sabato 25 febbraio 2012

Valneve


di Marco Caudullo

UNA CITTÀ AL CONFINE TRA IL NOSTRO MONDO E UN ALTRO

C’è il sogno, il presagio, addirittura l’allucinazione: l'ombra nera che dentro ognuno di noi giace sommessa, si rivela. Si fa strada nelle nostre vite in sordina, facendocene perdere il controllo. È l’altro io, anzi il volto nascosto dell'io, tanto alieno, come funzionale che si ribella e prende il sopravvento con il suo istinto maligno, noncurante, egoista, con il suo desiderio di morte. E tocca fare i conti con l'altra parte di sé, quell'anima oscura, di fronte a cui il corpo diviene inerme assecondandone, suo malgrado, il volere, andando incontro a ciò che il destino gli riserva. Tutto questo accade a Valneve, paesino sprofondato in una conca tra le montagne, perennemente immerso in una bruma che lo rende quasi surreale, come sospeso in aria; un regno delle favole…che come nella vita non è detto che vadano a finire bene. Racconti che sembrano anche un unico racconto a puntate dove ogni storia è un po’ a sé e un po’ si lega alle altre, con rimandi, richiami…come nella rete della vita. Un linguaggio assolutamente piano, senza orpelli e forse senza una ricerca particolare, nemmeno una cura apparente. E’ un linguaggio di tutti i giorni e per questo forse, se ricordiamo l’estetica barocca, genera l’effetto a sorpresa: ci costringe a pensare che quello che capita sotto i nostri occhi come un banale fatto di cronaca può rivelarsi meraviglioso o drammatico, talvolta semplicemente allucinante. O meglio può rivelare un mondo sotterraneo che è in noi.

Benevenuti a Valneve dove inizia il nostro viaggio in compagni di Marco Caudullo e dove forse finirà, in questo luogo non luogo in uno spazio di confine….
Il Prologo….Lettura
Motivare la scelta
Conversazione
Come definiresti Valneve se dovessi presentarlo come un genere letterario?

Premesso che non amo molto la suddivisione in generi, io lo definisco sempre come un genere a metà tra il noir e il fantastico. Il noir (o magari come si autodefinisce Montanari, post-noir) per i personaggi (spesso tormentati) e l'ambientazione (abbastanza cupa, nera). Il fantastico invece è inteso come da definizione di Todorov: una linea di confine molto sottile tra lo "strano" e il "meraviglioso".

Qual è il confine tra sogno e realtà?
Il confine tra sogno e realtà è lo stesso che c'è tra "strano" e "meraviglioso". Tocca al lettore scegliere dove collocarsi, e tuttavia la scelta migliore è camminare sul bordo, come un clown che passeggia su un filo.
La tua però è un'ottima domanda, assolutamente pertinente: in ogni racconto, tutte le volte che succede qualcosa fuori dall'ordinario – come un bambino che parla con un albero - il narratore è focalizzato sul personaggio, e non ci sono altri personaggi che possono confermare o negare quello che accade. Distinguere tra sogno (o allucinazione) del protagonista e realtà, è praticamente impossibile.

Valneve è il filo conduttore dell'opera? Anche se sembra molto sottile... Sì, in effetti è un po' sottile, ma non è l'unico filo conduttore. La morte, la separazione tra mondo di qua e mondo di là, l'ombra, sono anch'essi filo conduttore.

Sembra scomparsa l'origine siciliana ed è un timbro difficile da mettere da parte. E' una scelta o ti senti spontaneamente naturalizzato piemontese?
Bella domanda. Tra me e il Piemonte è stato amore a prima vista: ho abitato a Biella per quattro anni e se potessi ci tornerei. E comunque ancora ci lavoro. Valneve è nata a Biella, e forse, magari alla lontana, ne è una parente. Ma non è detto che prima o poi non inizi a scrivere sulla Sicilia.

Non sembra che l'autore stia dentro il libro ma sia piuttosto un vero cronista esterno. Ti riconosci in questa descrizione oppure c'è qualcosa di te anche se ben dissimulato al lettore poco attento?
Io cerco di tenermi sempre quanto più lontano possibile dal narratore. Le storie che scrivo provengono da fatti di cronaca, o mi vengono suggerite da persone che sento; a volte persino dalle emozioni che mi suscita una canzone. Ma mai da fatti personali. Anche se poi, è ovvio, dentro il testo in qualche maniera c'è sempre l'autore.
Forse l'unico racconto dove mi intrufolo un po' nella voce del narratore è l'ultimo: Con il verbo lontano dal soggetto.

La scelta del fanstastico sembra orientarsi al mondo nero che è in noi. Qual è lo stimolo dal quale ti sei mosso? Qual è il confine tra fiaba rosa e nera? C'è una continuità, un intreccio?
Bella, bellissima domanda. Lo stimolo mi è venuto dallo studio della psicologia nelle fiabe. Sono partito con Jung, per poi passare alla Von Franz e Clarissa Pinkola Estès. C'è una ricchezza nelle fiabe che è infinita. Il nero mi viene spontaneo perché quando ho iniziato a scrivere, ho iniziato con l'horror, anche se poi l'ho gradualmente abbandonato. Nel mondo delle fiabe c'è quasi sempre un intrecciarsi tra rosa e nero, non so quale sia il confine, se c'è. Ma a me piace accoppiarli.
A proposito di fiaba, ti rivelo una chiave di lettura. Un po' speravo che si capisse, e un po' volevo nasconderlo: Aria (il secondo racconto) non è nient'altro che la storia della Sirenetta. Cioè la storia di una ragazza che non riesce a sviluppare il suo lato artistico. Difatti il titolo “Aria” ha un'assonanza con "Ariel" che non è assolutamente casuale. E ti ricordo che nella prima scena della nota fiaba, la sirenetta salva il principe che sta annegando...

La dimensione è allusione, sogno o vera trasformazione? E' un nero che è in noi o attinto dalla cronaca?
Il nero è sia quello insito in noi, che quello attinto dalla cronaca. La prima parte dell'idea di un nuovo racconto mi viene da un fatto di cronaca. Dopo comincio a scavare dentro i personaggi, ed è una faticaccia…

Ed è forse in questo modo che gli altri facendoci da specchio ci conducono ad analizzare noi stessi.


Marco Caudullo nasce a Siracusa nel 1975. Laureato in Ingegneria elettronica, vive e lavora in Piemonte. Nel 2007 frequenta un corso di scrittura creativa in seguito al quale inizia a scrivere brevi racconti, soprattutto di genere fantastico. Dal 2008 a oggi suoi racconti vengono pubblicati in antologie edite da Delos Books, Terre di Mezzo, Edizioni Montag, Perrone Lab, Nuoviautori.org, e sulla rivista Short Stories. Con il racconto Fino alla fine del Mondo entra nella rosa dei vincitori del Premio Subway 2008, e con Come fantasmi vince il premio Vivendo e Scrivendo indetto dalla casa editrice Edizioni Cinquemarzo, in seguito al quale pubblica la sua prima raccolta di racconti, Mondi Paralleli

Valneve
di Marco Caudullo
Giulio Perrone Editore

Valneve - Prologo

Se la stessimo sorvolando, probabilmente non ci accorgeremmo neanche dell'esistenza di Valneve.
Con il cielo terso, resteremmo certamente incantati dallo spettacolo delle Alpi, dalle vette ghiacciate e i fiumiciattoli che irrorano di vita fauna e vegetazione.
Distolto lo sguardo dalle creste, dagli spuntoni e dai corsi d'acqua, a est, poco più in là del confine francese, la nostra attenzione verrebbe immancabilmente attirata dalla stanca maestosità di Torino. Solo in seguito, virando verso nord-est, lungo la linea dell'arco montano, separate da un muro d'altipiano, ci accorgeremmo di Ivrea e Biella, quest'ultima accovacciata ai piedi delle prealpi biellesi; e giù giù, scendendo svelti verso la “bassa”, troveremmo Vercelli e Novara, racchiuse nelle loro palle di vetro biancastro.
Ma di Valneve, ancora nessuna traccia.
Per scovarla bisognerebbe tornare su e cercarla attentamente, ben nascosta com'è tra territori che solo la legge attribuisce a questa o quella provincia, ma che infine appartengono soltanto agli abitanti di Valneve, a loro e a nessun altro.
E non c'è altro modo per snidarla che partire dall'alto e pian piano setacciarla: partire dalle terre dei funghi e della pioggia eterna – quella pioggia fine fine che evapora prima ancora di toccare il suolo – e dove il cielo è un soffitto troppo basso, per ridiscendere, adagio, verso la pianura, dove una nebbia che è un muro si erge dalla terra e ti circonda. Ti soffoca.
A metà di questo percorso, in quella regione di transizione che non è luce e non è ancora nebbia, ecco, è lì, in quel crepuscolo, che si nasconde Valneve.

Proviamo allora a usarla la fantasia, percorriamo un'immaginaria stradina che da Biella porta a Valneve. Ci troviamo a imboccare un sentiero che si attorciglia tra gli alberi di un bosco come un serpente si avvolge attorno alle gambe di un fachiro.
Non è raro trovare ai bordi di questa straducola, animali inusuali per chi vive in città: scoiattoli, procioni, istrici e, se siamo fortunati, piccole volpi. Ecco, silenzio! Proprio ora, tra quelle frasche, vediamo brillare alla luce della luna i vispi occhi di un cucciolo di volpe incuriositi dalla nostra presenza. Avviciniamoci, ma senza fare rumore. Ci guarda perplesso: probabilmente non ha ancora mai avvertito la presenza umana. Riusciamo quasi a toccarlo ma, proprio quando stiamo per posare la mano sul suo capo, si risveglia il suo istinto che riconosce nell'uomo un nemico e scompare nell'oscurità della boscaglia.
Un po' delusi, riprendiamo allora il nostro cammino e, dopo aver percorso appena un chilometro di questa spirale, finalmente, ci troviamo di fronte al cartello che ci dà il benvenuto a Valneve.
Con le sue vicende, a volte truci e violente, altre volte delicate e sognanti.
Con i suoi personaggi, esseri comuni alle prese con il mutuo, la carriera, lo studio; ma anche esseri non comuni come gatti che vengono da dimensioni parallele, saggi alberi parlanti, belle aliene dal sedere tondo e sodo.
Venite avanti, non abbiate paura.
Potete anche tenere gli occhi chiusi, lasciatevi prendere per mano e guidare.
Ma tenete le orecchie ben aperte.
Benvenuti a Valneve.

La Regina della notte


di Laura Fontanive

Il romanzo ha una tessitura sostenuta da un dialogo continuo, fitto, secco, qualche volta pungente, con pochi spazi lasciati a descrizioni sia esterne che interiori. Il linguaggio della Fontanive è contaminato dalla lingua parlata corrente, quella di tutti i giorni, di una coppia moderna, quasi televisiva. La prima parte si annuncia come una storia di oggi, come tante altre, una coppia che si ama, di un amore intenso non scevro dalle difficoltà del quotidiano, dai problemi di lavoro, al pendolarismo, alla delusione di storie finite ma anche la voglia di andare avanti, di sostenersi vicendevolmente. Eppure fin dalle prime pagine aleggia un clima claustrofico: leggendo avevo l’impressione di un cielo plumbeo sotto un diluvio costante. Nel corso degli avvenimenti, lentamente, si scivola verso lo svelarsi di un segreto che ognuno dei due protagonisti custodisce e che - si scopre nelle pagine finali - li lega intrinsecamente e inconsapevolmente. Il passato dei due personaggi, Gloria e Andrea, va verso un punto di raccordo, una confluenza che trascina il romanzo psicologico verso il noir, con una punta di fantasy ma anche di horror; qualcosa di disturbante. Eppure mentre la fantasia ha sciolto le briglie e cavalca libera accostando elementi di grande modernità quotidiana (una moto, un telefonino, conversazioni tra colleghi) a elementi fortemente simbolici, archetipi, c’è uno spazio per la dolcezza, come nei più tradizionali romanzi d’amore, dove l’affetto e le affinità elettive hanno la meglio e trionfano in un lieto fine che ha un po’ il sapore della fiaba. Tra i vari piani di lettura è impossibile non pensare ad una veste autobiografica dell’autrice con indizi chiari (le poesie citate come scritte dal padre della protagonista portano lo stesso nome, Fontanive, che non può essere casuale) ma non c’è mai una confessione, né una conferma: il coraggio mantiene una schermatura e ci si chiede se in questo atteggiamento ci sia un messaggio per il lettore. L’aspetto autobiografico emerge anche dalla passione per la Spagna della protagonista che è la stessa dell’autrice che abbonda di dialoghi in lingua come accade di solito nei film parlati in più lingue. Ma accanto a questo volto moderno nello stile e nel contenuto c’è posto per una simbologia da fiaba nera, la civetta, che è forse per me l’aspetto più interessante. Nel libro ci sono molti elementi e generi fusi insieme, mescolati, forse anche volutamente e una trama molto fitta di avvenimenti. Infine qualcosa di esoterico ed insieme di spirituale con un messaggio messo in bocca ad un sacerdote: “Dovete aiutarvi a vicenda e non suggestionarvi con le vostre paure”, che mi sembra la frase più originale del romanzo anche se molto semplice.

La Regina della notte
Colosseo Editore
12,00 euro

Appunti di un venditore di donne


di Giorgio Faletti

Lo scambio di libri è un dialogo con un mediatore, il libro stesso e l’autore. Un modo per aprire nuovi mondi e tessere reti. Uno dei vantaggi di ricevere un libro in dono è di avvicinarsi a letture che per inclinazione o per conoscenza non si sceglierebbero. In questo caso il vantaggio per me è stato duplice perché l’ho letto subito dopo un altro libro che mi è stato regalato, in quel caso dall’autore stesso, “Mira” di Oliviero La Stella, recensito in queste stesse pagine. Non è casuale l’accostamento perché in fondo raccontano vicende analoghe di potere e sesso, di prostituzione e disperazione, di sfruttamento, avidità, lusso e miseria insieme in due grandi città italiane, Roma e Milano. Ma con una profonda differenza: Mira è anche una fiaba che ci consente di sognare perché ristabilisce l’ordine delle cose o almeno un ordine, forse non quello delle regole ma almeno quello del cuore. “Appunti di un venditore di donne” è un romanzo spietato che racconta una Milano livida e sotterranea, quella dei giorni del sequestro Moro e preannuncia la Milano da bere con quella collusione che è di sempre – solo che talvolta dilaga e si fa più manifesta – e che per questo si dà per scontata e per accettata. E’ la Milano della collusione del potere con il sesso e un po’ alla deriva. E’ un mondo con volti noti ma anche anonimi perché alla fine sono tutti uguali e non c’è nessuno che si prende la briga di star fuori dal coro, di rischiare l’anima e forse a nessuno l’autore sembra affezionarsi (mentre c’è una vicinanza discreta e speciale tra Oliviero la Stella e Mira). Lo stesso protagonista partendo per un altrove molto lontano anche simbolicamente non si illude di trovare altro che fotocopie del mondo alle spalle-
Giorgio Faletti si muove nella città con la naturalezza di chi l’ha vissuta nella quotidianità e chi scrive – che ha abitato il quartiere della vecchia Fiera campionaria per anni – vi ha ritrovato vie, luoghi e indovinato che forse dietro l’Ascot Club si nasconde il famoso Derby. Sono così veri questi posti proprio perché non hanno nulla di oleografico, di noto al di fuori di chi ci è stato dentro.
Le prime righe portano al centro della vicenda del protagonista, soprannominato Bravo, evirato: sono le conseguenze dell’amore ad averlo reso un venditore di donne eppure la storia non si rivela nella sua interezza che nelle ultime pagine. Il corso degli avvenimenti si svolge con aderenza e fedeltà a quegli anni nel linguaggio e nei particolari, con un’anima noir arguta. Un giallo nel quale corrono crittogrammi, alcuni dei quali ci sono rivelati. Forse sono una metafora della personalità e della storia del protagonista. Ma non è dato sapere fino in fondo perché l’autore ha scelto di inserirli. Nella lettura si è trascinati a cercare di capire non tanto cosa accadrà nei fatti ma dentro i personaggi eppure non c’è soluzione, o meglio risoluzione né redenzione. Ci sono solo superstiti in cerca di un equilibrio precario, che si godono qualcosa che domani potrebbe non esserci più, ma senza l’affanno o la tensione a cogliere l’attimo, piuttosto una certa indolenza. Faletti ci dice che su un’isola, destinazione finale di Bravo e di molti altri, si è tutti un po’ superstiti, uomini anti eroi che non hanno trasformato il dolore in proposta. Viene da chiedersi: e che ne è dell’autore? O piuttosto chi è veramente? Cosa c’è delle sue notti milanesi di quegli anni? Non c’è in chi scrive nessuna curiosità morbosa, né ricerca biografica quanto il desiderio di capire il suo punto di vista, il suo messaggio. Ma ci sarà la volontà di lasciare un messaggio intenzionale al lettore o solo la voglia, il piacere di raccontare una storia che sia tutt’al più una testimonianza, cruda, diretta e senza didascalie come la vita, nel suo linguaggio talvolta volgare e assolutamente ‘di moda’?

Appunti di un venditore di donne
B.C. Dalai editore

mira


di Oliviero La Stella

Una storia di tutti i giorni, dei nostri giorni e delle nostre città, con Roma protagonista insieme all’Albania. Storia di una cronaca ordinaria, quasi banale, e per questo terribile che in alcuni momenti diventa georeferenziata. Sono luoghi nei quali sembra di camminarci dentro e che spesso è proprio così e allora ci sia chiede quanti dei volti che si incontrano abitualmente e casualmente, dei corpi che si sfiorano per sbaglio, dei quali non ci accorgiamo neppure, possono racchiudere storie come quelle di Mira. Ha il sapore di una fiction, la traccia per un docufilm come molti se ne sono visti in questi anni ma con un pregio in più: l’odore della fiaba che è quello che rende l’arte tale, che stacca lo sguardo del reportage da terra per farlo volare in alto e diventare una storia universale.
Il libro è un affresco della mediocrità diffusa, desolante perché non riesce a godere neppure dei propri vizi, del sesso che non ha il gusto della trasgressione ma solo l’ossessiva ripetizione di una perversione noiosa.
Il romanzo – e in un certo senso mi pare strano definirlo così – è scritto in uno stile diretto, crudo, senza abbellimenti, scarnificato e quotidiano che però spinge il lettore inesorabilmente avanti per capire che cosa accadrà fino alle ultime pagine, per me le migliori ed è un fatto che mi ha colpito perché quasi sempre anche i libri che non mi deludono non mi regalano il piacere dell’ultima parte. E’ una storia con molti particolari ma sempre essenziali e funzionali, senza fronzoli.
L’intreccio è progressivo e due storie si avvicinano, quella della protagonista, la ragazza albanese che dà il nome all’opera; e quella di una coppia profondamente sola, che si è persa negli anni inaridendosi. “La sua esistenza era stata di plastica e compensato come i mobili che lo avevano reso ricco”. Sono due fallimenti diversi ed ugualmente dolorosi, dove alla fine fa capolino la speranza.
La protagonista ne esce con un ritratto lucido, che ci restituisce una figura amorale in un certo senso, forse per la distanza che lo scrittore mette nel giudizio. E’ una figura sciupata dalla vita, che conserva però una certa tenerezza e anche una sua freschezza, malgrado tutto. Sogna senza illudersi, consapevole di chi è soprattutto agli occhi degli altri, come lo può essere una persona intelligente.
Il finale non è aperto ma sospeso, nell’incertezza che è propria della vita che sembra confermarsi come più fantasiosa della nostra immaginazione. Sembra che Mira ci dica che non bisogna arrendersi mai, anche se non è detto che ce la faremo, ma che tentare (il ritorno a casa per lei) è già intravedere la meta.
E’ bello a mio parere il messaggio che viene in un modo che potrebbe apparire banale, la consegna del denaro, perché ci spinge a riflettere sul fatto che la fortuna può arrivare in tanti modi, inaspettati, come i suoi messaggeri e dipende assolutamente da noi l’uso che se ne fa.
“Avrebbe preso il taxi collettivo a Tirana…Dentro di lei montò struggente il desiderio di andare a rivedere tutto questo…Certo sarebbe stata dura ... Chissà se ce l’avrebbe fatta. Avrebbe comunque bussato”.

mira
Fazi Editore
euro 15,00

Retayan - La straordinaria avventura di una principessa orientale


di Anna Maria Persia

Una fiaba scritta con la semplicità cristallina, la tenerezza e una certa leggerezza di chi sta dalla parte dei bambini. E’ un approccio non banale perché non è scontato che chi vuole rivolgersi all’infanzia lo faccia sedendosi per terra per essere alla loro altezza, usando una gestualità morbida ed immediata. Anna Maria non si guarda mai allo specchio, non c’è nulla di compiaciuto nel raccontare quella che è stata la sua fiaba: una semplicità quasi disarmante, senza effetti speciali. Potrebbe essere letto, questo atteggiamento, come la voglia di raccogliere l’infanzia, soprattutto quella ‘sospesa’, come la definisce nella dedica, anche se non necessariamente violata, per quello che è l’essere bambino, ancora incontaminato dalla proiezione del nostro immaginario e dei nostri desideri. Ci sono solo fate invisibili e suore in questa fiaba, elementi magici e lontani ma anche molto classici nonché il simbolo della cura di una tradizione nostrana. Anche l’ambientazione è tipicamente fantastica, il castello che non si trova in nessuna cartina geografica, l’oriente – che è il luogo del fantastico per eccellenza – ma anche un senza tempo che potrebbe essere dei giorni nostri. E’ curioso questo rimando tra il vicino e lontano, quello che è sotto casa nostra, incarnato nel reale e quello che è immaginifico. La chiesa che ci accoglie in un momento di sconforto, di pausa dalla vita cittadina e il castello che galleggia nel cielo. La scrittrice sembra dirci che il desiderio fa parte del nostro essere vivi e veri anche quando ci fa male perché è deluso; che la speranza è un nostro diritto che dev’essere alimentato e un dovere da coltivare; che la felicità è possibile e non bisogna arrendersi lungo il cammino che può essere lungo e faticoso… come la storia di un’adozione. E ancora che la realtà supera la fantasia e la felicità è una conquista semplice ma non per questo banale. In fondo nella sua essenzialità la favola sembra dirci che l’amore sincero e la gioia che scaturisce dall’incontro di uno sguardo è il vero miracolo, da sempre uguale e che è questa la vera fiaba. Almeno a me sembra. E credo che la vera dedica sia a chi cerca il proprio sguardo in un bambino, a tutti i genitori mancati che sembrano avere ancora più bisogno dei loro bambini ‘sospesi’.

Retayan
La straordinaria avventura di una principessa orientale
Infinito edizioni
9,00 euro

I Fiori di Kirkuk


di Fariborz Kamkari

Ci sono libri che si leggono soprattutto per quello che c’è dentro e altri che si leggono soprattutto per quello che sta fuori, il mondo al quale rimandano. E’ questo credo il caso de’ I fiori di Kirkuk che nasce, al contrario, dalla ‘traduzione’ dell’immagine in parola scritta da parte del regista Fariborz Kamkari. Un libro che segue il film almeno nel processo di formazione. Scrivo queste righe senza ancora aver visto il film, malgrado la suggestione dell’immagine e dell’immaginario scattato dall’aver conosciuto alcuni degli attori della pellicola e aver visto alcuni spezzoni, non si possa ignorare.
La storia d’amore spinta fino al sacrificio e per certi aspetti ai limiti dove il sogno, si confonde con l’utopia e la follia, non è a mio parere che la pelle più esterna, la veste con la quale si presenta il romanzo che resta un confronto di uomini dove lavorano insieme ideologie, valori diversi e amori concomitanti. E’ uno studio acuto senza nessuna pedanteria intenzionale della mente, maschile più che femminile, dei due protagonisti Shenko e Moktar, avversari sul campo e in amore, ma anche funzionali uno all’altro e stranamente complici.
E’ anche un romanzo sociale nella misura in cui si nutre dello sfondo di un conflitto bellico Iran-Irak, etnico tra arabi, curdi e turcomanni, ma anche di fronti culturali, l’occidente del nord e il medio oriente del sud del mondo; e ancora di famiglie ancorate, anzi abbarbicate alla tradizione delle quale i singoli sono spesso prigionieri ma incapaci di staccarsi con personalità distoniche che rovesciano i valori andando a volte alla deriva.
E’ questo a mio parere l’aspetto più interessante della protagonista femminile, Najla, figlia di iracheni rifugiatesi a Roma che torna spinta dall’amore in Irak: il conflitto di valori e di messaggi che nella sua giovinezza hanno scelto per lei, rendendola un terreno di gioco, quello dei suoi genitori – intellettuali che rivelano un essere di coppia monolitico e chiuso rispetto alla stessa figlia – e lo zio che diventa tutore, un campo di sperimentazioni. Per questo Najla conoscerà la deriva e dovrà riannodare un filo difficile, andando in ordine sparso, per ricostruirsi e costruire una sua identità per quanto articolata e forse ancora non definita alla fine del libro. Il suo andarsene verso un altrove, un dovere più grande che la chiama potrebbe essere anche una metafora.
Credo che il libro, con il suo andare e venire tra il passato e presente, che obbliga il lettore ad un lavoro di ricucitura a volte faticoso, abbia soprattutto il merito di aprire agli occidentali il mondo di Kirkuk, nella sua armonia disarmonica, non solo in termini storici e politici ma come un simbolo.
E’ un libro che si snoda come un film senza che l’attenzione cali e che non ha un finale, o meglio il finale rimanda ad altro. Un buon modo di porre domande.

Quattordici lunghi anni

di Antonella Lauria

E’ il diario interrotto, forse bruscamente, ma destinato alla pubblicazione che racconta la vita di una giovane donna che per 14 lunghi anni combatte con il dolore e la menomazione fisica a causa di un tumore devastante che non le lascerà scampo malgrado Antonella non pensi mai alla possibilità di morire e non rinuncia mai a vivere pienamente. L’autrice combatte con la volontà ed esorcizza con una certa leggerezza dolente e consapevole l’invalidità permanente, soprattutto la sterilità causata dalla chemioterapia e la perdita dei capelli ma anche gravi disagi nella deambulazione. Ne esce un profilo molto frammentato di una donna matura anche nella visualizzazione della sua vocazione, avere un compagno da amare ed un figlio, che lei sa essere un sogno perduto prima di nascere ma allo stesso tempo si ha spesso l’impressione di leggere le pagine di un’adolescente come se il cancro avesse bloccato e conservato la freschezza dei suoi 17 anni quando si affacciato nella sua vita. La lingua soprattutto non è stata pulita, resa letteraria, e mette insieme un gergo e un’immediatezza da adolescenti con punte di tenero lirismo. Ma perché nasce quest’opera? Per un impegno morale e sociale. Antonella ha dei dubbi se pubblicare una vita dolorosa di una sconosciuta ma poi aggiunge: «il cancro mi ha tolto molto chissà magari riesco a sfruttarlo per aiutare qualcuno che si trova nello schifo come me». Questa convinzione è anche il senso dell’autostima che non perde vigore, che è riconosciuta dagli altri come una persona speciale e lo sembra davvero: un’infanzia comunque attraversata dal dramma di una madre alcolista che lei deve proteggere ed un padre forte e amorevole nel quale si rifugia ma che non vuole far soffrire, seppure involontariamente. Il senso del fallimento, delle continue sconfitte c’è e non potrebbe non esserci per una persona consapevole ma questo non toglie smalto alla voglia di vivere, alla grande arma dell’ironia e alla fede. «Prego tutte le sere» dice in un passaggio e si sente che non c’è rabbia verso la vita, né invidia per altre vite, ‘normali’, anche perché forse Antonella non sa che si può fallire nella propria ricerca della felicità anche se si hanno tutti gli strumenti necessari. La lucidità non viene mai meno: «il senso di queste mie pagine è quello di spiegare che qualsiasi esperienza la vita ci riservi, la forza per combatterla l’abbiamo tutti e che anche dallo schifo si può riuscire a creare qualcosa di bello»…e la scrittura sembra essere fatta per questo.

Quattordici lunghi anni
Cremona Book, 7 euro

Una sconfinata giovinezza


di Pupi Avati

Un grande maestro del cinema che ho scoperto nella sua veste di scrittore. Sono pagine che scorrono con uno stile pulito, lineare, incisivo ma delicato come la mano sapiente di un regista che firma in modo inconfondibile l’opera senza incombere, lasciando essere i personaggi. E’ evidente la capacità iconografica con i dialoghi in primo piano. Un testo essenziale senza una pagina di troppo. E’ una storia di tutti i giorni anche se l’autore riesce a farci volare e a staccarla dalla cronaca ed è questa l’arte, rendere lirico la fotografia che possiamo avere aprendo la finestra o chiudendo la porta di casa. E’ una giovinezza fuori tempo, quella narrata, del protagonista, una condanna dolorosa: la regressione della malattia; ed è sconfinata non per il sapore d’infinito ma per la perdita dei confini e quindi della definizione, della struttura che è la memoria. La storia, nella sua struggente tristezza, dona un messaggio di speranza che va dritto al cuore perché attinge a valori intramontabili ma certo sempre più trascurati. E’ l’amore nella sua semplice e difficile essenzialità, fecondo anche se condannato a non avere figli; è la ricchezza dell’essere donna amante e madre ad un tempo; è la riscoperta della rete familiare centrale perché rappresenta la vera culla e il sostegno di ognuno di noi, anche quando si diventa famosi. Infine è apprezzabile la riscoperta del grande valore dell’infanzia, del ricordo emozionale primario che ci forma e che sopravvive anche alla perdita irrevocabile della memoria, restando come l’unica e ultima ancora di salvezza ad una mente che si destruttura. Un testo e un film che si apprezza soprattutto per il coraggio di raccontare una storia dolorosa senza i facili cedimenti e gli ammiccamenti a quella sofferenza che piace, fatta di scandalo e violenza, di scabrosità banale. E soprattutto un grazie a Pupi Avati per il coraggio di ricordarci le virtù delle piccole cose che hanno il linguaggio essenziale che ci si è dimenticati.

"Una scrittura femminile azzurro pallida" di Franz Werfel


Non è uno degli autori più noti al grande pubblico ed è un peccato. Appartiene al mondo viennese del primo Novecento come Arthur Schnitzler (l’auore di “Doppio sogno”, reso celebre dal film di Stnaley Kubrich, “Eyes wide shut”) e stefan Zweig (“Amoj”), quel circolo sofisticato e dall’apparenza impeccabile che nasconde elementi torbidi ed intriganti. Werfel è anche l’autore del grande colume “I quaranta giorni sul Mussa Dagh”, un romanzo che evidenzia come lo scontro religioso – il massacro degli Armeni - si abbatta in modo devastante su una coppia ’mista’, un argomento di grande attualità, mutatis mutandis. Ebreo praghese, sposo Alma Mahler con la quale visse a Berlino e Vienna; costretto nel 1938 ad emigrare in Francia dal 1940 alla sua morte vissse in America.
Una scrittura femminile azzurro pallida – raramente un titolo così lungo fu tanto suggestivo – è un romanzo sottile, levigato e di una dolcezza crudele che analizza con una forma impeccabile e attenta la falsità di certi matrimoni. Il protagonista, l’impeccabile e disciplinato Léon, alto funzionario ministeriale, è sposata da vent’anni con Amélie, bella, ricca, una vera dama dell’alta società che lo ama come chi sa amare veramente, al di là della sua adesione alle regole sociali non senza una qualche frivolezza. Un giorno arriva una lettera scritta appunto con una scrittura femmnile azzurro pallida, troppo formale per essere credibile: una donna chiede a Léon di occuparsi del trasferimento in una scuola viennese del proprio figlio. Come solo una donna sa intuire è forte il sosptto ma poi Amélie crede – perché indotta in modo del tutto credibile – di essesi sbagliata e si profonde in una ‘concitata confessione’. Il lettore saprà che si tratta di una vecchia amante, ebrea, abbandonata e rimossa dal vigliacco Léon, che la cancella così una seconda volta.
L’autore con grande sintesi e compostezza lascia a chi legge l’acquisizione della consapevolezza che spesso l’apparenza non inganna come si dice ma è ancor più dolorosa di quanto emerge lasciandosi trasportare dal cuore. Affiora così in tutta la propria mediocrità l’uomo che non ha il coraggio di vivere forse l’unico amore della propria vita, che cede all’inganno e non supera la rivalità con la propria consorte che, dal canto suo, perde per effetto dell’amore un po’ di lucidità sull’altro. Spietatamente attuale, al di là della scenografia aristocratica del palco di un’opera.