sara, la rivoluzionaria dura; non per tutti. A volte gli uomini non chiedono perdono e neppure scusa per debolezza e non per arroganza. In fondo Marcella, Marco e Luca, si sono pentiti mettendo la propria vita a disposizione degli altri, ciascuno a suo modo, per quello che riusciva, anche senza fare pubblica ammenda. Dobbiamo avere pietà di chi non riesce a confessarsi ma corregge il proprio peccato.
L’occasione
di Marco Baliani
Rizzoli
18,00 euro

giovedì 3 ottobre 2013

Viaggio e narrazione



Viaggi e altri viaggi
di Antonio Tabucchi


Un libro che nasce dal piacere di raccontare il viaggio come parte stessa del viaggio, di condividere le emozioni, di viaggiare a partire dai viaggi degli altri. Oggi, come racconta Antonio Tabucchi, il viaggio comincia con le guide turistiche, ieri dal racconto di altri viaggiatori che avevano percorso un certo cammino prima di noi. Lo scrittore è un viaggiatore esistenziale, una di quelle persone per le quali viaggiare non coincide con il turismo né con le vacanze ma con un modo di vivere, sia Genova, come Buenos Aires, per citare una città domestica e una lontana. Non sono i chilometri di distanza dal luogo di partenza e di residenza infatti per Tabucchi a rendere il viaggio più o meno tale. E prende in giro quegli italiani che vivono il viaggio come una gita, tornando abbronzati ma per il resto senza nessun altro arricchimento. E’ piuttosto una disposizione d’animo perché i luoghi, come scrive in un passaggio che diventa un po’ il mood del libro, raccontano un po’ di noi. Altrove ci si perde per ritrovarsi e trovare qualcosa che altrimenti non avremmo scoperto di noi stessi, come Psiche quando volle vedere il volto di Amore. Come per tutti i viaggiatori è l’incontro con l’altro, con le persone a rendere unico un percorso e realmente parte della vita e della nostra quotidianità. Nondimeno il libro di Tabucchi diviso in sezioni che non corrispondono a delle aree geografiche predefinite quanto a delle metafore dei territori è anche un testo di storia dei luoghi, di descrizioni minuziose di monumenti, cultura, fino a dettagli di caffè, ristoranti e luoghi di incontro. Come altri suoi libri, “Viaggi e altri viaggi” può essere utilizzato come guida di viaggio, non nel senso stretto perché non c’è una nota commerciale, né professionale nel senso di un lavoro su committenza, come quello di un giornalista, ma la restituzione dell’esperienza di un vissuto; o anche sognato come la Macondo di Garcia Marquez e quella geografia che Tabucchi non riesce ad abbracciare che è metafora della terra e non riproduzione. Se il narrare per Tabucchi è così viscerale da apparire naturale, non organizzato, con alcuni approfondimenti quasi eccessivi e altri elementi trascurati, che sembra cioè frutto di un’urgenza interiore; come racconta nella premessa, nella conversazione con Paolo Di Paolo, non viaggia per poter raccontare che ‘sarebbe come vivere una storia d’amore per scrivere un saggio sui sentimenti’. E’ evidente che il legame con il viaggio rappresenti per Tabucchi una vera e propria vocazione. E’ suggestivo questo mosaico così vario che attraversa luoghi dove la natura è predominante, grandi capitali e piccole cittadine sperdute e certamente gustosa questa lettura a piccoli episodi, con capitoli brevi e vivaci. Ci si immerge dentro una situazione olistica in fatto di sensazioni e poi, non appena ci si abitua, si viene catapultati in un mondo totalmente altro. Certamente le pagine che arrivano dritte al cuore sono quelle dedicate a Lisbona, Ulissipona, figlia inconsapevole della Grecia ma totalmente proiettata all’Oceano, sebbene con forti radici mediterranee e alla sua saudade e al Portogallo in generale. Così per me le pagine su Parigi e sul Cairo sono state le più sentite. Certo il suo senso di struggimento, di nostalgia anche al futuro, è un sentimento tragico e dolce ad un tempo nel quale mi rispecchio così tanto da non averlo mai saputo descrivere con lucidità. E’ indubbio che ognuno di noi, almeno i più fortunati o coloro che sono alla ricerca di un altrove, abbiamo almeno due patrie, quella naturale e quella adottiva, del cuore. La sintesi tra viaggiare e raccontare si trova nella stessa conversazione iniziale dello scrittore che racconta come a spingerlo a viaggiare non furono i racconti di paesi lontani dei quali pur si era nutrito nella sua giovinezza quanto il film di Federico Fellini “La dolce vita” che racconta in modo impietoso un’Italia che spesso è celata e che forse non voleva mostrarsi ad un liceale. D’altronde la letteratura è la prova, scrive, che la vita non basta e che la voglia di conoscere non si ferma mai. 


Viaggi e altri viaggi
di Antonio Tabucchi
Feltrinelli Editori

L' "Occasione" di Marco Baliani presentato al Teatro Filodrammatici di Milano


Mercoledì, 02 Ottobre 2013 Ilaria Guidantoni

La stagione 2013/14 del Teatro Filodrammatici si apre in azzurro. Non si tratta solo di un segno grafico che cambia ma di un’impronta che si richiama alla street art, al contatto con la realtà di confine e ad un’attenzione specifica per la cultura under 40 che quest’anno è protagonista con alcune giovani compagnie. Il tema dell’anno è costituito dalle identità, che superano l’impianto pur sempre classico degli anni passati, segnato da un arancione istituzionale ancorché ricco di energia. Da segnalare due ritorni importanti, a grande richiesta, grazie ad un successo che non ha soddisfatto tutte le domande degli spettatori: sono “La lettera” di Paolo Nani e “Duel”, una lotta all’ultima risata di Laurent Cirade e Paul Staïcu, musicisti eclettici. Inoltre in cartellone troveremo due lavori dei direttori artistici Bruno Fornasari e Tommaso Amadio, rispettivamente “Brutto” di Marius Von Mayenburg per la regia di Fornasari con Amadio nel cast; e “Mattia: A life-Changing Experience”, tratto liberamente da “Il fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello, su testo di Fornasari che è anche nel ruolo di regista e con Tommaso Amadio. Per il resto l’impianto della stagione è confermato con i Concerti della domenica mattina e la manifestazione Con-testo a fine stagione, una formula singolare di performance di teatro-giornalismo che ha riscosso un alto gradimento, anche da parte della stampa. Apre la stagione, dal 15 al 27 ottobre “Che ci faccio io qui?”, drammaturgia e regia di Marco Baliani, debutto importante perché lavora con 14 ragazzi appena usciti dall’Accademia Filodrammatici.

Un lavoro, a detta dello stesso autore che abbiamo incontrato per il primo evento della stagione, la presentazione del suo libro, che vuole spiazzare il pubblico, gettare lo spettatore nell’inquietudine. La domanda che ispira lo spettacolo è tratta dai uno dei più noti libri di Bruce Chatwin, grande viaggiatore e narratore con il suo inseparabile Moleskine. L’autore lavorerà proprio sul corpo nella contemporaneità, ancor prima che sul pensiero, sul senso precario dell’esistere in un’epoca che è passata rapidamente, attraverso un ribaltamento quasi, dal corpo attivo del Fordismo degli Anni Settanta del Novecento alla “Milano da bere” (cito l’espressione di Baliani) del corpo edonistico che dura ancor oggi, dell’apparire e della percezione del mondo attraverso il confezionamento delle notizie dettate dal piccolo schermo.

Dopo la festa di inaugurazione seguita alla Conferenza stampa, primo incontro di quest’autunno con il pubblico la presentazione dell’ultimo libro di Marco Baliani, il romanzo “L’Occasione” edito da Rizzoli, raccontato insieme al giornalista Carlo Annese che ci ha proposto una lettura in parallelo con un’altra opera di Baliani, “Corpo di Stato” dedicato all’Affaire Moro.


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